Che cos’è un mixtape?

È appena uscito “X Factor Mixtape” che, però, si presenta più come una compilation. Il termine è da tempo abusato, si vuole cavalcare l’onda dei successi Machete e Bloody Vinyl.
Che cos’è un mixtape?

Il termine “mixtape” è sulla bocca di tutti e sta diventando abusato e spesso utilizzato senza cognizione di causa, come dimostra l’ultima uscita del progetto X Factor. Prima era di moda definire un album “una playlist”, adesso invece il termine catching è cambiato. In alcuni casi si adopera evidentemente per cercare di attirare maggiormente l’attenzione, visti i successi targati Machete. In altre situazioni, invece, lo si evoca per dare un tono più informale, sperimentale e liquido all’album. Nel caso del disco X Factor, come scritto nella recensione, stiamo parlando di artisti che esplorano generi completamente diversi e il cui collante è la sola partecipazione al programma. L'impatto della produzione si sente nell'avere coinvolto nomi come Frenetik&Orang3, Slait, Young Miles e Strage. Ma non è sufficiente a trasformare l’idea in un mixtape vero e proprio, si presenta più come una classica compilation. Ma che cosa è oggi un mixtape? Se in passato era semplice fotografarlo, oggi i confini si sono allargati, alcune barriere sono proprio cadute, donando al termine un vestito in parte camaleontico.

La definizione precisa di mixtape, dagli anni settanta in poi, è mutata nel corso della storia, soprattutto grazie al mondo hip-hop dove questo tipo di formato ha sempre trovato terreno fertile. Nati in un primo momento come compilation di tracce selezionate dai dj per integrare le selezioni di radio e club, nel corso degli anni i mixtape si sono trasformati, diventando prodotti svincolati dalle logiche discografiche in cui diversi artisti rappavano su beat conosciuti, magari campionando delle hit, per poi arrivare, con il tempo, a inserire anche beat inediti di diversi produttori coinvolti. Hanno mutato anche forma, passando da cassetta a cd fino a musica liquida. L’iniziale indipendenza e autonomia rispetto alle label si è sgretolata, facendo cadere un’altra colonna caratterizzante dei mixtape, appoggiandosi poi alle major.

Marracash-Roccia Music, Emis Killa, Gemitaiz, i Crookers, solo per citarne alcuni, in passato hanno fatto uscire mixtape molto importanti, alcune volte partendo da piattaforme come YouTube e comunità virtuali come Myspace. In Italia oggi i mixtape più famosi sono quelli firmati dalla Machete, che mantiene intatti alcuni canoni delle loro origini, ma i cui progetti sono trattati e diffusi quasi alla stessa stregua di un album, con ottimi riscontri commerciali. Stesso discorso vale per la saga “Bloody Vinyl 3”, giunta al suo terzo capitolo. Basti pensare che i primi mixtape, storicamente, seguendo un percorso alternativo al mercato musicale, non venivano neppure distribuiti nei negozi, ma arrivavano al pubblico grazie al passaggio mano a mano di cassettine e poi cd. Un po’come se oggi un mixtape non venisse diffuso su Spotify. Questa evoluzione, e anche confusione sulla definizione stessa, ha portato molti artisti ad annunciare mixtape che all’ascolto, però, sembrano album fatti e finiti. Esempi recenti sono “Aspettando la Divina Commedia” di Tedua o “J” di Lazza. I due hanno spiegato che, rispetto all’album, l’approccio è diverso: è più diretto e meno pensato. E questa sembra essere una delle caratteristiche principali, legata anche alla storia originale, che fotografa un progetto “mixtape”.

Dall'archivio di Rockol - Mara Maionchi e Sfera Ebbasta raccontano X Factor 13
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