Il 'medioevo digitale' secondo Piotta

'Lo streaming è piramidale, e ha creato una realtà dove pochissimi hanno tantissimo (e continueranno ad avere ancora di più) e tantissimi hanno poco o niente'
Il 'medioevo digitale' secondo Piotta

In pochi hanno gli strumenti per decifrare lo stato del settore musicale attuale che possiede Tommaso Zanello: tra le colonne della scena hip hop capitolina come Piotta, il rapper è anche titolare di un'etichetta discografica - la Grande Onda - che presenterà due emergenti, Chico e Alessandro Proietti, alle selezioni per Sanremo Giovani, oltre che delegato per il settore musica di NUOVOIMAIE, la collecting che cura gli interessi di artisti, interpreti ed esecutori. Tra le criticità dello streaming - soprattutto per giovani e indipendenti, il blocco dei live e i problemi di artisti e addetti del settore, ecco perché artisti, industria e politica devono lavorare gomito a gomito per permettere all'industria creativa di continuare a crescere, senza chiudere nessuno fuori dalla porta...

 

Il modello di business offerto dalle piattaforme streaming come Spotify, Apple Music e altri è davvero sostenibile, specie per gli artisti più giovani?

Lo streaming non è la cosa migliore, ma qual è l'alternativa? Oggi come oggi non vedo altre vie che garantiscano sostenibilità al mercato. Il digitale è piramidale, e ci ha proiettati in un medioevo cibernetico, con pochi feudatari ricchissimi e una moltitudine di servi della gleba. Quello dello streaming è un mercato spietato, perché più sei forte più hai possibilità di diventare ancora più forte. E' come negli schemi di multi-level marketing, dove chi sta in cima alla piramide si autoalimenta sulle spalle - cioè sui margini - dei tanti che stanno sotto. Sinceramente non vedo, da parte del mercato, la volontà di migliorare: gli artisti e le collecting stanno facendo valere i loro diritti, ma un vero cambiamento - in questo scenario - può arrivare solo dall'interno. Sia chiaro, non sono contro il digitale, che ha una grande immediatezza: ho solo diverse perplessità sulla sua gestione, che mi sembra poco lungimirante. Tanta ricchezza in poche mani esclude dal gioco moltissimi potenziali fornitori di contenuti. Basandosi questo mercato sui contenuti, se fossi al timone di una grande azienda di streaming troverei questa prospettiva preoccupante.

 

Forse anche il pubblico ha dato la musica troppo per scontata, proprio in virtù dell'estrema accessibilità della stessa: oggi con uno smartphone e senza spendere una lira si può ascoltare - legalmente - di tutto...

Il pubblico sa benissimo che senza pagare la musica gli artisti non campano. Prima del Covid, tuttavia, il problema era ammortizzabile: il mercato dei live era cresciuto a dismisura, quasi a livelli di bolla speculativa, e controbilanciava quello discografico. Poi i concerti si sono fermati, i mercati hanno smesso di alimentarsi a vicenda svelando quello che anche prima della pandemia era facilmente intuibile, cioè che il solo mercato discografico, per le realtà medio-piccole, non è sufficiente. Conosco molti artisti, anche molto bravi, che in questi mesi si sono messi in discussione: credo che spetti alla politica e a chi è a capo di queste grandi strutture commerciali trovare una soluzione. Tenere per sé tutti i soldi senza redistribuirli almeno in parte non garantirà il futuro alle grandi società.

A metà settembre un ex dirigente di Spotify accusò le etichette di erodere le revenue destinate da Spotify agli artisti...

Non sono le etichette a pagare poco: il fatto è che le etichette prendono poco, dallo streaming. Senza contare che ci sono aggregatori e intermediari che trattengono una percentuale del guadagno che dalle piattaforme - via etichette - dovrebbe arrivare agli artisti. Il problema, per come lo vedo, è a monte.

 

Sempre in tema di streaming, credi che i live sul Web possano rappresentare una fonte di sostentamento per gli artisti fino alla ripresa totale delle attività live?

