David Bowie: la storia di "Black Country rock"

All'approssimarsi del cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "The man who sold the world" ne raccontiamo in questi giorni la storia di tutte le canzoni.
David Bowie: la storia di "Black Country rock"

Superata la metà del maggio 1970, il tempo disponibile allo studio di registrazione iniziava a scarseggiare e bisognava chiudere il disco in qualche modo. Ronson e Visconti fecero sentire al cantante una solida jam costruita sovrapponendo un po’ di riff avanzati e intitolata provvisoriamente "Black Country Rock". Calandosi nella parte di quei frontmen che letteralmente “buttano giù un testo” senza starci troppo a pensare, Bowie partorì otto righe particolarmente inconsistenti, forse pensando a certe frasi vuote che a Mick Jagger o Robert Plant venivano tendenzialmente perdonate; un ottimo esempio lo avrebbe dato proprio "Black Country Woman" dei Led Zeppelin, gradevole “riempitivo” di "Physical Graffiti" (1975) registrato nel giardino di Jagger (!) con tanto di aereo di linea che transitava in cielo, immortalato nel brano.
Se non altro, Plant stava cianciando delle proprie terre: la Black Country, area delle Midlands a fortissima industrializzazione fin dall’Ottocento, nera di carbone e fuliggine. Bowie, non avendo tempo o voglia di inventarsi qualcos’altro, conservò il titolo provvisorio dei suoi musicisti e scrisse l’unica cosa che sapeva di quella zona: che l’aria era torbida. Ragion per cui, nel ritornello fece rimare “hazy” con “crazy” e decise che tanto bastava. Nei tre minuti e mezzo del brano ripeté due volte la stessa strofa e tre volte il ritornello.


Il vero guizzo lo ebbe all’ultima ripetizione. “Sbagliò una frase, perciò iniziò a gorgheggiare per scherzo imitando Marc Bolan. Noi tutti pensammo che non era male”, ha raccontato Visconti, “così l’abbiamo registrata di nuovo ripetendo il tutto di proposito. Poi con l’equalizzatore ho reso più tagliente la voce di David per farla somigliare ancora di più a quella di Marc”.
C’è la possibilità che la narrazione di Visconti sia – come spesso gli succede – all’insegna dell’entusiasmo. Woodmansey la racconta in modo un po’ diverso. “Fu l’ultimo pezzo che incidemmo e il modo in cui Bowie imitava Bolan ci era insopportabile, perciò io e Ronson ci siamo sempre rifiutati di suonarla dal vivo. Una volta, alla Leeds University, ce ne andammo prima della fine del concerto pur di non farla; lui la suonò da solo con la chitarra acustica mentre noi tornavamo a Hull”.


In quel periodo Bolan era nel lieve calo successivo all’ottima accoglienza del debutto psichedelico dei T.­Rex e non ancora nella fase del pieno successo glam rock; i suoi album comunque erano entrati tutti nella Top 20 britannica, cosa che a Bowie non sarebbe capitata nemmeno con "The man who sold the world". Il rapporto tra i due continuava a vivere di punzecchiamenti reciproci anche ad anni di distanza dalle prime ore passate insieme a dipingere le pareti del loro antico manager Ken Pitt. Il produttore di entrambi, Tony Visconti, continuava a essere molto divertito dalla rivalità, giudicandola evidentemente innocua.


Sicuramente innocuo è l’apporto di "Black Country Rock" alla carriera di Bowie. Peccato. Forse tutti quei riff avrebbero meritato un trattamento migliore. Nel 1971 il pezzo fu usato come lato B del singolo "Holy Holy", il che non ne risollevò le fortune.

 

(Paolo Madeddu)

 

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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