Gli AC/DC sono tornati: 'Shot in the Dark', l'ascolto di Rockol

Uno smaccato abbraccio alla vita, e un ritorno all'essenza di un sound che ha fatto la storia del rock
Gli AC/DC sono tornati: 'Shot in the Dark', l'ascolto di Rockol

In tanti temevano che questo momento non sarebbe mai arrivato, e invece ecco qua: nell'anno più difficile gli AC/DC sono tornati. La band che quattro anni fa sembrava destinata a restare giusto un ricordo nei cuori dei più irriducibili appassionati di rock è più viva che mai, e pronta a tornare in pista con la propria formazione classica. "Shot in the Dark", il primo estratto dall'ideale successore di "Rock or Bust", ha visto Angus Young tornare al lavoro con Brian Johnson, Cliff Williams e Phil Rudd, tutti al suo fianco per le session di classici come "Back in Black" e "For Those About to Rock". E si sente.

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Nata - come ha spiegato il tecnico del suono Mike Fraser - da un'idea di Angus e Malcolm Young (quest'ultimo, storica mente musicale del gruppo, scomparso nel 2017) rimasta negli archivi, e prodotta da Brendan O'Brien, già in cabina di regia per "Black Ice" del 2008 e "Rock or Bust" del 2014, "Shot in the Dark" restituisce agli ascoltatori la piena essenza degli AC/DC.

Davanti a tutto, ovviamente, c'è il riff di Young. L'entrata della sezione ritmica è decisa, ma non sommaria, e anticipa di poco l'ingresso di Johnson, la cui voce pare tornata ai tempi d'oro. "Ho bisogno di un sorso di te / Una selvaggia donna tatuata / come di una corsa sulle montagne russe / Sono affamato, questa è l'amorevole verità", canta il frontman prima dell'ingresso del ritornello - supportato da un coro - che sempra scritto apposta per il singalong: "A shot in the dark / Make you feel alright / A shot in the dark / All through the whole night", dove "shot in the dark" non è lo "sparo nel buio" del film di Blake Edwards del '64 ma il bicchiere di liquore "che ti fa sentire bene". La struttura del pezzo è lineare, come nella migliore tradizione degli AC/DC: il riff principale, quello sul quale si fonda l'intero pezzo, introduce tutto il resto. Poi strofa e ritornello, ripetuti per due volte, e - prima del ritornello finale - l'assolo, che vede Angus Young - e questa è forse l'unica piccola variazione sul tema che il gruppo si è concesso - impegnato alla chitarra slide. Il tutto in tre minuti e sei secondi.

"Your mission is to party / Till the broad daylight", canta Johnson prima dell'ultimo ritornello: "Shot in the Dark" è qualcosa più di una summa di ciò che negli ultimi quarant'anni ha reso quello degli AC/DC uno dei sound - se non "il" sound - più riconoscibili dell'intera storia del rock. E' una smaccata (ri)affermazione di esistenza, un catartico abbraccio a una vita che sembrava ormai aver presentato il conto. Perché, è bene ricordarlo, questa canzone chiude il periodo più difficile dell'intera storia del gruppo: una serie di scomparse, malattie e problemi legali che avrebbe fatto sembrare la morte di Bon Scott, nel 1980, poco meno di un semplice intoppo.
 

Quando il gruppo iniziò a cadere a pezzi

L'inizio di quella che avrebbe potuto essere la fine scosse i fan il 6 novembre di sei anni fa, prima ancora dell'uscita di "Rock or Bust": Phil Rudd, che solo alla fine dell'agosto precedente aveva spedito sui mercati il suo disco di debutto da solista, "Head Job", venne arrestato con le accuse di essere il mandante di un tentato omicidio, di minacce e possesso di metanfetamine. La macchina AC/DC non si fermò: Angus Young richiamò alla batteria Chris Slade per l'esibizione ai Grammy Awards, in attesa della sentenza del processo a Rudd. Trovato colpevole nell'aprile del 2015 di parte delle accuse ascrittegli, Rudd - dopo una condanna a otto mesi di reclusione ai domiciliari - venne "sospeso" dal gruppo (ma mai ufficialmente cacciato) a favore di Slade, che tornò, così, a essere un effettivo della band di "Highway to Hell". Un bello scossone, ma il peggio doveva ancora venire.


