Sister Audrey, EMLK, D. and the Other Ones: la recensione di "Velvet Aftermath"

La guida all'ascolto di album che forse nemmeno sapevate che esistessero
Sister Audrey, EMLK, D. and the Other Ones: la recensione di "Velvet Aftermath"

Sister Audrey, EMLK, D. and the Other Ones
VELVET AFTERMATH
(2004)

Tracklist: 
1. Unicorns are assholes
2. The pointless rag
3. Welcome to my lighthouse
4. Feeling weird
5. Moles of Raspberry Ave
6. Gardeners of sparrows
7. Moldy afternoon
8. Peacock feathers around your fingers
9. Milk pots and fireflies
10. Wicked  Priscilla

La new new weird America all’apice del suo fulgore, con la coppia di talentuosi jingle janglers Audrey Wood + Emerlick Damin (freschi del loro smagliante flop narcolettico insieme ai Peregrine Hookers) che si uniscono spiritualmente e fisicamente dietro alla suggestiva (?) sigla Sister Audrey, Emlk, D. and the Other Ones (con amici aggiunti, come ragione sociale suggerisce). Niente di nuovo sotto il sole della California neanche stavolta: ruggini sollevate dal vento nel retro di un rigattiere nelle suburbie rurali di Palo Alto, lo stesso negozio in cui – spulciando attentamente – non vi sarà difficile rimediare  qualche vinile dei Tyrannosaurus Rex, dei Music Emporium, A GAME FOR THOSE WHO KNOWS degli Itacha, o l’esordio cristallino di Chris Thompson. Musica per pentolini da latte e vecchie lanterne, dieci tracce che chiuse dentro al formato Lp risultano belle e castigate quanto una manciata di lucciole in un barattolo da conserva (col culo che manda bagliori sempre più fiochi, sempre meno convincenti).

Qualcuno si è già sforzato di sentirci dentro fortissimi richiami alle atmosfere del Bowie stonato di THE MAN WHO SOLD THE WORLD, ma io porterei questa (superficiale) epifania un po’ più in là e indicherei tra le influenze maggiori le stesse che quell’album del Duca Bianco appestarono: il primo Lp di Barrett e il primo dei King Crimson, con le loro arie da carillon fuori sincrono, le tappezzerie sdrucite, gli acari che si avviluppano tra loro dentro coni di luce sfuggita agli ampi tendaggi di velluto, a illuminare una stanza piena di vecchi soprammobili della nonna.

La qualità dell’insieme a dirla tutta non supera il livello d’un demotape, ma niente a cui non fossimo già pronti conoscendo il duo e i loro piccoli recinti freak folk. Così a sfilare sotto il nostro orecchio è l’altalena tardoromantica di un Curt Boettcher che vende un po’ di magia nepalese a Lewis Carroll in "The Pointless Rag"; il disincanto gregoriano molto British e molto buffo di "Welcome To My Lighthouse"; la bucolica introspezione sitaristica di "Feeling Weird", che letteralmente pare stillare gocce di Dmt dai riflessi rinascimentali; il coro da catechesi domenicale, dove immaginiamo affiancati i mille figli di Timothy Leary, Charles Manson e Donovan Leitch, di "Moles of Raspberry Ave"; il banjo + Mellotron quasi caricaturale di "Moldy Afternoon", che rimanda più o meno indirettamente alle languide putrescenze di Skygreen Leopards e Vaselines, ma con più infedeltà.

Particolarità aggiunta: il disco è incompleto, e l’interruzione avviene proprio all’avvicinarsi del culmine di quei nove minuti finali ("Wicked Priscilla") che parevano finalmente portare i nostri spossati amici a un risveglio cazzuto, a una risolutiva coesione strumentale. Un coitus interruptus che può tuttavia apparire, nell’insieme, piccolo colpo di genio in grado di disturbare e ravvivare un programma altrimenti, di per sé, appena sufficiente: e io non posso che rispondere alla loro provocazione lasciando a mia volta questa recensione priva di un 

Reg Mastice

La scheda è tratta da "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice (qui la recensione di Rockol), per gentile concessione di Arcana edizioni. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.

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