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Codex Homeland: la recensione di "Have you seen her cat?"

La guida all'ascolto di album che forse nemmeno sapevate che esistessero

Codex Homeland
HAVE YOU SEEN HER CAT
(2017)

Tracklist: 
1. Thumbnails
2. The midnight sun never sets
3. The other side
4. Snowflakes falling on your melted brain
5. Stranger on the shore
6. Yeh yeh
7. Ory’s creole trombone
8. Tiger rag
9.

How come you do me like you do.
10. Milenberg joys
11. Till we meet again

Surrealismo e psichedelia condividono non pochi aspetti: la rivolta contro l’establishment, la rimozione dei filtri della ragione, l’esaltazione del sogno e dell’infanzia come condizione rivoluzionaria assoluta.

Un parallelo che funziona anche con dada e punk: stessa scurrile roboante violenza devastatrice, creatività sguaiata contro la macchinazione burocratica politica e accademica. E tutte queste rivoluzioni condividono pure tra loro l’amaro finale: l’utopia che si frantuma al suolo, complice l’incorreggibile capacità dell’homo sapiens sapiens di farsi sempre conquistare dal soldo, e la necessità inconscia d’entrare in guerra con se stesso. Un gran peccato. Anche perché quello che ci rimane ora – in campo artistico e in campo musicale – è il declino tedioso dell’ispirazione, la vittoria del mero ricalco dei tempi d’oro, l’emulazione della guerra al sistema che è a sua volta, in realtà, assoggettamento al sistema stesso. Gli australiani Codex Homeland seguono queste coordinate, ostentando una purezza che puzza d’ingenuità e invece è soltanto sospensione temporale coadiuvata dal passatismo spicciolo: “i tempi lo impongono”, sembrano dire, pur senza sottrarsi alla modernità truce del 2017. Non che sia tutto da buttare ai merli, per carità. Anzi. La proposta flirta col rumorismo e con la melodia ma mai contemporaneamente: sfruttando i due lati del vinile, i nostri onironauti degli antipodi dichiarano una scissione cerebrale da manuale e ci invitano a scegliere tra due sentieri che si biforcano allontanandosi via via l’uno dall’altro (dando per scontato che allo stesso prezzo di biglietto noi infine sceglieremo di percorrerli entrambi).

Rumorismo e melodia, si diceva: ma in entrambi i casi quasi sussurrati. Il suono urticante primigenio degli esordi vira qui verso la sua deriva quasi consequenziale, quella d’un autismo ambient post mortem; forse le deflagrazioni del penultimo album, FIREFLIES ISLAND, eran davvero la vetta massima di frastuono udibile dall’uomo. Un’esplorazione durata cinque album, che partiva necessariamente da dove si erano fermati i soliti My Bloody Valentine di LOVELESS (la cui violenza appare, all’orecchio d’oggi, dolce quanto può esserlo un amore disfunzionale) e che infine pare sia arrivata a una liberatoria ma amara consapevolezza. Ovviamente a mio modesto avviso tutto questo prende il via dal primo dolce semìno di sciabordio prenatale della storia del pop, ovvero "Here in the Year" dei Cold Sun/Dark Shadows, meteora anomala animata da un genuino biofeedback che per i pochi eletti che l’ascoltarono in quel 1968 dovette rappresentare l’unico vero esempio simulatorio di sgretolamento/ risurrezione psichedelica dell’ego (e in quest’album citata senza tanti complimenti in almeno due passaggi, primo tra tutti la coda infinita di "Thumbnails").

Buona parte del lato A si gioca su un bel girotondo di chitarre acustiche e basso distorto, struttura robusta in grado di supportare i potenti giochi d’innesti a quattro voci campionate, con occasionali delay che le moltiplicano esponenzialmente nei capitoli di maggior respiro lisergico (e condito da bei testi visionari tipo: “I gatti sono pregiati cuscini orientali ripieni di cibo” o “Cotiche di blues disciolte in psichedelica crema di fagioli” o “Bruciamo, e ci bruciamo: siamo fiammiferi a due teste”).

