La storia di come David Gilmour entrò nei Pink Floyd

Tra il 1967 e il 1968 la svolta della band: i problemi che porteranno all'uscita di Syd Barrett e l'entrata del chitarrista: il racconto di un momento storico per il rock, dal libro "David Gilmour & Roger Waters" (Hoepli) di Nino Gatti e Stefano Girolami
La storia di come David Gilmour entrò nei Pink Floyd

Esce in questi giorni "David Gilmour & Roger Waters - Le origini, i Pink Floyd, le carriere soliste", dei "Lunatici" Nino Gatti e Stefano Girolami, tra i massimi esperti della band inglese. Il volume, pubblicato da Hoepli, che recensiremo prossimamente, racconta  le parabole delle due carriere, dentro e fuori la band, con un ricco ausilio di immagini e aneddoti. Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo il capitolo che racconta l'entrata di David Gilmour nella band, nel periodo in cui Syd Barrett si stava allontanando sempre più dal gruppo. 

Alle porte dell’autunno 1967, la band deve necessariamente guardare la realtà: Barrett non è più in grado di proseguire, vittima di una situazione personale sempre più alla deriva. A maggior ragione, non è in grado di reggere le esibizioni dal vivo, dove il gruppo da tempo si sente ostaggio di comportamenti controproducenti e disconnessioni pressoché perpetue (sintomatico, per esempio, il rifiuto di muovere le labbra sul playback nel corso della terza partecipazione a Top Of The Pops, con conseguente incazzatura di Waters). Il “package tour” inglese alla corte di Jimi Hendrix (con varie date fra novembre e dicembre 1967) restituisce l’immagine di un Syd imperscrutabile, una mina vagante che genera nel gruppo ansie e malumori. Nelle settimane seguenti le date si diradano, il pubblico sfoltisce e il progetto sembra incrinarsi fino ad andare in pezzi. Mettici anche la pressione della EMI, un frullatore che si nutre di polpa fresca e non ammette indugi e dilazioni. Ricorda Waters: “Dissi ai nostri manager Peter Jenner e Andrew King: ‘Ok, così non si può più andare avanti. È chiaro che Syd non può più esibirsi dal vivo. Può darsi che possa diventare una nostra figura alla Brian Wilson dei Beach Boys, continuando a scrivere canzoni e partecipare alle sedute in studio’”. Ma le cose precipitano velocemente: “Aveva grandi piani per allargare il gruppo. Voleva far entrare due freak che aveva incontrato; uno suonava il banjo, l’altro il sassofono. Non ne avevamo nessuna intenzione. Fu così chiaro che eravamo arrivati alla stretta decisiva”. Da qui, insomma, la scelta di intervenire, in un rincorrersi di decisioni di certo delicate ma necessarie per dare nuova linfa al sogno.

Se, dopo la sbornia iniziale, i Floyd se la passano così così, nel turbinio di eventi alle porte del 1968 il giovane Gilmour è addirittura alla frutta. Il nome Jokers Wild è ormai carta straccia, i soldi scarseggiano ed è arrivato il momento di ripartire da zero. David si trasferisce a Londra, trova lavoro come autista di furgoni presso la boutique Quorum di Ossie Clark, talentuoso fashion designer molto conosciuto nel giro della moda della Swinging London. Divide un appartamento a Warwick Square Mews, nella zona di Pimlico, con l’amico Emo, anche lui impiegato presso Clark. In un paio di occasioni David si presta anche a posare come modello per le foto del suo titolare, intascandosi 50 sterline per volta: boccate di puro ossigeno, considerate le 15 a settimana che gli vengono corrisposte per il suo impiego da driver. In cuor suo i vecchi propositi non sono cambiati di una virgola e la musica continua a spingere prepotente: “Le mie intenzioni erano di formare un’altra band e fare musica originale, ma non avevo idea di chi avrei potuto coinvolgere. Ero semplicemente rientrato a Londra per due o tre mesi, quando arrivò l’offerta dei Pink Floyd”. Questi, a fine ottobre 1967, affrontano la prima tournée negli States con un diavolo per capello, accorgendosi che Syd è ormai vittima di cedimenti reiterati e allarmanti. Al rientro in patria la situazione: non migliora minimamente e la rottura è ormai percepibile nell’aria; si pensa di affiancare Barrett a un altro chitarrista (Jeff Beck e David O’List sono tra i papabili) oppure di sostituirlo del tutto. Entrambe sono scelte dolorose, da trattare e maturare con ambascerie silenziose per non trasformare le crepe in voragini, specie sulle pagine dei giornali specializzati.

