David Byrne e la festa musicale di 'American Utopia'

Dagli schermi del London Film Festival arriva il film di Spike Lee tratto dallo spettacolo ideato da David Byrne andato in scena a Broadway
David Byrne e la festa musicale di 'American Utopia'

di Viola Pellegrini (Londra)

David Byrne è da sempre attratto dalla possibilità di dar vita a una realtà alternativa sul palco. Già nel leggendario live immortalato in “Stop Making Sense”, i Talking Heads sembravano creare, assieme ai propri musicisti, una sorta di comunità ideale guidata da una miriade di suoni e ritmi.

Contrapponendosi a tanti colleghi che facevano della spettacolarità l’attrazione principale dei loro concerti, l'artista scozzese naturalizzato statunitense non ha mai proposto show altamente scenografici, preferendo uno stile più vicino al teatro, in modo da sottolineare il contributo di ogni singolo musicista. Questa idea performativa – che ha avuto origine nell’ultimo periodo con i Talking Heads e si è sviluppata nei lavori solisti – trova il massimo esempio in “American Utopia”, da cui è tratto il film diretto da Spike Lee.

Nato come tour in supporto all’omonimo album del 2018, “American Utopia” è successivamente stato adattato in uno spettacolo teatrale andato in scena all’Hudson Theatre di New York – “il progetto più ambizioso dai tempi di 'Stop Making Sense'” - ha dichiarato lo stesso Byrne.

Quanto messo in scena in “American Utopia” è effettivamente impressionante: quando il tour era arrivato a Londra per un’indimenticabile serata all’Hammersmith Apollo, ai presenti era sembrato di prendere parte ad una festa sonora che evidenziava quella connessione umana purtroppo assente nella quotidianità.

Il titolo dello spettacolo (e dell’album) non è infatti mero sarcasmo: allontanandosi dai testi impregnati dall’ansia esistenziale che dominavano le canzoni dei Talking Heads, Byrne si concentra sugli aspetti positivi che lo circondano, chiedendosi se un modo di vivere alternativo a quello attuale sia possibile. La risposta, almeno in questo contesto, sembra essere una realtà in cui musicisti e pubblico confluiscono in un unico organismo alimentato dalla musica. “In questo show ci liberiamo di tutto quello di cui non abbiamo bisogno. A restare siamo noi e voi”, dice Byrne introducendo la gioiosa “Everyday Is A Miracle”.

Una prima versione di quella che sarà in seguito la caratteristica di “American Utopia” era già visibile nel tour dell’album “Love This Giant”, collaborazione tra Byrne e St Vincent. In quell’occasione, alcuni musicisti si spostavano da una parte all’altra della scena seguendo una coreografia; le percussioni e le tastiere restavano però ancorate al limite del palco. In “American Utopia” è l’intero corpo musicale, formato da Byrne e da altri undici elementi, a muoversi liberamente abbandonando la tradizionale gerarchia dei live. L’ambiente in cui danzano, su coreografia di Annie-B Parson, è delimitato da una scenografia minimale volta ad enfatizzare la vuotezza del palco. A riempire lo spazio è l’entusiasmo, l’elettrizzante vitalità del gruppo che, a brani estratti dalla carriera solista di Byrne, alterna i grandi classici dei Talking Heads, “Once In A Lifetime”, “This Must Be The Place”, “Slippery People” e “Born Under Punches (The Heat Goes On)”.

Quello proposto a Broadway è uno spettacolo rivisitato rispetto a quanto visto nel tour: oltre all’aggiunta di brani come “Don’t Worry About The Government”, “Glass, Concrete & Stone” e “Road to Nowhere”, è percepibile un’enfatizzazione dell’elemento narrativo per mezzo di brevi introduzioni ad alcuni pezzi: “Hugo Ball (fondatore del movimento Dada) scriveva per cercare di dare un significato ad un mondo privo di senso. Questa canzone è basata su una sua poesia” spiega Byrne lanciandosi in “I Zimbra”, estratta dall’album dei Talking Heads “Fear of Music”.

Ciò che colpisce in “American Utopia” è la volontà di creare uno spettacolo in cui ogni musicista sia al centro del palco; nell’immaginario di Byrne non c’è spazio per virtuosismi, ognuno dei presenti concorre a creare un’atmosfera egualitaria, priva di distinzioni – antitesi della realtà che scandisce le nostre vite.

A risultare stupefacente è anche la naturalezza con cui a momenti strettamente euforici - ce ne sono molti, ma su tutti citiamo la travolgente esecuzione di “Burning Down the House” – seguono episodi toccanti, come l’interpretazione del brano di Janelle Monàe “Hell You Talmbout”, in cui vengono elencati i nomi di persone uccise per motivi razziali. Sono pochi gli artisti che riescono a giustapporre una narrativa alternata all’interno dei propri concerti, e in questo senso, Byrne si conferma maestro dello storytelling emotivo.

La macchina da presa di Spike Lee sembra danzare insieme al gruppo: non era certamente facile replicare la frenetica vitalità dello show, ma Lee - grazie ad una regia mai statica, fatta di dettagli, primi piani, riprese in plongée e movimenti di macchina alla Busby Berkeley – cattura l’essenza di “American Utopia”, aggiungendo il suo tocco distintivo in “Hell You Talmbout”. Qui, alla performance di Byrne e i musicisti, Lee alterna immagini con le foto delle vittime, provocando un effetto che, nella sua potenza comunicativa, è simile alla suggestiva sequenza in apertura a “Da 5 Bloods”, dove la voce di Marvin Gaye si sovrappone a filmati di repertorio delle proteste contro la guerra in Vietnam.

“James Baldwin credeva che questo paese avesse ancora una possibilità, siamo un work in progress, tutto può ancora cambiare”, afferma Byrne, avviandosi verso la conclusione con la toccante “One Fine Day”.

Che “American Utopia” fosse uno dei migliori show di tutti i tempi era già chiaro. Il film di Lee ha però il merito di metterne in luce un aspetto più significativo: “American Utopia” verrà ricordato come un’importante testimonianza sociale, ma soprattutto, come un messaggio intriso di quell’inestinguibile caratteristica umana che è la speranza.

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