La vetta massima pare sia raggiunta da quella "Snowflakes Falling on Your Melted Brain" che si carica via via d’adiposità elettroniche insalivate, cristallerie flautate, vitree escrescenze kraut: una sorta di recitato beatnik da Greenwich Village che nella sua consumata struttura base ricorda inquietantemente la "Crimson & Clover" ricalcata dal Venditti di "Nata sotto il segno  dei pesci", o la "Sweet Jane" omaggiata da "How the West Was Won" di Perrett, o molto più semplicemente "Hope" dei Bauhaus plagiata dalla medesima "Hope" dei Bauhaus: l’unico brano della storia, questo, che conosci già a memoria ancor prima d’averlo ascoltato (se la gioca in realtà con "Splash 1" dei 13th Floor Elevators, che però bara un po’ rubando un riff di sistro dal DISCO EGIZIANO DEI MORTI del dio Thot).

Buona parte del lato B è invece elettronica vibrante e glitchata, dalle facili sbordature di tintura, con chitarrone a due dimensioni impilate a mo’ di vinili sul pavimento di casa e puntellate a destra e sinistra da posticci fermalibri ottenuti ridipingendo calcestruzzi grezzi con vernice cangiante azzurra, come se ne può facilmente trovare nei cantieri ai confini di Paperopoli.

Le aperture strumentali si fanno qua e là precise, ma sotto la spessa coltre di dodici corde si intravede facile la traccia a matita: segno inequivocabile d’uno studio preparatorio derivativo. Che il canovaccio originario fosse la suite enologica del lato B di LOW, manco a dirlo. Sarebbe come asserire che "Child in Time" dei Deep Purple non nacque da una mera cover di "Bombay Calling" degli It’s A Beautiful Day. Ma chi ha detto per primo che gli scarsi citano e i geni rubano ha fatto un dispetto a entrambe le categorie, e soprattutto a coloro che si vedono scippare senza tanti complimenti intuizioni su intuizioni da eserciti di maudit senza bandiera. Qui su quest’album, tuttavia, lo sforzo pare esserci stato: è che purtroppo non è sufficiente l’estro dei nostri a riempir le lacune, o troppo forte il loro smisurato amore per la citazione lampante. Salva il salvabile l’abilità di plasmare la materia molle e incandescente del suono digitale, e usciamo vivi e gratificati (anche se con un velo di senso di colpa) dall’intero minutaggio senza ricordarci una nota di questo glorioso fiume in piena che ha lambito la nostra auto mentre eravamo impegnati a decifrare il Gps.

«La confusione sarà il mio epitaffio», diceva Peter Sinfield: quantomai vero. Una confu-softness che pare il linguaggio prescelto da chi cerca oggigiorno di spiegare il presente con l’alfabeto del passato. Il futuro sarà un reset cosmico, un revival cronico, o non sarà affatto. Se il rock un tempo era veicolo per un risveglio collettivo, ora pare un escamotaggio per un oblio individuale… ma non si può additare come ultimo responsabile quel castello di carte dream pop che getta l’ombra sghemba sugli album del nuovo millennio ogni tre per due: piuttosto, sarebbe auspicabile un esame di coscienza coscienzioso da parte delle nuove leve: dove volete andare? Qual è la vostra rivoluzione? Avete almeno una rivoluzione..? Queste le domande che suggeriamo. Dovrebbero stamparle su un modulo da distribuire a chiunque calchi il parquet di cemento di una sala prove, come un goldone ideologico da sbobinare sull’asta eretta del proprio ego da musicista prima di copulare con il sogno di gloria definitivo.

Reg Mastice

La scheda è tratta da "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice (qui la recensione di Rockol), per gentile concessione di Arcana edizioni. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.

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