I R.E.M. e "Losing My Religion": 10 cose (più 1) che non sapete

La band si è riunita, o quasi, per raccontare la storia del suo più grande successo, svelando dettagli inediti anche per i fan più accaniti
I R.E.M. e "Losing My Religion": 10 cose (più 1) che non sapete

È una delle canzoni più belle degli ultimi 30 anni; è una canzone fuori dagli schemi, e ha segnato la vita di molte persone, come i veri classici. Ed è appena diventata l'oggetto uno stupendo mini-documentario per Netflix, che rivela cose inedite anche per i fan più accaniti.
Nei giorni scorsi ha debuttato sulla piattaforma, in versione video "Song Exploder", amatissimo podcast che da anni fa a pezzi le canzoni spiegandole assieme agli artisti: "Losing my religion" è uno dei 4 titoli scelti per questo debutto, e la registrazione ha visto la partecipazione di tutta la band. Ecco la storia della canzone e della band in 10 pillole praticamente inedite, più una.

1) I R.E.M. si sono riuniti, o quasi: per il documentario compaiono sono stati intervistati tutti  e 4 i membri, compreso Bill Berry, che si è ritirato nel 1997. I quattro avevano suonato assieme nel 2007 per la R ’n’ R hall of fame e la band si è poi sciolta nel 2011. MNel documentario parlano sempre separatamente, mai assieme, per evitare di suggerire un ritorno in attività.

2)Prima di “Out of time”, i R.E,M. volevano “distruggere la loro carriera”. Il disco uscì nel ’91, fu il secondo del contratto con la major Warner. Peter Buck era stufo di suonare la chitarra elettrica eacconta che la band voleva dare un taglio alla carriera precedente e fare qualcosa di completamente diverso. Da lì l’idea di usare il mandolino (già apparso in “Green”).

3)La casa discografica non voleva usare “Losing my religion” come singolo. È una situazione che è successa a molte canzoni poi diventate hit e classici. Ma i R.E.M. si sono specializzati in scelte strane e questo faceva parte del loro piano di distruggere la carriera: un singolo con mandolino senza ritornello. “Ci piace infrangere le regole. Ci piace far vedere che le cose si possono fare in maniera diversa”, hanno raccontato i R.E.M. a Rockol un paio di anni fa

4)”Losing my Religion” somiglia ad un brano di Ryuichi Sakamoto e David Sylvian: “Forbidden colours”, per la precisione: la colonna sonora di “Merry Christmas Mr Lawrence”, un film con David Bowie: “un riff blugerass preso da un musicista giapponese e  da un film drammatico con David Bowie”, commenta Peter Buck, che si accorse della somiglianza un anno dopo la scrittur.

5)Bill Berry è il miglior batterista del mondo - secondo Peter Buck, che però dice di non sapere il motivo. Non è stato facile convincere Berry a partecipare alle riprese, ma si è messo persino a suonare. Il regista ha raccontato che la band e lo staff erano spaventati che si trovasse a disagio e che non facesse interviste per altri 20 anni.

6) Nella canzone una parte del ritmo è fatta da un battito di mani: neanche i R.E.M. se lo ricordano. la reazione di Bill Berry è “Wow, è vero ci sono”….

5)Michael Stipe è stato influenzato da “Every breath you take”: “Volevo creare una cosa simile: nella canzone dei Police non si capisce se si parla di amore non corrisposto o di uno stalker”. Così ha scritto “un libro di testo delle insicurezze” di una persona vulnerabile.

6)La prima versione aveva un verso che parlava di una cucina: “That’s me in the corner, that’s me in the kitchen” è un po’ meno poetico di “That’s me in the spotlight” eppure era la prima versione: “Era noioso, l’ho cambiato”, racconta Stipe.

7)La canzone è stato spesso male interpretata ma a Michael Stipe non dispiace:  “Losing my religion” è stata spesso letta in senso letterale (come se fosse la confessione di qualcuno che diventa ateo) e non nel senso figurato originale (vuol dire “perdere la pazienza”, essere frustrato). 
Ma venne censurata nella cattolica Irlanda ed “é diventata una sorta di inno per chi metteva in dubbio il potere della religione sulla gente”. 

8)Michael Stipe non sopporta di risentire la sua voce, soprattutto i demo. “Mi mette molto a disagio: è quando sono al massimo della vulnerabilità”, aveva spiegato a Rockol due anni fa. Nel documentario lo si vede chiaramente in imbarazzo a riascoltarsi e  Peter Buck lo consola: “È solo storia e la gente non cambierà idea su di te per quello”.

9) I R.E.M. sono ancora imbarazzati da “Shiny happy people” - tutti tranne Peter Buck. “Potete immaginare che due canzoni come queste sono nello stesso disco?”, si chiede Stipe.

10)I R.E.M. vennero raggiunti dal successo della canzone anche in Paraguay: “Ok, ora siamo davvero famosi in tutto il mondo”, ricorda di avere detto Mike Mills. “Io mi resi conto del successo un giorno a New York; tutti sulla 5° strada mi riconoscevano per via del video. Successe da un giorno all’altro - il successo non è così male”.

L’11° cosa: i R.E.M. si sono prestati a questo documentario, ma ribadiscono di non voler tornare assieme in maniera attiva. Anzi, sostengono di non essersi mai sciolti: “Ci vediamo, andiamo a cena, ci sentiamo”, racconta Peter Buck. “solo non facciamo più musica assieme”. 

Dall'archivio di Rockol - Mike Mills e Michael Stipe raccontano "Automatic for the people"
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