David Bowie: "The man who sold the world", la storia dell'album (parte 2)

Ricorre oggi il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "The man who sold the world"; nei giorni scorsi ne abbiamo raccontato la storia di tutte le canzoni; ieri e oggi abbiamo trattato l'album nel suo complesso.
David Bowie: "The man who sold the world", la storia dell'album (parte 2)

Certamente una cosa che Bowie aveva appreso dagli Hype era che, giorno dopo giorno, le canzoni acustiche gli risultavano meno piacevoli di prima. Come provavano il rapido boom di Led Zeppelin e Black Sabbath e la definitiva affermazione dei Deep Purple (per non parlare dell’irrobustimento in chiave hard con cui Who e Ten Years After avevano investito il pubblico a Woodstock), il gusto degli ascoltatori stava cambiando. 
Pur avendo accantonato Major Tom, le ipotesi su altri mondi erano ancora ben salde nelle riflessioni di Bowie, e qualche anno dopo riparlando di "The man who sold the world" gli sovvenivano soprattutto le visioni su “una società tecnologica privata dell’elemento umano”, oltre a “tutti i miei problemi familiari in forma di racconti di fantascienza”.


Questo non vale per tutto il materiale: non è il caso, naturalmente, di "Running Gun Blues", con i suoi agganci alla guerra del Vietnam e a un soldato psicotico. Può certamente esser ricondotta alla prima definizione "Saviour Machine", e con lei forse la post umana "The Supermen", mentre la seconda definizione chiama in causa "All The Madmen": “Ero molto
preoccupato per le vicende psichiatriche dei miei familiari e di come anch’io potessi avere dei problemi in questo senso”. Viceversa, se c’è qualcosa di cosmico in "After All" è la disillusione per il sogno hippy, con toni ancora più sinistri di quelli già descritti in "Cygnet Committee".
Malgrado il matrimonio di Bowie e la recente pubblicazione di "The Prettiest Star" come singolo, è importante registrare l’assenza di canzoni d’amore nell’album, pur annotando il compiacimento sessuale in stile Mick Jagger di "She Shook Me Cold". 


Alla fine il tema prevalente, in un disco che già doveva essere bifronte dal punto di vista sonoro, con una
metà acustica e una elettrica, è l’archetipo del doppio.
La prima testimonianza all’interno del terzo LP si trova già in "The Width Of A Circle"; qui Bowie si misura con la prima delle tre “doppie identità” dell’album (le altre sono l’inquietante Uomo Che Vendette il Mondo della title track e in una certa misura Terry, il fratello maggiore schizofrenico in "All The Madmen". Ma in fondo anche "After All" lo vede entrare in aperta contraddizione con se stesso quando a fine canzone invita gli ascoltatori a lasciar perdere, dimenticare quanto ha appena detto e far finta di niente. Tirandolo per i capelli, c’è un possibile Doppelgänger anche in "Black Country Rock", quando con la voce fa il verso a Marc Bolan.


Persino la copertina e la pubblicazione, incidentalmente, sono doppie: l’uscita americana anticipò quella britannica di qualche mese (senza alcun beneficio), con un disegno di marca fumettistica di Michael J. Weller intitolato Metrobolist a sostituire la foto da madamigella scattata da Keith MacMillan nella signorile nuova casa di Bowie. Nel disegno un cowboy con fucile passa davanti al manicomio di Cane Hill del quale il fratello Terry era ospite volontario, un edificio vittoriano già poco noto agli inglesi e ancora più inutile come icona per il pubblico americano. C’è un fumetto accanto a lui come se stesse dicendo qualcosa; ma è completamente bianco. Apparentemente il disegno piacque così tanto a Bowie che per qualche giorno accarezzò l’idea di chiamare l’album "Metrobolist" (e con questo titolo è stato recentemente ristampato). In ogni caso per la ristampa RCA del 1972 entrambe le copertine furono soppiantate da una foto in bianco e nero di Bowie/ Ziggy Stardust, non appena un altro famoso alter ego bowiano era salito al proscenio.


"The man who sold the world" fu recensito con toni benevoli dai critici, specialmente americani, grazie alla casa discografica, che trovò modo di incoraggiarli. John Mendelsohn scrisse su "Rolling Stone" che la voce era piuttosto metallica ma il disco complessivamente eccellente, anche se “preferibilmente per l’ascoltatore abbastanza in sé da confrontarsi con la sua schizofrenia” e frutto di “una visione del mondo permeata di amarezza e ironia”. Per il britannico "Melody Maker" il disco aveva momenti di “brillantezza assoluta e una scrittura inventiva e insolita”.
Nonostante questo, il disco si rivelò il terzo flop su tre per un album di Bowie, salvo raggiungere il n. 24 in patria tre anni dopo, sulla scia del successo di "Ziggy Stardust". Per anni oscurato dai lavori successivi, l’album ha prepotentemente conquistato un posto di primo piano a partire dagli anni ’90, grazie soprattutto alla cover della title track proposta dai Nirvana, che hanno reso il brano "The Man Who Sold The World" uno dei più noti in assoluto di Bowie. Strano destino per un pezzo e un album che sembravano esser stati messi in un cassetto dal loro autore e nemmeno degnati di un singolo dalla casa discografica.


La verità è che il 7 maggio, durante le sedute, Ken Pitt si era fatto da parte e Tony DeFries aveva preso il suo posto come manager. Il signore inglese di stampo antico era stato sostituito dallo spregiudicato americano che alla crescita dell’artista anteponeva il conseguimento del successo. Se Bowie aveva perso interesse in quell’album che sapeva di sottoscala era anche perché il suo nuovo mentore lo stava incoraggiando verso una deliberata grandeur. I risultati si sarebbero visti nel giro di un paio d’anni.

(Paolo Madeddu)

 

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.

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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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