The Bungs: la recensione di "We bungs the drums"

La guida all'ascolto di album che forse nemmeno sapevate che esistessero 
The Bungs: la recensione di "We bungs the drums"

The Bungs
WE BUNGS THE DRUMS
(1966)

Tracklist: 
1. Mom, it’s not a phase, I’m a real bung
2. Bung bung I shot you down
3. The importance of bungs honestly
4. You love me, I love me
5. Onion & eggs
6. You bung me up and down
7. Go out of my pad
8.

The bung of the rising sun.
9. Let’s talk about friday
10. Ready steady bungs
11. Bottles and alleys

Smarmittati cani da cagnara come pochi altri, i Bungs principiano la loro carriera sotto l’ombra del Big Ben in un arido afosagosto del 1964 con un nome ancor più altisonante (e programmatico): The Roaring Bungs.

I registri dei peggiori pub della capitale annotano scrupolosamente la loro metronomica presenza per mesi, ma omettono tuttavia un dettaglio piuttosto peculiare: le cover scelte per i devastanti live set in questa fase sono quasi sempre brani jazz old-time, roba alla Eddie Owl’s Bottomland Syncopators, per intenderci, ma tirati a lucido e alimentati ad anfetamine e foga R&B fino a farli somigliare a qualcosa di molto simile ai postumi delle sbronze mottose di Muddy Waters. Nel 1965 ritroviamo i nostri invischiati in un brutto affare di droga: pizzicati dai bassotti della narcotici all’aeroporto di Gatwick (al ritorno da un mini tour scozzese), le loro tasche risultano positive a modeste somme di purple hearts, “la pillola della settimana dopo” (nel senso che sette giorni erano appena sufficienti a smaltirne gli effetti stimolanti). Questo piccolo scandalo (che, data l’impopolarità dei nostri, sortisce a malapena un trafiletto sul «London Trails») è sufficiente a garantire all’intero gruppo il tesseramento presso la tribù modernista del loro quartiere di residenza, Shoreditch; e in contemporanea a questa certificazione d’autenticità mod (o forse proprio grazie a questa certificazione d’autenticità mod) ecco arrivare il primo contratto e il primo Lp, STOP! IN THE NAME OF BUNGS. Disco non malvagio, ma che risente ancora molto di quell’impostazione rhythm’n’jazz, finendo a metà 1965 negli scaffali privilegiati dei broker londinesi e poco più: “La stoffa c’è”, scrive l’etichetta discografica sul pagellino, “ma i ragazzi non si applicano”.

La seconda possibilità regala frutti più maturi e arriva nel 1966 ma comunque a pochi mesi dall’esordio, forse denotando una certa qual fretta di rimediare al flop e non perdere il treno degli allori: WE BUNGS THE DRUMS il titolo, power pop, rave up, garage rock e filomotown il contenuto, registrato in presa diretta in studio con sovraincisioni di strilla belluine adolescenti a simulare un esaltante live da palasport.

Ideona finalizzata, quest’ultima, a coprire malamente le lacune tecniche dei quattro scalcagnati musici ma che finisce ahimè per flagellare ulteriormente l’ottimo materiale: esattamente come accadrà l’anno successivo ai John’s Children (che replicheranno pari pari l’idea del live posticcio nel famigerato ORGASM ALBUM). Ciònonostante, è da dire, l’Lp è un rip fiammeggiante ancor oggi godibilissimo: ruvidezza ai livelli dei Monks, con qualche buffonata in mezzo che potrebbe ricordare gli Hollies (ma con voci sgraziate da avventori di public house), tante sferzate soniche in odor di Remains e quello che si potrebbe definire un “mersey beat al gin(epro)” com’ossatura robusta ma assai sbilenca. E, finalmente, seppur a livello locale, il successo arride ai giovini. È a questo punto più o meno che i Bungs diventano mod premium e finalmente possono sfoggiare zoot suit  color pastello rifiniti dai migliori sarti di Savile Row e capelli sparnazzati scolpiti da Vidal Sassoon, un mix tra l’esuberanza gangster dei Move, le stilettate optical degli Eyes e il dandysmo edoardiano degli Attack, il tutto all’insegna d’una pop art che dall’esplosione era già passata bellamente all’autocelebrazione, e con una violenza d’assalto (retinica) che nascondeva già le derive d’una arancia meccanica a orologeria pronta a trascinare in un’esplosione cromatica tutte le sacre iconografie borghesi della capitale. La consacrazione nazionale (con tanto di invito a "Top of the Pops") è databile marzo 1967 e coincide con quell’ondata acida che come tipica pioggerellina investe da un giorno all’altro la capitale, ma pure con i primi grossi screzi all’interno del gruppo (e con con l’etichetta stessa). I frutti della stagione dell’amore sono molto amari: il gruppo si scioglie e il successivo album, ARROWS & FLOWERS, viene congelato dalla Red Cloud Records nell’infausto sottoscala dei nastri reietti (riemerso come bootleg solo nel 1976, dimostrerà un carattere di goliardia visionaria nelle corde di Pretty Things e Creation, confermandosi occasione stra-sprecata).

Nel 1973 il gruppo si riforma (con organico leggermente modificato e un nuovo nome, The New Bungs) per un prosieguo di carriera all’insegna dell’hard rock: livello tecnico notevolmente migliorato a scapito di creatività e colore, eppure per la prima volta i nostri arrivano a toccare le Americhe e a incrociare i manici sopra palchi di respiro internazionale; per esempio la quarta edizione del Paz Chin-in, in Sud Dakota, il Walpurgisnacht Rock Festival a Ingolstadt, in Bavaria, e il Mount Rushmore Rock Festival, dove il nuovo chitarrista Randy St Randall (famoso più che altro per aver copiato l’intro di un brano, "Boomerang", da "Stairway to Heaven" degli Zeppelin) (che a loro volta l’avevano copiato da "Taurus" degli Spirit) (che a loro volta l’avevano copiato da "Bungsus Minor" dei Bungs) si calerà dal naso del busto di Washington, subito imitato da Eric Bloom dei Blue Öyster Cult.

Poi, nel 1977, lo scioglimento definitivo. Randy St Randall finirà dietro ai desk della PalmAttic ltd, dove a suon di titoli e obbligazioni imparerà presto a scordarsi del suo passato ribelle. Dan Funfair passerà invece al boogie con l’ingresso tra i ranghi della premiata ditta Black Toothpaste e una serie sterminata di live act tutti identici. Melvin Melville fonderà i Jesus Cramp Summer Camp inaugurando un’intera stagione di no wave danzereccia britannica. Bobby Leaflet si affiancherà quasi subito ai My Sweet Orange Cat Baphomet, per una seconda giovinezza all’insegna del boogalhoodoo più sofisticato e nuggets-centrico.
Il chitarrista originario della prima formazione, Cornell Downing, farà perdere le proprie tracce sin dal tardo 1968: lo ritroveremo solo a fine anni Ottanta, spaventosamente simile a un Axl Rose mixato con un gatto del Cheshire, mentre cercherà di monetizzare quei quattro anni della sua vita pubblicando un libro autobiografico ("My Bung Life") in cui giura di “svelare ogni mistero sulla band più importante dei sixties”. Non so cosa mi ha trattenuto finora dal comprarlo. 

Reg Mastice

La scheda è tratta da "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice (qui la recensione di Rockol), per gentile concessione di Arcana edizioni. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.

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