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Lello Ravanati: la recensione di "Le cagne di Satana"

La guida all'ascolto di album che forse nemmeno sapevate che esistessero 

Lello Ravanati
CAGNE DI SATANA
(1972)

Tracklist: 
1. Oral highway
2. One million tongues on your breast
3. Ride it Monika
4. Strong trip
5. Legs like roads
6. Orange sunshine
7. Acid stamp
8. Yeah Vegas blues
9. Deep inside
10.

Ride it Monika (orchestra).
11. Monika on the roof
12. Legs like roads (orchestra)
13. Deep inside (reprise)
14. Pussy groove (bonus track)

"Cagne di Satana" è un filmetto psichedelico del 1972 che con un budget di tredicimila lire si propose di coniugare alcuni tra i più suggestivi topoi dei da-poco-defunti anni Sessanta: lolite, satanismo, Lsd, motociclisti, storie d’amore e di redenzione, sangue, marijuana.

Detta così parrebbe roba buona per i merli e in effetti lo è, anche se all’altezza di metà pellicola il regista – Ronald Scafoni, già noto per pellicole scadenti quali "Cannibal Surf" e "Mondo Boia" – si sposterà in territori alla Kenneth Anger, con frequenti citazioni alle dottrine misteriche di Crowley e qualche cameo surreale (un giovanissimo Alvaro Vitali nei panni di un motociclista nazista; Paolo Paoloni nei panni del guru di una comune satanica). La confusa trama narra la fuga da casa di questa ragazza, Monika F., diretta nel ventre caldo della Babilonia californiana. Ovviamente, come da manuale noto, i mille grotteschi ostacoli allucinogeni che ne rallenteranno la fuga andranno esacerbandosi  man mano che aumenterà il tasso di acido lisergico nel sangue, sbilanciando l’intera pellicola verso un plot sulfureo e disarticolato ma ricco di ingenui e divertenti effetti speciali e intrecci metanarrativi. Purtroppo, neppure un finale atto a coniugare il Buñuel prima maniera agli esperimenti visivi di Bill Ham riuscirà a scongiurare l’amaro in bocca per il tempo sprecato all’incauto spettatore.

E dire che, nonostante l’insuccesso conclamato, Ronald Scafoni darà vita negli anni successivi a ben due seguiti del film: "Cagne di Satana in calore", e "Cagne di Satana in Lsd" (non che la trama dei tre film differisca di molto: a quanto pare le sue cagne sono sempre molto in calore e sempre molto in Lsd sin dai primi minuti del primo episodio).

Ben altra cosa si può e si deve dire invece per la colonna sonora, firmata dal misconosciuto esteta Lello Ravanati (all’attivo prevalentemente per le libraries della Rai): qui sì che i conti tornano. Incentrata su un fuck funk afroamericano, con bassi ciccioni e fiati in evidenza e stillante gocce di sudore ad altissima tossicità, la scaletta è una bla(c)keiana parabola d’esperienza e d’innocenza, ben equilibrata nei suoi alti (gli sballi, tanto eterei quanto carnosi) e i bassi (la strada, vissuta come luogo limite, dove lo strisciare del groove cita lo spasmodico contrarsi delle spire del serpente e l’attrito degli pneumatici sulla carreggiata). Inutile dire che il sesso pare la chiave giusta per aprire contemporaneamente entrambe le porte e ritrovarsi testimoni in stereofonia di questo strusciamento chimico: e mai prima d’ora una tracklist quasi completamente strumentale (a parte i vari gemiti & sospiri che puntellano il minutaggio, ovviamente) m’era parsa così comprensibile nel dialogare di cielo e terra. Si prenda ad esempio la combo iniziale, "Oral Highway" e "One Million Tongues on Your Breast", dove lo strisciante calzante ritmo quasi tribalistico riesce a sbrecciare senza soluzione di continuità dentro al più paranoide mantra digitale. Si prenda "Acid Stamp", con il suo sintetismo hard dozzinale e lunare, in grado d’anticipare qua e là pure lontanissime intuizioni IDM. Stessa cosa per "Strong Trip": densa fumata d’erba a metà strada tra i superpoteri di Amedeo Tommasi, i dipinti di Egisto Macchi e le cromature soul di Isaac Hayes.

Nonostante l’alto dosaggio d’elettronica, a farsi ricordare a posteriori è però la chitarra elettrica: l’epifania d’un Marc Cerrone ectoplasmatico agghindato come Jimi Hendrix, con la groovosità che si fa ponte di nero nepalese in grado di collegare il wah-wah alla disco music, prolungamento fallico di questa grande corrente di umidità psicotico-delica che sbatte sulle teste cotonose dei Temptations e si infrange townshendisticamente contro il soffitto di stucchi di Curtis Mayfield. E i frammenti d’intonaco, ben pennellati nella conclusiva epopea tex meXXX di "Deep Inside", volteggiano morbidamente sul letto rotante di seta viola fino ad accarezzare la testa di quindici giovani ancelle d’ebano.

Reg Mastice

La scheda è tratta da "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice (qui la recensione di Rockol), per gentile concessione di Arcana edizioni. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.

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