La Torta Psichedelica di Zio Ernie: la recensione di "Peppèroin"

La guida all'ascolto di album che forse nemmeno sapevate che esistessero 
La Torta Psichedelica di Zio Ernie: la recensione di "Peppèroin"

La Torta Psichedelica di Zio Ernie
PEPPÈROIN
(2002)

Tracklist: 
1. Aperture malefiche affidate agli ottoni del Diavolo
2. Pigalle
3. Hotel Swastika Zimmer frei
4. Curculionidae
5. Che
6. Are you ok? Drink something. Aren’t you ok? Drink something 7. Ball
8. Sushi killer
9. Qualoras

Non tutti gli acidi vengono col buco, e in tempi di (ri-ciclico) revival psichedelico – con l’offerta che si quadruplica rispetto alla domanda – i lotti di francobolli Orange Sunshine tagliati male spiccano con ancor più forza, in virtù della loro disturbante aura fluorescente da Settimo Sigillo.

Parlare in questo contesto di una realtà italiana come quella de La Torta Psichedelica di Zio Ernie significa dunque volersi un po’ bene e coccolarsi con l’illusione d’un mondo migliore dove alla derivazione si preferisce l’evoluzione, anche se con abbondanza di (lecite) (forse necessarie) (ma talvolta evitabili) giostre citazionistiche di routine. Il progetto de La Torta… (abbrevio) nasce in realtà già anomalo: in principio gruppo fantasma orchestrato dai fiorentini Le Insegne Pubblicitarie (di Fantomsiana memoria) per fuggire alle proprie responsabilità di “risposta italiana al brit pop” di metà anni Novanta e trovare asilo dentro a un caldo, anonimo e liberissimo guscio lisergico nato per rimanere underground (si era prevista una tiratura limitata di cinquecento copie per un unico Ep, inizialmente), e ben presto invece emerso dagli abissi come originalissima Isola delle Rose in grado di battere bandiera indipendente e proporre – nel giro di cinque Lp dal valore decrescente ma contrassegnati da un’onestà intellettuale inappuntabile – una musica free form dall’alito internazionale. Se l’ultima fatica suona comunque, come si diceva, onesta e godibile ma già vittima di certa stasi creativa (SICAMORES, 2013), la vera punta di diamante va ricercata nel secondo album, PEPPÈROIN, datato 2002.

Pura sperimentazione di musica potenziale dove i classici stilemi di genere technicolor vanno innervandosi su un fusto di tutt’altra estrazione, con risultati da mascelle spalancate.

Un esempio per tutti: la rudezza barocca di "Are You Ok? Drink Something. Aren’t You Ok? Drink Something", che su una struttura armonica claustrofobica di matrice PIL riesce a cucire un cappottino di patchwork arcobalenico che degli spartiti di "She’s a Rainbow" deve avere per forza di cose le tasche piene. Una formula – luminosità contrapposta a oscurità, in un gioco di forti contrasti – che ritornerà per tutta la durata dell’album, e in misura variabile per tutta la carriera dei nostri. Una libertà espressiva e invero nevrotica che dev’esser diretta conseguenza del background della coppia d’oro del gruppo (Malcolm Morelli, col suo cantato tra John Lydon e Alan Vega e un passato all’insegna della dark wave nostrana, e Dorian “Grief” Giuliani già invece tastierista nei – loro si! – revivalistici e kinksiani Condominium, a fine anni Ottanta) e che porterà a suon di riscontri di critica e pubblico il progetto de “La Torta…” a un buon livello di popolarità (di fatto sancendo pure la fine delle mediocri Insegne). Ed ecco improvvisamente l’assurdo probabile farsi realtà: un’ossatura di batteria elettronica alla Ronettes che diventa battito cardiaco degenerato, sotto metedrina, alimentato da un latrato submetropolitano ("Hotel Swastika Zimmer Frei"). Un’acquerugiola elettrizzata nei pressi di certa discreet music orientale (?!?) che confonde la meditazione con la paranoia e si improvvisa "Sister Ray" per la gioia d’un pubblico fantasma ("Che"). Una canzone sostanzialmente d’amore (non potremmo definirla altrimenti), di Mellotron e d’alcune percussioni robivecchie bellamente agghindata, che improvvisamente non tollera più il fatto che vi stiate emozionando e vi colpisce alla gola con la più strepitosa serie di feedback industriali che Storia ricordi ("Curculionidae"). E se pure non mancano uno o due episodi più deboli ("Sushi Killer" ad esempio, che vorrebbe suonare come i Beatles saccheggiati dai Talking Heads, e invece suona come Daniele Groff saccheggiato dalle Shonen Knife), l’insieme brilla esattamente come quel bivacco di smalti squillanti ritratti in copertina: quasi una rilettura degli sbreghi autolesionistici dei Suicide adattati alla sensibilità delle banlieue di Pepperland, periferie crude dove non c’è lavoro, i rifiuti si accumulano coloratissimi a bordo strada e l’LSD è sovente tagliato con robuste dosi d’eroina. .

Reg Mastice 

La scheda è tratta da "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice (qui la recensione di Rockol), per gentile concessione di Arcana edizioni. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.

 

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