Come soluzione provvisoria ci sta. Anche dal punto di vista economico, credo che certi eventi - come quello di Travis Scott su Fortnite - siano validi, ma credo sia difficile applicare questi modelli su scale più piccole. Perché dovrei pagare per stare da solo, a casa, a vedere un concerto che vedrei in un club? Per chi ha la mia età il live significa soprattutto aggregazione, stare insieme: è un aspetto quasi tribale, ed è quella la sua forza. In cuor mio spero che questa moda dei live in streaming passi con il passare della pandemia: lo dico per ragioni generazionali, anche se so che è difficile da comprendere. Spiegare la bellezza del live "in presenza" è come spiegare l'amore.

 

Il DL Agosto ha esteso il Tax Credit a tutte le produzioni discografiche: da discografico, credi che questo provvedimento possa essere concretamente d'aiuto o pensi che le istituzioni avrebbero potuto fare di più?

Ogni iniziativa in questo senso è benvenuta, ma sempre di burocrazia si tratta, e la burocrazia è di per sé farraginosa. Un conto è annunciare un provvedimento in termini politici per ottenere un titolo su un giornale, un conto è il lato pratico, e il lato pratico non è sempre facile. Anzi. Per le partecipazioni a Sanremo Giovani di Chico e Alessandro Proietti io e un mio collaboratore abbiamo lavorato 48 ore per riempire tutti i moduli: non sto dando la colpa a nessuno, so che la burocrazia è così...

 

Fedez, solo pochi giorni fa, ha fatto appello agli artisti e alle società di booking per fornire un sostegno concreto ai lavoratori dello spettacolo, alla luce dei risultati non esageratamente brillanti delle iniziative prese fino a ora nei loro confronti: credi sia una soluzione valida?

Quella di "lavoratori dello spettacolo" è un'etichetta che raggruppa molte categorie con esigenze diverse, come tecnici, fonici, turnisti e molte altre. C'è di tutto e di più. E' difficile trovare un baricentro che accontenti tutti. Ci vuole onestà intellettuale e umana per avviare una richiesta congiunta che il legislatore veda come un unicum, e che allo stesso tempo cerchi di soddisfare le esigenze di tutti.

 

In qualità di delegato per il settore musica di NUOVOIMAIE, che idea ti sei fatto dell'impatto che le misure in sostegno agli artisti prese a partire dall'inizio dello scorso marzo dall'Istituto hanno avuto sui tuoi colleghi?

Data la quantità di denaro immesso nel sistema NUOVOIMAIE di più non poteva fare, vista anche la velocità con la quale è stato attuato il provvedimento: non vorrei sbagliarmi, ma siamo stati i primi a farlo, prima ancora dello Stato. Ci hanno scritto artisti che piangevano di gioia, persone che hanno figli, e che grazie al sussidio sono riuscite a pagare l'affitto o le bollette. Le misure si sono rivelate utili, ma - purtroppo - il problema Covid non è terminato: con i provvedimenti a beneficio dei soci abbiamo messo una toppa, ma la falla nello scafo è ancora aperta, e NUOVOIMAIE da solo non può bastare. Occorre un lavoro di concerto tra tutti, collecting e istituzioni. L'Istituto sta andando anche bene, ma finché le attività non torneranno a regime le collecting, inevitabilmente, soffriranno: un'idea potrebbe essere trovare il modo di organizzare concerti che siano allo stesso tempo sicuri e sostenibili economicamente parlando, perché - dati alla mano - la capienza ridotta non permette di esserlo...

 

La scorsa estate qualche promoter indipendente ci ha provato, a continuare...

E' stata data l'impressione che si potesse tornare a fare musica, ma non è vero: si possono fare eventi singoli, particolari, ma non tornare alla normalità. Forse era meglio fermarsi tutti, per dare un segnale più forte, ma con questo non dico che chi ha fatto questa scelta abbia sbagliato: è solo la mia opinione.

 

Leggi qui le puntate precedenti di Osservatorio NUOVOIMAIE.

Dall'archivio di Rockol - I workshop di Rockol per la Milano Music Week: Piotta e Nuovo IMAIE spiegano il ‘Marketing per artisti’
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