Fuori Brian Johnson, dentro Axl Rose

La tegola più pesante sulla testa degli AC/DC post-Scott cadde il 7 marzo del 2016, quando - su ordine dei medici - Brian Johnson annunciò di dover rinunciare alle ultime ventitré date del tour in supporto a "Rock or Bust" per gravi problemi di udito. Un batterista, volendo, lo si può anche sostituire senza troppo impattare sullo show, ma un frontman no. Invece, poco più di un mese dopo, Young sorprese fan e osservatori imbarcando nella formazione il frontman dei Guns N' Roses Axl Rose. La scelta fece discutere: da un lato in molti espressero perplessità squisitamente musicali sul cambio in corsa, altri osservarono come scaricare come un peso morto un frontman iconico per ragioni indipendenti dalla sua volontà - Rudd, tutto sommato, nei casini ci si era messo da solo: Johnson no - fosse decisamente poco elegante, oltre che umanamente discutibile. Il Rock or Bust Tour, va detto, è una locomotiva lanciata a tutta velocità sui palchi di tutto il mondo, che al botteghino macina in 88 date la bellezza di 221 milioni di dollari in biglietti venduti: gli affari sono affari, e lo show deve continuare.


Cliff Williams: 'Vado in pensione'

Ma fino a quando? L'8 luglio del 2016, alla vigilia dell'ultima branca della tournée, quella negli USA che si sarebbe conclusa il 20 settembre a Filadelfia, Cliff Williams scrive quello che ai più pare l'epitaffio sulla lapide del gruppo, annunciando le sue dimissioni a partire dalla fine del tour. Con Rudd fuori dal gruppo e Johnson non in condizioni, l'addio di Williams avrebbe lasciato il solo Angus Young a rappresentare la formazione originale, orfana dal 2017 di Malcolm, il fratello di Angus che - senza troppo clamore - era sempre stato il motore musicale del gruppo. E di George, fratello maggiore di Angus e Malcolm, produttore e figura centrale nel primissimi periodo della band, morto anche lui nel 2017 appena tre settimane prima del fratello.


Cronaca di un ritorno (non) annunciato

Poi, certo, ci sono state le voci, le foto di Johnson e Rudd fuori dai Warehouse Studio di Vancouver e le indiscrezioni delle star amiche a continuare a far sperare i fan. Ma, è bene osservarlo, gli AC/DC, nei quattro anni che separano la chiusura del Rock or Bust Tour il 20 settembre 2016 al primo teaser di "PWR/UP", all'inizio di questo mese di ottobre, non hanno mai né confermato né smentito nulla. Nemmeno la clamorosa spifferata di Dee Snider, il frontman dei Twisted Sister, che a metà dello scorso febbraio, quando il mondo stava iniziando a fare i conti con la pandemia, spoilerò tutto o quasi: "La band è in attività, sta registrando e preparando un nuovo tour". Silenzio assoluto.


The song remains the same (but we like it)

Fino a che, a parlare, è tornata la musica. "Shot in the Dark" non è né più né meno che quello che ci si aspettava dagli AC/DC, che - oggi ancora più che in passato - a ribadire il proprio retaggio tengono paricolarmente. Qualcuno, a ragione, potrebbe chiedersi se ce ne sia davvero il bisogno, avendo la formazione australiana uno dei sound più riconoscibili di sempre. E una scrittura che, seppur con minime variazioni, ha attraversato indenne mezzo secolo di storia. Chi dice che gli AC/DC sono capaci di scrivere solo una canzone, probabilmente, non ha tutti i torti: perché, quindi - e data questa premessa, cercare di esplorare nuovi territori all'età in cui la quasi totalità dei colleghi ha già appeso gli strumenti al chiodo da un pezzo? Si potrebbe dire che il pubblico rock è tendenzialmente conservatore, e che la reiterazione, soprattutto in tempi caratterizzati dall'incertezza come quelli che stiamo vivendo, rassicuri. Tutto plausibile, ma la verità, probabilmente, è un'altra: gli AC/DC sanno davvero fare solo quello che hanno sempre fatto. Non sono un gruppo dal quale, anche a metà carriera, nessuno si è mai aspettato sorprese. Un riff killer, un quattro quarti, un solo alla Angus e tanti saluti. Il loro gioco è quello, lo sappiamo. Ma sono nati per farlo, lo fanno da quarant'anni e, ancora oggi, lo fanno maledettamente bene. E per questo ci piacciono.

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