A essere chiara, in questa fase farraginosa, è la ferrea volontà di non pescare a casaccio nel mazzo dei musicisti sulla piazza, ma di reclutare qualcuno che con i Floyd abbia un rapporto già allacciato da tempo. Ricorrere a David Gilmour salverebbe capra e cavoli: un quinto elemento in aggiunta, di indubbie capacità musicali e dall’aspetto piacente, che il gruppo e Syd stesso conoscono bene.

Il 6 dicembre del 1967 il primo occhiolino, come ricorda il guitar man: “Sono andato a sentire i Floyd a una festa al Royal College of Art, proprio accanto alla Albert Hall. A quella festa Nick Mason è venuto da me e mi ha sussurrato in un orecchio: ‘Se a un certo punto ti chiedessimo di entrare nel gruppo, tu cosa ne diresti?’. E io risposi: ‘Probabilmente direi di sì’”. Da lì il passo è breve: il 22 dicembre seguente David è all’Olympia di Londra a vedere nuovamente i Floyd, quasi volesse sondare il terreno. Nel frattempo, Waters aveva già sguinzagliato Nigel Lesmoir-Gordon sulle tracce del chitarrista, in un susseguirsi di situazioni che preludono a un esito ormai segnato.
Infine il reclutamento: siamo intorno a Natale, quando David riceve una telefonata dello stesso Roger. I giochi sono fatti. Prima dell’annuncio ufficiale, Gilmour fa un salto a Cambridge: entra nel negozio di musica che da perfetto spiantato frequentava da ragazzo e paga in contanti una Fender Strat, lasciando il titolare a strabuzzare gli occhi. Il management ha già predisposto il budget per le prime spese per l’acquisto dell’attrezzatura necessaria, oltre a 30 sterline a settimana di compenso iniziale e una stanza a disposizione nella casa del nuovo manager Steve O’Rourke, dove David – con l’aiuto di un registratore Revox – impara il repertorio del gruppo in pochi giorni.

Per quanto l’adattamento alla nuova realtà richieda del tempo (e non manchi qualche scherzoso, ma costante, richiamo al suo essere l’ultimo arrivato), l’inserimento di David è un’iniezione energizzante. Ricorda Mason: “Diede nuovo vigore alla band. Era già un abile chitarrista e aveva una voce, forte, personale. Era interessato come tutti noi alla sperimentazione di nuovi suoni ed effetti, ma oltre alla sua inventiva aggiunse un approccio più ponderato e strutturato”.

L’8 gennaio 1968 i Pink Floyd salutano ufficialmente l’ingresso nei ranghi del chitarrista, anche se le comunicazioni ufficiali giungeranno qualche settimana dopo. Syd però è in pessime condizioni e, contrariamente all’idea iniziale, è destinato a uscire di scena nell’arco di poche settimane. Vengono tenuti quattro concerti appena con la formazione a cinque, con vari fastidi mascherati un po’ alla buona – l’ultimo è il 20 gennaio 1968 in quel di Hastings Pier. La band si trova qualche volta in studio, ma le stranezze di Barrett superano il limite. E poi la scelta definitiva: non lo vanno a prendere per la data di Southampton del 26. L’ultimo atto. Drastico, durissimo, nonostante il vigore dei vent’anni a fare da contrappeso fra velleità professionali, sforzi comuni e pieghe umane che (comunque) fanno male. Racconta Gilmour: “La faccenda che la band abbia preso Syd come capro espiatorio e che sia stato allontanato perché non riuscivano ad affrontare la sua follia è una visione molto romantica e io ci ho creduto per un bel po’. Ma era ingestibile e Roger vedeva l’intero progetto andare in malora. Roger Waters ha un carattere impressionante: la sua volontà e la sua determinazione erano immense. Facevo lo scemo con lui quando eravamo ancora dei ragazzi, prima che lui diventasse famoso per qualcosa, ed è un compagnone ma, voglio dire, non ha un’attitudine bohémien o roba del genere. È un musicista in grado di dirsi: ‘Non mi va di compromettere le cose’. Né lui né Rick erano particolarmente attratti dalle varie droghe. Non so se fosse perché volevano proteggere la loro carriera o se fosse una questione caratteriale”.

Fuori dal palco ci saranno ancora scampoli successivi, in realtà. Perché Syd scrive, perché Syd non è solo un amico ma era anche il cuore del progetto: proseguire l’avventura senza di lui non fa certo dormire sonni tranquilli agli altri membri della band. Ma sono fuochi fatui, destinati a spegnersi repentinamente. Segnali di un addio: una scelta forse inevitabile, ma con risvolti che avrebbero lasciato ferite destinate a non rimarginarsi.

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