The Red Krayola: guida all'ascolto di "Coconut Hotel"

I dischi "imperdibili" raccontati e spiegati da Enrico Merlin
The Red Krayola: guida all'ascolto di "Coconut Hotel"

THE RED KRAYOLA: "COCONUT HOTEL"
Drag City, 1995, registrato nel 1967

Ciò che è, ciò che sarebbe potuto essere, ciò che non è mai stato… Queste sono le prime cose che mi vengono in mente ascoltando e riascoltando "Coconut Hotel" di The Red Krayola. Dopo aver realizzato un album piuttosto sperimentale nel 1966, il trio registra qualcosa che difficilmente può trovare una definizione univoca. Si tratta di una serie di composizioni/improvvisazioni strumentali che ben poco hanno a che spartire con ciò che normalmente viene identificato come Rock o come Jazz… Forse lo spirito è più vicino a quello di certa musica contemporanea, dodecafonica, aleatoria, minimalista… ma la sonorità è invece parente più stretta del Rock psichedelico e delle astrazioni cosmiche di Sun Ra. Il corpo principale è costituito da 36 «brani» da un secondo (!), riduzione ai minimi termini di una qualunque espressione melodica, armonica, dinamica e ritmica… come se ogni composizione collassasse in un punto, ideale metafora del celebre racconto "Tutto in un punto" dalle Cosmicomiche di Italo Calvino.

Tutti i microbrani sono eseguiti con lo stesso organico (pianoforte, percussione, tromba), per cui l’unità formale viene mantenuta principalmente attraverso l’omotimbricità. Un’idea straordinaria che anticipa "You Suffer" dei Napalm Death e i "Nerve Event" dei Doctor Nerve; li anticipa solo anagraficamente però, perché "Coconut Hotel" fu rifiutato dall’etichetta International Artists nel 1967 e rimase inedito fino alla pubblicazione, nel 1995, da parte della Drag City. Oggi l’album riacquista il suo posto d’onore nella storia, ma per decenni è rimasto una sorta di chimera di cui poco si sapeva. Ognuno dei brani rimanenti è caratterizzato da peculiari espedienti formali, timbrici ed espressivi. "Boards" è gestito dalle tastiere, "Water Pour" è un intreccio di strumenti a corde e sciabordii d’acqua, "Organ Buildup" è un possente crescendo su un unico accordo d’organo, in "Vocal" voci, bottiglie soffiate, percussioni ed effettistica creano una tessitura sparsa; "Free Guitar" sembra un deragliamento del convoglio John Fahey, altro episodio a corde è "One-Minute Imposition", chiudono l’album "Piano" e "Guitar" che altro non sono se non quello che promettono… Disturbante, paradossale e immancabile.

 

Enrico Merlin


Questa scheda è tratta da "1000 dischi per un secolo", di Enrico Merlin (Il Saggiatore), per gentile concessione dell'autore e dell'editore.

Enrico Merlin, musicista e musicologo, nella composizione e scrittura del volume ha cercato di tracciare la storia della musica occidentale registrata, attraverso la selezione di 1000 opere sonore che fossero innovative in almeno uno dei sei parametri di cui la musica è composta: melodia-armonia-ritmo-timbro-dinamica-espressività. Per ognuna di esse ha realizzato una sorta di guida all'ascolto in cui vengono raccontate le motivazioni per cui quel disco è di fatto una pietra miliare. Mancano diversi dischi famosi, mentre vi sono opere seminali, ma di nicchia, che malgrado uno scarso successo di pubblico hanno lasciato un segno profondo in altri artisti contemporanei o successivi. Le schede non sono quindi delle recensioni, quanto piuttosto dei suggerimenti d'ascolto, dei trampolini di lancio per andare alla scoperta di nuovi mondi sonori e, perché no, trovare qualche conferma.

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