Perché Renato Zero merita più rispetto (e Achille dovrebbe studiarlo meglio)

Sotto "Triangolo", "Mi vendo" e "Madame" c'è molto, molto di più. Gli abiti eccentrici? Non solo spettacolo. Ma ben altro. Da sempre. I 70 anni di un artista vero che non ha bisogno di avvocati difensori, ma che merita più rispetto.
Perché Renato Zero merita più rispetto (e Achille dovrebbe studiarlo meglio)
Credits: Roberto Rocco

Si è inimicato parte del pubblico perché da anni i suoi concerti non sono più gli spettacoli onirici e metafisici di una volta, ma comizi seriosi che lo vedono sul palco nelle vesti del sacerdotone che commenta duramente il mondo che lo circonda. Quando i suoi fan non lo capiscono, com'è successo ad esempio nel 2017 quando ha portato in scena lo show legato al doppio album "Zerovskij - Solo per amore", di difficile interpretazione, a metà strada tra lo zeropensiero e il teatro dell'assurdo - si infastidisce pure: "Il fatto è che io sono troppo avanti. Quel progetto lo capiranno tra trent'anni", ebbe a dire dell'operazione. I dischi che fa sono pieni di invettive contro la politica, la religione, la società contemporanea e affrontano argomenti come l'assenza di valori morali, il lavoro, la corruzione, il potere che logora. E inevitabilmente le conferenze stampa legate ai nuovi progetti sono per lui una valvola di sfogo, un modo per raccontare ciò che non gli piace e per togliersi sassolini dalle scarpe: in quella della scorsa settimana organizzata per presentare la trilogia "Zerosettanta", progetto di tre dischi in tre mesi pensato per accompagnare i festeggiamenti per i 70 anni (spegne le candeline sulla torta proprio oggi, mentre esce il primo album del progetto), se l'è presa con i discografici che non investono su veri talenti ma solo su prodotti usa e getta (e ha ricordato di essersi smarcato dalle major in tempi non sospetti) e sulle radio che non passano i suoi pezzi (così come quelli di De André, Guccini, Lauzi).

Mentre altri suoi colleghi over 65, un tempo battaglieri, sembrano aver rinunciato già da un po' a ogni tipo di impeto e di veemenza, sia nelle canzoni che non, che la cosa vi piaccia o no Renato Zero è diventato improvvisamente il cantautore italiano più impegnato. Incredibilmente, verrebbe da aggiungere. Pensateci: proprio lui che quando si parla dei grandi cantautori italiani non viene mai - mai! - menzionato, a differenza dei classici De André, De Gregori, Guccini, Gaber, Fossati, che per motivi diversi si sono visti riconoscere lo status di cantautori con la "c" maiuscola, quelli che nelle rispettive canzoni hanno affrontato tematiche cosiddette "impegnate", oggi il Re dei Sorcini può dire di sé stesso di essere un "sollecitatore", uno che stimola "interventi della gente, di chi ha voce esile, di chi non ha raccomandazioni", senza di fatto essere contestato o contraddetto. E allora perché ancora oggi si fa fatica a considerare Renato Zero un cantautore con la "c" maiuscola, alla stregua dei classici?

Impegnato, a pensarci bene, lo è stato sin dagli esordi. E non meno di un De André, un De Gregori o un Guccini. Mentre Faber pubblicava dischi come "Storia di un impiegato", "Canzoni" o "Rimini" e scriveva canzoni come "La città vecchia" o "Amico fragile; mentre il Principe incideva l'album della pecora o "Bufalo Bill" e scriveva pezzi come "Saigon", "1940" e "Le storie di ieri"; mentre il Maestrone di Pavana spediva nei negozi "Stanze di vita quotidiana", "Via Paolo Fabbri 43" e "Amerigo"; in quegli stessi anni Zero si faceva prepotentemente strada nel panorama discografico italiano con dischi come "No! Mamma, no!", "Invenzioni", "Trapezio", "Zerofobia" e "Zerolandia" e canzoni che lo vedevano scandalosamente raccontare tematiche fino ad allora poco affrontate - almeno esplicitamente - nelle canzoni italiane come la droga, l'aborto, il sesso vissuto in maniera libera, gli abusi, la voglia di rompere le convenzioni, l'esclusione sociale e le periferie geografiche e sociali.

