Lory Muratti: “Giorni deserti", da Altrove a Rockol

La storia della nascita di un disco, raccontata dal protagonista
Lory Muratti: “Giorni deserti", da Altrove a Rockol

La telefonata di Franco Zanetti mi raggiunse al passo 10748 del mio incedere ostinato, andata e ritorno, dal lago al cancello. Era quello il tragitto sul quale tu ti avventuravi quando sentivi di dover rimettere in ordine i pensieri, quando le emozioni ti prendevano le mani agitandole, quando non riuscivi più a tenere aperti gli occhi dalla stanchezza, ma ti trascinavi lo stesso in giardino. A quell'epoca non potevo ancora sapere cosa ti spingesse a comportarti in quel modo, cosa fosse a innescare le agitate visioni che ti prendevano all'improvviso o cosa sarebbe stato di noi. 


La prima volta che ti sorpresi prigioniera di quel procedere insensato e assente, provai spavento. Fu solo col passare del tempo che lo spavento si trasformò nella curiosità di comprendere il tuo oscillare come sonnambula di giorno e infine in desiderio che la vita rallentasse per permettere a te di camminare, a me di guardarti andare e venire senza meta e a tutto il resto di scomparire sullo sfondo. Ora che il mondo si era davvero fermato, avrei voluto soltanto ignorarlo per osservarti fare avanti e indietro a quel modo, ma tutto quello che potevo fare era fingere di averti ancora lì. 


Fissai a lungo il telefono nella speranza di decifrare come mi sentivo, prima che si stancasse di squillare. Indaffarato com'ero nel ricordo dei tuoi passi, non ero certo che avrei saputo rispondere con tono sicuro al «come stai?» che avrebbe fatto seguito al mio dire «pronto». Del resto come potevo considerarmi pronto ad affrontare un'altra voce, anche se amica, dopo quei primi giorni di isolamento, dopo quella passeggiata di memorie, dopo averti a lungo immaginata? Avevo chiamato Franco senza successo quando il sole, cadendo sui tasti del pianoforte da me tormentato al risveglio, mi spingeva a cercare il confronto. Rassicurato dalla forza di ricominciare da capo, inseguita e ritrovata all'aprirsi di una nuova giornata, potevo imprimere coraggio alla mie parole, potevo sorridere ed essere gradito, ma ora? Avrei saputo ignorare i dubbi al tramonto? Sarei stato in grado di sciogliere la preoccupazione e il disagio con cui notizie confuse mi avevano poco alla volta avvelenato col passare delle ore? 


«Dove ti trovi?» fu per fortuna la domanda con cui lui diede seguito al nostro saluto, togliendomi così dall'imbarazzo di non saper descrivere il mio stato d'animo. 
«Al lago» dissi tentennando e lui comprese. 
«Di nuovo?» Sapeva che ero tornato a cercarti nel luogo in cui ti avevo vista l'ultima volta. 
«Almeno da qui le cose non possono apparire più immobili di quanto non siano sempre state» dissi facendolo credo sorridere e sorridendo a mia volta del suo dire: 
«Pensa che io sono invece recluso a Parigi con un Mac del 2005.»
Ovviamente il problema non era Parigi, e nemmeno le prestazioni non aggiornate di un computer vetusto che non gli sarebbe stato certo più gradito anche fosse stato l'ultimo modello. Il problema era l'essere costretto a usare quel mezzo come principale veicolo di scambio e, in aggiunta a ciò, il non poter decidere di partire in qualsiasi momento. Per Franco, come per me, il progresso informatico avrebbe potuto benissimo fermarsi al punto in cui ci aveva dato accesso a missive elettroniche grazie alle quali scambiarci informazioni in modo più rapido. Punto. Per condividere ciò che reputavamo davvero importante continuavamo a preferire metodi più tradizionali. 


A lui spedivo la prima bozza di ogni mio romanzo per raccogliere impressioni, a lui chiedevo suggerimenti inviandogli i pronti ascolti dei dischi che mi vedevano impegnato, avendo cura di fargli sempre pervenire tutto in formato fisico. Era bello sapere che qualche anno dopo mi avrebbe detto: «Traslocando ho ritrovato i primi mix di un tuo vecchio disco» oppure «Ieri ho riletto le bozze di quel libro che avevi scritto in hotel». «Non lo avevo scritto in hotel Franco, era la storia di un hotel ideale fatto di stanze della memoria.» «Appunto, non è forse lì dentro che vivi?». 
Un'ironia sottile sullo sfondo delle nostre comunicazioni, la promessa spesso disattesa di rivederci presto nonostante le distanze e ogni volta la consolatoria soluzione a un quesito solo in apparenza di poco conto. Domande simili fra loro, eppure del tutto diverse da quella che avevo in serbo per lui quella sera: «Come credi che potrei dare un senso a questi giorni?» chiesi nel momento esatto in cui, con l'esaurirsi degli aggiornamenti reciproci, svoltavamo sull'altro lato della conversazione, quello più sentito. 


