Jon Bon Jovi e quella volta che ebbe a che fare con Donald Trump

Il rocker del New Jersey e il presidente degli Stati Uniti si trovarono in competizione per l'acquisto di una squadra di football, ma qualcuno giocò sporco...
Jon Bon Jovi e quella volta che ebbe a che fare con Donald Trump

Jon Bon Jovi in questo periodo è impegnato nella promozione dell'ultimo album pubblicato un paio di settimane orsono dalla band di cui è frontman e principale autore, "2020" (leggi qui la nostra recensione).

Il disco è una fotografia scattata dal suo punto di vista dell'anno in corso. Il musicista del New Jersey con le sue canzoni ha voluto commentare quanto di molto importante sta accadendo nel mondo – la pandemia da Coronavirus – e in casa sua, negli Stati Uniti – il movimento antirazzista Black Lives Matter e il mandato del presidente Donald Trump che, il prossimo 3 novembre, verrà testato dal popolo americano con le elezioni che lo vedranno contrapposto al candidato democratico Joe Biden.

A proposito di Trump Bon Jovi ha ricordato, in una intervista rilasciata a GQ, un episodio di una manciata di anni fa in cui lo vide contrapposto al presidente degli Stati Uniti. Non sono affari che riguardano la politica oppure la musica, bensì lo sport. Per la precisione, il football.

L'episodio risale al 2014. Pare che Donald Trump abbia impedito a una cordata di imprenditori con sede a Toronto, in Canada, di cui faceva parte anche Bon Jovi, di acquistare la squadra di football dei Buffalo Bills. Presumibilmente anche Trump era interessato all'acquisto del team, ma sapeva che non sarebbe stato in grado di superare l'offerta del musicista e del suo gruppo, così assunse l'agente Michael Caputo per organizzare una campagna diffamatoria e mettergli contro i cittadini di Buffalo.

Nacque allora un gruppo di attivisti chiamato '12th Man Thunder' che creò in città 'zone libere da Bon Jovi', con Caputo, deus ex machina, dietro le quinte a tirare le fila. Per fare un esempio, i DJ delle radio della città iniziarono a non programmare più le sue canzoni. La principale parte del piano messo in atto da Caputo però mirava a convincere gli abitanti di Buffalo che Bon Jovi e i suoi partner una volta acquistata la squadra l'avrebbero trasferita, oltre confine in Canada. La qual cosa è negata con forza da Bon Jovi, dicendo, tra l'altro, che quella fu una delle delusioni più grandi della sua vita: "Posso giurarlo su una pila di Bibbie, perché ebbi un duro confronto con i partner: 'Non ce la faremo se non la teniamo qui'. Stavo chiamando il consigliere comunale, dicendogli: 'Mi trasferisco a Buffalo, New York!'".

Alla fine la squadra non venne acquisita nè dal gruppo di Bon Jovi e neppure da Donald Trump. A spuntarla fu Terry Pegula, un uomo d'affari locale che era già proprietario della squadra di hockey su ghiaccio di Buffalo. Continua il rocker: "Ci presentammo con un miliardo, seduti lì con l'assegno. E avremmo potuto facilmente comprare a qualsiasi prezzo. Non riuscimmo a tornare in quella stanza. [Pegula] disse, 'Cosa devo fare per non lasciare questo tavolo senza la squadra?'". Dice ancora Bon Jovi per chiudere il discorso: "Non tornerò mai più nella città di Buffalo. Non vedrete mai più la mia faccia a Buffalo. L'ho cancellata dalla mappa."

Cambiando tema e parlando di come il successo possa averlo o non averlo cambiato il 58enne rocker è tornato con la memoria agli anni Ottanta quando i Bon Jovi ebbero il loro enorme successo: "Ricordo quando eravamo giovani e "Slippery When Wet" (pubblicato nel 1986) era il nostro "Thriller" o "Like A Virgin". Ricordo che dicemmo di non essere cambiati. Ma tutti intorno a noi lo erano. Anche i nostri genitori ci guardavano in cerca di risposte perché eravamo diventati famosi, ci siamo detti, 'È fottutamente strano'. Ciò che ci ha bruciato dopo "New Jersey" (uscito nel 1988) è stato l'avere due grandi album consecutivi e fare un tour di 240 concerti. Anche se, in retrospettiva, non do la colpa ai manager, agli agenti, agli avvocati e a tutte le cose che ci hanno fatto lavorare, perché è accaduto ad ogni band di successo a quel punto della carriera. O cadi all'indietro ed è finita o lo capisci e vai avanti. Trovammo l'aiuto dopo "New Jersey" da un paio d'anni di pausa per renderci conto che non eravamo noi. Ci siamo riuniti abbiamo mantenuto la fede e siamo andati avanti. I Guns N'Roses ci hanno impiegato 25 anni per fare un altro disco. Sono tornati indietro e sono caduti dal precipizio, noi siamo andati avanti."

Chiude dicendo: "Quando mi sono divertito con una casa a Malibu, in California, mi sono detto, 'Dobbiamo andare. Questo non fa per me.' Era tutto intorno a me. E ora quelle persone sono morte o divorziate oppure tossicodipendenti, o in istituti psichiatrici. Storie di questo genere. Questa roba non fa per me, me ne devo andare."

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