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Pezzi come la stessa "No! Mamma, no!", "Qualcuno mi renda l'anima", "Tragico samba", "Sbattiamoci", sono lì e gridano vendetta. Sperando di riscattarsi prima o poi non solo dall'essere stati oscurati negli anni dalle hit alle quali Zero è oggi immediatamente associato, da "Mi vendo" a "Triangolo" passando per "Il cielo" (che pure non mancò di far discutere, con quel verso antiabortista: "Un altro figlio nasce e non lo vuoi"), quanto dai lustrini, dalle tutine e dagli abitini piumati che l'iconico artista romano era in qualche modo costretto ad indossare - parole sue - per riuscire a fare breccia, tanto erano delicati e pesanti all'epoca argomenti del genere. 

"In giacca e cravatta non avrei ottenuto lo stesso riscontro. Le pailettes mi hanno dato l'opportunità di riuscire a far accettare certi miei appelli, certe mie posizioni. Vedevano questa figura molto colorata e stravagante, ma quando poi apriva la bocca, ciò che cantava era esattamente l'opposto di ciò che rappresentava".

Con le piume, le tutine e le pailettes, come ha fatto notare lui quando durante la conferenza stampa di "Zerosettanta" gli è stato chiesto di dire la sua sulla tendenza ad accostare un astro nascente del trasformismo come Achille Lauro al giovane Zero, il Re dei Sorcini non giocava certo a fare il clown della situazione. "L'incredibile voce di Renato ha unito e segnato generazioni. Ancora oggi provocatore, icona, avanguardista; stendardo di ciò che oggi è la musica: una musica che si guarda, che si veste di abiti e maschere che riflettono un concetto, un'idea, anche solo il semplice incarnare il puro concetto di 'spettacolo'", ha risposto Lauro. Ma il punto è proprio questo: con quei travestimenti lì Zero - che si ispirò certo alle star del glam rock britannico, David Bowie e Elton John su tutti - non voleva solo semplicemente incarnare il puro concetto di spettacolo. Tutt'altro. Gli abiti che l'artista romano indossava sul palco non solo avevano talvolta uno strettissimo rapporto con la musica e le canzoni, ma erano essi stessi il messaggio (certo, c'è pure chi oggi contesta alla voce di "Triangolo" il fatto di non aver mai fatto dichiarazioni esplicite per sdoganare certi machismi e certe omofobie, nascondendosi nell'ambiguità - ma questo è un altro discorso), e Lauro dovrebbe saperne qualcosa, lui che nei suoi video indossa spesso tacchi a spillo, abiti eccentrici e lunghi stivaloni di pelle, come in quello di "Maleducata", uscito appena qualche giorno fa (o lo fa solo per spettacolo?). E come lui quanti si ostinano a parlare di Zero solo come del cantante stravagante ed estroso degli spettacoli degli Anni '70 (per la cronaca: il cosiddetto "impegno" non l'ha mollato nei successivi lavori, dagli Anni '80 di "Tregua", "Artide Antartide", "Leoni si nasce", "Soggetti smarriti" agli Anni '90 di "Voyeur", "La coscienza di Zero", "Quando non sei più di nessuno", fino ad arrivare agli ultimi lavori, anche se canzoni come "113", "Manichini", "Sesso o esse", "Rh negativo" e "Baratto" restano di un'efficacia insuperabile).

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Dire che i travestimenti di Zero erano solo un modo per incarnare il concetto di spettacolo è un po' come dire che i testi di Battiato sono delle minchiate assolute, "citazioni su citazioni e nessun significato reale", come ha fatto qualcuno che evidentemente di Battiato non ha capito poi molto, o forse non l'ha ascoltato a sufficienza, così come Lauro sembra non aver studiato abbastanza del suo maestro. Zero non ha certo bisogno di avvocati difensori. Le sue canzoni e i suoi dischi sono lì. I video delle sue storiche esibizioni pure. Ascoltatele. Guardateli. Dimostrano che sotto ai lustrini e alle pailettes c'è molto, molto di più. Che sotto il concetto di spettacolo c'è ben altro. E oggi più che mai va riconosciuto, per non continuare a ripetere l'errore di considerare Renato Zero un cantautore di serie b. Non lo è e non lo è mai stato. Auguri, Renato!

Dall'archivio di Rockol - racconta "Zerovskij... solo per amore"
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