«Scrivi. Suona. Racconta da lì quello che vedi. A volte è necessario miniaturizzare per avere un'idea di ciò che accade oltre il nostro sguardo» disse lui sicuro «e quando hai fatto... mandami una cartolina video. Potremmo farne una serie su Rockol, cosa ne pensi?» 
Silenzio. Raccoglievo sempre le sue proposte con qualche istante di silenzio e quella sera la pausa fu più lunga e densa del solito. Lo sentivo respirare in attesa che io prendessi la parola mentre, fermatomi sulla riva, alzavo gli occhi alla collina di Osmate, sull'altro lato del lago. Il vento di marzo ridisegnava l'orizzonte di colori puliti e di coscienze sporche. Qualcuno stava giocando con le nostre vite. Fotografare quel momento di aria sottile e disincanto infiltrandovi parole e musica sovversive era davvero il contributo più importante che potessi dare da dove mi trovavo? 


Non ricevendo risposta Franco riprese a parlare: «Se sei lì è perché non riesci a dimenticare: e allora ricorda. Credo che in molti là fuori abbiano bisogno di trovare conforto in questo momento. Se hai qualcosa di importante da dire, fallo ora.» Mi stava proponendo di prendere in carico il mio ricordo di te, e io, annuendo, stavo accettando di accoglierti e tenerti ancora al mio fianco per tutto il tempo che avrei passato nell'ex ricovero barche. 
Nelle strade un'epidemia sconosciuta e contemporanea stava ridisegnando le nostre vite, e chi doveva decidere per noi aveva scelto di separarci senza considerare che nulla ci avrebbe potuti tenere lontani da coloro a cui desideravamo restare accanto. Suonare e scrivere di te sarebbe stato allora il modo migliore di usare quel tempo dando voce alle mie emozioni che, in quei giorni deserti, sentivo essere anche quelle di altri. A farle arrivare a destinazione avrebbe pensato lui. 
Amplificatori di note e parole che altrimenti sarebbero rimaste non suonate e non dette, Franco e il giornale a cui aveva dedicato una consistente parte della sua vita mi tendevano la mano indicandomi la strada.

Risposi: «Lettere da Altrove.» «Mi sembra un titolo adatto. Potresti scriverle finché durerà questo momento.» «Lo farò» dissi riprendendo a camminare mentre musiche lontane affioravano alla mia coscienza. «Prometti però che se dovessi mai trarne spunto anche per un disco, lo stamperai in vinile» disse lui prima di congedarsi. «Sarà così Franco, te lo prometto» risposi fermandomi nello stesso punto in cui era iniziata la nostra telefonata. 
Sapevo che quel disco lo avrei realizzato davvero. Avrebbe avuto i colori del lago al tramonto e il coraggio di non nascondersi che ha un raggio di sole al mattino.

Lory Muratti


Ecco le "Lettere da Altrove" pubblicate da Rockol lo scorso aprile:

La prima puntata è stata pubblicata il 3 aprile 

La seconda puntata è stata pubblicata il 6 aprile 

La terza puntata è stata pubblicata l'8 aprile 

La quarta puntata è stata pubblicata il 10 aprile

La quinta puntata è stata pubblicata il 14 aprile

La sesta puntata è stata pubblicata il 17 aprile

La settima puntata è stata pubblicata il 21 aprile

L'ottava puntata è stata pubblicata il 24 aprile

La nona puntata è stata pubblicata il 28 aprile

La decima puntata è stata pubblicata l'1 maggio

 

Da oggi, mercoledì 21 ottobre, è in radio e disponibile in digital download e sulle piattaforme streaming “Giorni deserti”, il nuovo singolo del producer, scrittore e regista Lory Muratti che anticipa l’originale spoken album “Lettere da altrove” (Riff Records / the house of love) in uscita il 30 ottobre. E' online il video del brano visibile al seguente link:


 

Il videoclip del singolo, scritto, diretto e montato dallo stesso Lory Muratti, è stato girato in un vecchio ricovero barche sulle sponde del lago di Monate (Varese), esattamente negli stessi luoghi in cui è stata ambientata la storia raccontata nelle otto tracce che compongono il concept album “Lettere da Altrove”. Rappresentazione metaforica del “luogo-non luogo” in cui il mondo si è trovato a far scorrere i giorni durante il lockdown di marzo e aprile, questo video è il primo capitolo di una trilogia che accompagnerà con tre visual l’album in uscita il 30 ottobre.
 

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