David Bowie: "The man who sold the world", la storia dell'album (parte 1)

All'approssimarsi del cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "The man who sold the world" ne abbiamo raccontato in questi giorni la storia di tutte le canzoni; scriviamo ora dell'album nel suo complesso.
David Bowie: "The man who sold the world", la storia dell'album (parte 1)

La prima nota è un feedback di chitarra, quasi un biglietto da visita di Mick Ronson. Ma soprattutto un segnale, per quei pochi che stavano seguendo lo strano percorso di David Bowie, che bisognava essere pronti a tutto. Per esempio, a un album di rock ruvido e ogni tanto deliberatamente pesante, con testi che omaggiavano Aleister Crowley e Friedrich Nietzsche. E questo da parte di un ventitreenne che in copertina aveva un vestito femmineo, l’aria delicata e la posa della Paolina Borghese del Canova.
Il terzo disco è uno dei più apprezzati dai Bowie radicals per la grande quantità di inatteso che lo pervade, sempre miracolosamente all’interno di una complessiva coesione sonora. Merito della band, messa insieme rapidamente con l’ennesimo rimescolamento di carte nel tentativo di trovare la fatidica direzione. E accampata quasi in pianta stabile nella
nuova residenza vittoriana di Bowie, in un clima di “comune creativa” nella quale anche i nuovi compagni di strada avevano modo di esplorare le proprie inclinazioni.


Il nuovo grande complice di Bowie, Mick Ronson, ventiquattrenne, chitarrista dotato di utilissime capacità di arrangiatore e polistrumentista, era entrato con facilità irrisoria nell’universo sonoro di Bowie, trascinatovi dal batterista John Cambridge.
Secondo Bowie anche il nuovo batterista Mick “Woody” Woodmansey, portato nella band da Ronson “fu decisivo".
Woodmansey si adattò all’idea di far parte di un gruppo il cui leader aveva deciso che ogni componente si sarebbe presentato in scena con costumi personalizzati: da gangster (Ronson), supereroe (Tony Visconti) e cowboy (il batterista), mentre lui sarebbe stato Rainbowman. Il glam rock stava decisamente iniziando a bussare. 
Oltre all’immagine, il gruppo aveva cambiato anche nome: con l’arrivo di Ronson era diventato The Hype. 


Con gli Hype, Bowie sentì finalmente qualcosa fare clic. Per non farseli scappare – e il rischio c’era – si affrettò a portarli dapprima a casa propria, in uno studio allestito sotto la tromba delle scale della villa di periferia in cui si era insediato, Haddon Hall a Beckenham, e poi in sala di incisione. Aveva fretta di lasciarsi alle spalle le idee che non avevano funzionato. 
Già nelle prime settimane del 1970, come testimoniato da un’intervista a "Music Echo", David aveva in mente “un disco più solido”. Ma al momento aveva poche canzoni pronte per quel tipo di combo. Di conseguenza, più di un brano nacque direttamente dalle jam session del gruppo senza il suo cantante che, come da prassi diffusa delle rock’n’roll band, finiva per aggiungere il testo solo quando la parte musicale era già stata completata.
Bowie era distratto da altre cose che lo coinvolgevano quanto la musica: il recente matrimonio, le pubbliche relazioni, i problemi del fratello e importanti vicissitudini amministrative e manageriali. Sicché, Visconti e Ronson finirono per mettere molto di sé in questo disco, con le importanti coloriture di Woodmansey e di Ralph Mace, tastierista ma anche discografico della Philips. 


Non si può negare che brani come "Black Country Rock", "Running Gun Blues" e "She Shook Me Cold" evochino la band persino nei titoli. Tuttavia, le registrazioni provano che brani come "The Width Of A Circle" e "The Supermen" erano nati già da tempo, anche se poi certamente perfezionati dal gruppo; inoltre, i pezzi che realmente spiccano nell'album sono marchiati
Bowie anche per la costruzione musicale.

(Paolo Madeddu)

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.

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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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