L'amara poetica di Lou Reed

Agli inizi degli anni Settanta il musicista newyorkese pubblica due album epocali: "Transformer" e "Berlin".
L'amara poetica di Lou Reed

Nella seconda parte del 1970 Lou Reed lascia i Velvet Underground. Si mette in proprio e, nel 1972, pubblica il suo primo album solista "Lou Reed". Un esordio decisamente bocciato (a dir poco) da critica e pubblico. Nella tracklist del disco – al quale partecipano anche gli Yes Steve Howe e Rick Wakeman – una canzone intitolata "Berlin". Nonostante il flop dell'esordio la casa discografica, qualche mese più tardi, decide di dare una seconda possibilità al musicista newyorkese che, con i buoni uffici della produzione di David Bowie e Mick Ronson, consegnò ai negozi nel novembre del 1972 uno degli album più importanti degli interi anni Settanta. Nel disco, intitolato "Transformer" (leggi qui la recensione), ci sono canzoni che sono classici senza tempo: "Vicious", "Perfect Day", "Walk on the Wild Side" e "Satellite of Love".

Nell’ottobre del 1973, quando uscì “Berlin”, Lou Reed – di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, avvenuta il 27 ottobre 2013 all'età di 71 anni - era quindi fresco reduce da un inatteso rilancio di popolarità. Grazie a David Bowie e a Mick Ronson, che lo avevano aiutato a realizzare “Transformer”, un disco che aveva brani pienamente corrispondenti all’estetica – musicale e ideologica – dell’allora dilagante glam rock: e l’aura di bisessualità che circondava il personaggio contribuiva non poco a renderlo à la page, dati i tempi che correvano.

Terminato il tour del 1973, Lou Reed si era rinchiuso nello stesso studio di registrazione londinese (il Morgan Studio) nel quale, due anni prima, aveva registrato il suo debutto da solista, “Lou Reed”: in quell’album, passato ampiamente inosservato, era inclusa una canzone – “Berlin”, appunto – che in un certo senso ispirò il nuovo lavoro, e infatti è ripresa come brano di apertura dell’album che ne trae il titolo. Assistito dal produttore Bob Ezrin, e con una squadra di musicisti di vaglia (fra cui i fratelli Brecker ai fiati, Aynsley Dunbar alla batteria, Steve Hunter alla chitarra elettrica) e con ospiti illustri (Jack Bruce, Steve Winwood, Tony Levin) Reed cominciò a lavorare alle canzoni che raccontavano “una storia realistica, di gente degli anni Settanta, che non è né particolarmente stonata né particolarmente degenerata; una storia che può capitare in ogni periodo storico e dovunque, non solo a Berlino”. Una storia di famiglia, di amori e disamori, di litigi e incomprensioni, di violenze domestiche e di figli contesi, che si chiude drammaticamente con un suicidio (“questo è il luogo dove lei posava la testa quando veniva a letto, la sera... e questo è il luogo dove sono stati concepiti i nostri figli... e questo è il luogo dove lei si è tagliata i polsi, in quella notte fatale” dice il testo di “The Bed”, penultima traccia del disco).

Ezrin assecondò il desiderio dell’artista di realizzare “un film per le orecchie”, e s’immerse così profondamente nel progetto da rimanerne emotivamente segnato a lungo (si dice che, completate le registrazioni, abbia suggerito a Reed: “La cosa migliore che possiamo fare è mettere i nastri in una scatola, chiudere la scatola in un armadio, lasciarla lì e non riaprirlo più”). Inizialmente, le aspirazioni “commerciali” del progetto guidarono Lou Reed a scrivere canzoni sufficientemente gradevoli – e sono quelle che costituiscono la prima facciata dell’originale album su vinile: da “Berlin” a “How Do You Think It Feels” – anche se non “facili” e radiofoniche come “Walk on the Wild Side”. Ma, con il progredire del progetto e del concept (sì, “Berlin” è, a suo modo,un concept album) un’ombra oscura si stende sui testi e sulle musiche. “Oh, Jim” comincia a lasciar intendere come la storia d’amore fra Jim e Caroline sia segnata da un destino fatale, “Caroline Says II” è la rassegnata ribellione di Caroline al marito che la picchia, in “The Kids” i bambini vengono portati via alla donna “perché la gente dice che non è una buona madre” (e sono strazianti, sul finale, le voci infantili che chiudono il brano dopo la frase di inaudita violenza con cui termina il testo: “that miserable rotten slut couldn’t turn anyone away”), “The Bed” è la desolata contemplazione della tragedia che si è consumata, e “Sad Song” è una sorta di amaro e cinico epitaffio (“Smetterò di sprecare il mio tempo a ripensarci”) che celebra la fine di una storia di sesso, droga e violenza. Una storia della quale l’autore (di tutti i brani) e interprete è forse uno dei due protagonisti, ma più probabilmente l’osservatore e narratore più distaccato che compassionevole.

Un osservatore, però, che proprio nell’apparente freddezza da reporter – sottolineata da interpretazioni vocali composte e quasi ironiche, quando non sarcastiche – riesce a trascinare l’ascoltatore dentro il film sonoro che sta proiettando: e appare incomprensibile, oggi, come all’uscita dell’album molti non ne abbiano compreso la grandezza: piuttosto apprezzato dai critici europei, negli Stati Uniti venne letteralmente linciato. “Rolling Stone”, dopo aver definito “Berlin”, in un servizio-intervista pubblicato prima dell’uscita, “il ‘Sgt. Pepper’s...’ degli anni Settanta”, lo stroncò in sede di recensione, definendolo “la fine di una promettente carriera”; per poi però, l’anno seguente, ripudiare quel giudizio: “E’ un disco amaro, onesto, uno dei concept album meglio realizzati”). Ma ormai Lou Reed era uscito da quella fase di autoanalisi, ed era diventato il “rock’n’roll animal” che le platee apprezzavano moltissimo. Secondo molti, “Berlin” rimane il capolavoro di Lou Reed, il disco che meglio riassume la poetica dell’artista e che, anche musicalmente, meglio sta in equilibrio fra le suggestioni velvettiane e la decadenza glam; e rileggendo in prospettiva la carriera discografica dell’artista, se ne ritrovano segni in dischi posteriori come “Street Hassle”, “The Bells”, “New York”, fino a “Magic and Loss” (“Sad Song”, solenne e quasi operistica, rimane uno dei brani più impressionanti dell’intera produzione dell’artista, ed è indubbia la sua risonanza in uno dei brani più sinificativi del “The wall” pinkfloydiano, pure prodotto da Ezrin - riascoltate gli archi di "Comfortably numb").

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