Guitars & the city: la “New York” di Lou Reed

Torna, in versione espansa, un classico. Storia di come Reed, rassegnato a diventare un artista di nicchia, rilanciò la sua carriera con un capolavoro che raccontò la fine degli anni '80
Guitars & the city: la “New York” di Lou Reed

“Non puoi battere chitarre, basso e batteria”, si leggeva nelle note di copertina di “New York”. Lou Era il gennaio 1989, la fine di un decennio difficile, per Lou Reed e per l’America. L’ex-Velvet Underground non era nuovo dichiarazioni così perentorie: quella frase riecheggiava il “My week beats your year” stampato 14 anni prima all’interno del suo album più controverso, “Metal machine music”.  “New York” invece avrebbe ricevuto un coro unanime di lodi e rilanciato la carriera di Reed: è uno dei capolavori assoluti della sua discografia, un disco di rock semplice e diretto, appunto. Viene ristampato ogg, 25 settembre, in una versione espansa e rimasterizzata con rarità, inediti e due album dal vivo. Ecco la storia di un grande album rock

Gli anni ’80 di Lou Reed (e di “New York”)
Nel 1989 Reed arrivava da un periodo altalenante: i primi album del decennio erano stati amati dalla critica (soprattutto “The blue mask”, ma anche "Legendary Hearts” e “New sensations”). Meno bene era andata a “Mistrial", del 1986, un disco troppo prodotto, pure accompagnato da un videoclip inquietante (“No money down”) in cui Lou Reed era un robot che distruggeva se stesso. Nel 1987 morì Andy Warhol, un lutto che Reed avrebbe elaborato solo all’inizio del decennio successivo con “Songs for Drella”.
Dopo la fine del contratto con la RCA, firmò con la Sire, l’etichetta dei Ramones e dei Talking Heads, e ritrovò l'entusiasmo. Sapeva di avere per le mani un album che avrebbe segnato la sua carriera. 
E aveva delle storie da raccontare: l’America e la New York devastati da 8 anni di presidenza di Reagan: “Una città sotto assedio, un'epoca in cui più di duemila omicidi all'anno avvenivano abitualmente nei cinque distretti di New York. L'epidemia di AIDS infuriava, decimando molte comunità con cui Reed aveva legami di lunga data: comunità gay, tossicodipendenti e artisti”, spiega Anthony De Curtis nella sua biografia dedicata a Reed.

Una raccolta di racconti 
Reed scrisse di ciò che conosceva meglio, la città con cui veniva identificato da sempre: dai “Dirty boulevard” alla “Hallowen parade” (la parata del Village diventata simbolo della comunità gay),  Reed descrive la sua città come dominata dalla “Statue of bigotry”, in cui la libertà è andata persa. Reed aveva sempre pensato a se stesso come un letterato rock, dove entrambe le parole hanno uguale importanza: un’altra frase di quelle note di copertina chiedeva di ascoltare le canzoni rigorosamente in sequenza, "Come se fosse un libro o un film". In tour le avrebbe presentate così: un’esecuzione integrale del disco, in ordine, poi i successi dopo un'intervallo.  Reed pensava a “New York” come ad una raccolta di racconti, ma la sequenza era stata quasi casuale: su suggerimento di un tecnico di studio, le canzoni vennero messe nell’ordine in cui erano state registrate, dopo diversi tentativi falliti di creare una tracklist con un andamento più concettuale.

Alla ricerca del suono perfetto
L’ossessione di Lou Reed per il sound fu cosa nota per tutta la sua carriera. Mi ricordo di averlo intervistato prima dei suoi ultimi concerti italiani: fece la classica scena di prendere a male parole i giornalisti che facevano le solite domande. Ma quando parlava di suono e tecnologia si illuminava.
 Buona parte del successo di “New York” fu nell’aver trovato il suono perfetto, grazie alla seconda chitarra di Mike Rathke: finalmente aveva trovato una nuova spalla, dopo avere litigato a metà decennio con Robert Quine, fino a rimuovere le sue parti da “Legendary Hearts”.  Nel disco vennero coinvolti anche il suo idolo di gioventù Dion DiMucci (Dion & The Belmonts) e Moe Tucker, batterista dei Velvet Underground. John Cale rifiutò per questo motivo: voleva evitare illazioni di una reunion. Cale & Reed si sarebbero ritrovati poco dopo: alcuni concerti a Brookly nel dicembre di quell'anno e nel ’90 uscì la loro celebrazione di Warhol con “Songs For Drella”; i Velvet Underoground sarebbero tornati per un tour nel ’93. 
Centrale fu il ruolo del batterista Fred Maher, che aveva già lavorato con Reed in passato, ma si autocandidò a produttore: pur arrivando dal pop degli Scritti Politti riuscì a registrare le chitarre esattamente come le voleva Reed.  “I sound like Lou Reed again for the first time in however many years”, disse. 

Una ristampa che celebra degnamente un capolavoro
La nuova ristampa celebra un capolavoro: la cosa più interessante di questa edizione deluxe sono due album live. Uno che assembla le migliori performance del tour, e uno in DVD con con un'altra esecuzione integrale a Montreal, nel 1989. Il resto è un disco di “inediti”, con delle “Work tapes” strumentali - una è addirittura un memo vocale in cui Reed canticchia il ritmo sopra cui costruire “Endless Cycle” - alcuni “rough mix”, una bella versione acustica di “Busload of faith”. L’unico inedito è “The room”, uno strumentale. Alla fine ci sono pure “Sweet jane” e “Walk on the wild side” in versione live (stranamente non comprese dischi dal vivo). Al tutto si unisce la versione rimasterizzata dell'album sia in CD che in LP e un libro in formato 12"  con saggi e materiali inediti. Il tutto è stato prodotto e curato da Laurie Anderson. 
L’importanza storica di questo album è enorme, e suona stupendo ancora adesso: questa ristampa permette di apprezzarlo nuovamente.  
“Mi sento a mio agio nell’essere diventato una figura di culto”, disse nel 1989 Reed: “New York” lo avrebbe pure riportato in classifica, e avrebbe contribuito in maniera decisiva al suo ruolo: uno delle figure più importanti e amate della storia del rock.

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