Masters of Consequences: la recensione di "Freak of the tale"

La guida all'ascolto di album che forse nemmeno sapevate che esistessero 
Masters of Consequences: la recensione di "Freak of the tale"

Masters of Consequences
FREAK OF THE TALE
(1987)

Tracklist: 
1. Frosty lace
2. Let me run my finger on your spine
3. Dust of tomorrow
4. Midnight tea
5. I’m the twin of my twin
6. Dandelion sea
7. Orange explosion
8. My psychic army needs you
9.

Opinions.
10. Sinnermen and fairytales
11. Indian bazaar
12. Plastic Penny Layne

Il gioco dei Masters of Consequences fu semplice: pianificare in anticipo la propria evoluzione artistica ed estetica ricalcando di fatto il tipico climax d’un qualsivoglia gruppo musicale attivo tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Quanto di più malato e geniale l’amore per i sixties potesse figliare! E così, con una semplice equazione, il 1985 – anno di nascita del gruppo – sarebbe diventato il 1965. Il 1986, il 1966. Il 1987, il 1967. E via andare, fino al 1970 (cioè il 1990), anno in cui fu decretato con invidiabile anticipo (e ottimismo) lo scioglimento della band. Giochino gustoso sulla carta, altrettanto (con qualche calo) nella realtà, ma con un plauso particolare alla coerenza: non era infatti scontato che il progetto arrivasse al capolinea visti i magri riscontri di vendita intorno al sesto album (problema ovviato con una difficoltosa  autoproduzione). Considerata la vaga aderenza dei Masters al movimento Paisley Underground, c’è da dire che un siffatto programma permise non solo l’assoluta scioltezza nel trattare la materia nostalgica (nessuno sbattimento nel decidere stile ed evoluzione album per album, insomma) ma anche e soprattutto un rilassato sconfinare in più generi, cosa a ben vedere generalmente caratteristica di questa corrente ottantina di passatismo.

Ed ecco i nostri migrare allegramente dal R&B degli inizi al freakbeat del 1986, dalla psichedelia del 1987 al blues del 1988, dal prog del 1989 al country di congedo del 1990.

Momenti qualitativamente basculanti, si diceva poc’anzi: poiché gli albori videro una certa rigidità compositiva e pure un malcelato impaccio nel viversi i legacci autoinflitti, e per contro la parentesi finale lasciò trasparire una velata stanchezza e – perché no – una sottile frustrazione commerciale. A conti fatti il momento più felice fu quello caduto a metà del cammin di loro vita, il biennio ’67-68 (stiamo al gioco): e nel primo dei due, a esser ancora più precisi, si videro scintille. FREAK OF THE TALE è difatti una sorta di "Antologia di Spoon River" riletta con due caleidoscopi sugli occhi, sospesa abilmente tra l’esordio dei Blossom Toes e quello dei Kaleidoscope britannici, tra le lapidi del verde villaggio dei Kinks e la TEENAGE OPERA di Keith West. L’acido come coadiuvante per la conservazione, più che per la rivoluzione? I ragazzi dimostrano d’aver imparato la lezione di miniaturizzazione e ci consegnano dodici diorami d’indolenza psicoattiva, con una "Frosty Lace" che è pura confettura di Mellotron e cita i Justin Crest che citavano i Rupert’s People che citavano i Procol Harum; una "Midnight Tea" che è Lennon sciolto sulla canna d’una bicicletta bianca; una "Dandelion Sea" che pare ricordare nel titolo il brano più suggestivo dei July e invece poi l’ascolti e ti accorgi che non si tratta solo del titolo. Un’aura generale di divertimento spensierato, che a conti fatti è il vero carburante di questo Lp insieme al felice polso compositivo e all’effettistica misurata ed, invero, neppure troppo funestata dalla solita produzione ottantina fatta di patine lucide e batterie-barattolo. Chissà se la stessa filologica pedanteria riguardò anche le droghe? Ci sarebbe da domandarselo. Ad ascoltare FREAK OF THE TALE, tuttavia, i dubbi si fan meno dubbi: follia lisergica pura. In questo tourbillon di delirio citaziodelico, a conti fatti, ci sarebbe mancato solo di sentire il chitarrista Gre Brown asserire d’esser più grande di Jesù Cristo: ma nel 1987, manco a dirlo, non si sarebbe scandalizzato nessuno (tranne Jesù Cristo, forse).

Reg Mastice

La scheda è tratta da "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice (qui la recensione di Rockol), per gentile concessione di Arcana edizioni. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.


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