La PFM e quella collaborazione (sfumata) con Frank Zappa

A fine anni Settanta Franz Di Cioccio propose al genio di Baltimora di tradurre in inglese i testi di 'Passpartù', ma qualcosa non andò per il verso giusto. Per colpa di Halifax...
La PFM e quella collaborazione (sfumata) con Frank Zappa

Tra il 1977 e il 1978 avrebbe potuto concretizzarsi una delle più rilevanti collaborazione che nella storia del rock, italiana e internazionale, sarebbe mai stata ricordata: quella tra la PFM e Frank Zappa.

La band all'epoca guidata da Franz Di Cioccio e Franco Mussida, con Bernardo Lanzetti alla voce, era reduce da "Chocolate Kings", un album molto importante e per certi versi epocale, per la carriera della formazione che debuttò nel 1972 con "Storia di un minuto": scritto in inglese, l'album rappresentò un duro atto di critica nei confronti dell'american way of life, con lo star spangled banner stropicciato in copertina (come confezione di una barretta di cioccolato, la stessa che i soldati statunitensi elargivano agli italiani durante le operazioni belliche effettuate nella Penisola nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale). La scelta di non cantare in italiano - del tutto funzionale, in fin dei conti, per una band che stava conquistando il pubblico d'oltreoceano - non fu vista di buon occhio da parte del pubblico più schierato ideologicamente. "Non era un manifesto politico, ma una riflessione critica", ricorda Di Cioccio nel libro del '96 "PFM - Due volte nella vita" (Mondadori): "E come spesso accade, l'intelligenza irrita. Irritò gli italiani e anche gli americani".

L'addio agli USA

Come se non bastasse, immediatamente dopo la pubblicazione dell'album il gruppo prese parte a un concerto a Roma a sostegno dell'OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina con sede a Ramallah all'epoca guidata da Yasser Arafat. Una scelta, questa, dobbiamente inaccettabile tanto per l'opinione pubblica statunitense, che vedeva nell'organizzazione nient'altro che un gruppo di terroristi, né - a maggior ragione - per Bill Graham, re dei promoter americani e primo sostenitore della PFM negli USA: il manager, naturalizzato americano e di fede ebraica, si vide costretto a tagliare i ponti con la band. "Scordatevi la West Coast", disse Graham al manager italiano della band, Franco Mamone: "Mi buttò giù il telefono e non riuscimmo più ad avere contatti con lui", ricorda Mauro Pagani in "Progressive Rock" di David Weigel. E così fece, dopo un articolo di Billboard intitolato "PFM Supports PLO", la quasi totalità dell'industria discografica a stelle e strisce.

"Jet Lag" del 1977, l'album successivo, fu sembre registrato negli USA, a Los Angeles, ma, ormai, "nel meccanismo PFM - States qualcosa si era rotto", ricorda di Cioccio, e, nonostante i successi internazionali dal Regno Unito al Giappone, difficilmente si sarebbe ricomposto.

I preparativi per "Passpartù"

I successi oltre i patrii confini convinsero la PFM a non dimenticare del tutto la lingua d'Albione. Per "Passpartù", l'ideale successore di "Jet Lag", la band pensò di realizzare due versioni del disco: una in italiano e una in inglese. I testi, in origine, furono scritti in italiano con la collaborazione di Gianfranco Manfredi, poliedrico cantautore, scrittore, sceneggiatore e attore che alterna saggi e romanzi a comparsate sui set di - tra gli altri - Samperi, Corbucci e Vanzina. Già il titolo chiarisce gli elementi tematici del disco: la crasi tra passepartout e il nome del leggendario condottiero Re Artù viene affrontata in modo più esplicito nel brano "I cavalieri del tavolo cubico", rimando surreale al celebre concilio delle leggende arturiane. Un concept del genere era già una sfida renderlo in italiano, figurarsi in inglese. Ma la PFM aveva un asso nella manica.

L'approccio con Frank Zappa

Le session di "Jet Lag", registrato a Bel Air, fecero entrare in contatto la band con il leader dei Mothers of Invention. In California nacque un rapporto di reciproca stima, che - secondo Di Cioccio - avrebbe potuto sfumare in una collaborazione. Come raccontato dal batterista e cantante in "PFM - Due volte nella vita" (Aerostella Edizioni, 1998):

"L'idea scattò quando venimmo a saper che Frank Zappa era a Londra: sarebbe stato molto bello se lui avesse scritto i testi. Noi lo conoscevamo dai tempi del nostro soggiorno californiano per la realizzazione di 'Jet Lag'. A lui piaceva molto la nostra band e avevamo stretto un rapporto di reciproca stima. Ci aveva perfino invitato alle sue prove e, quando Zappa ti invita alle prove, significa che ti stima come musicista".

L'occasione, oggettivamente, è ghiotta. Così Di Cioccio salta sul primo aereo e si catapulta sulle sponde del Tamigi:

"Lui mi ricevette nel suo hotel, in una suite grandissima. (...) Ci salutiamo e gli mostro i testi di 'Passpartù' scritti da Gianfranco Manfredi. Erano molto ironici e raccontavano storie abbastanza surreali. Tra gli altri c'erano 'I Cavalieri del tavolo cubico', 'Sulla mosca e sui dolci', 'Tramo le trame blu', 'Svita la vita'... Avevamo preso questo filone, ma non eravamo molto soddisfatti. Spiego a Frank che vorrei coinvolgerlo per dare una sterzata al disco. Lui annuisce, ma naturalmente vuole conoscere bene quello che è stato già fatto. Inizio a tradurre 'I Cavalieri del tavolo cubico'. A un certo punto lui mi guarda con aria strana. 'Cubico? Ma non era la tavola rotonda?'. 'Sì, ma questa è una trasposizione ironica di quella storia...'.  Lui mi guarda un po' stupito e poi gravemente mi dice: 'Yeah! I see...' ['Sì, lo vedo...']".

Di Cioccio inizia a essere in difficoltà: "Ho la netta sensazione che stia pensando che io sono matto. E che lo pensasse Frank Zappa era un tutto dire", ricorda l'artista, che per cavarsi d'impaccio passa a tradurre un testo di Manfredi che parlava di blues.

"Ma chi cazzo è Halifax?"

"In effetti la musica era proprio un bleus, ma il testo era abbastanza ermetico", ricorda di Cioccio a proposito del brano che, di lì a poco, avrebbe sottoposto a Zappa: "Diceva pressappoco: 'Questa sera il grande spirito del blues aleggia intorno a noi. Halifax non è morto!'. E quando noi avevamo chiesto a Manfredi: 'Ma chi cazzo è questo Halifax?', lui aveva risposto che si trattava di un tizio della Louisiana considerato unanimamente l'inventore del blues. Un mito insomma: 'Cazzo... Halifax...', dicemmo noi, 'il blues... e tu sai queste cose? Accidenti... ci piacerebbe andare in fondo... Chi l'avrebbe mai detto?'. E così ci convincemmo dell'importanza di Halifax nella storia della musica americana. Con questa ingenua certezza nel cuore, arrivo finalmente a parlare di Halifax a Frank".

La bufala svelata

"'So, and we have also a great music, a blues' ['Abbiamo anche della grande musica, un blues', dice Di Cioccio a Zappa]
'Ah!', mi fa lui tutto contento. 'I love blues! And what is talking about this blues?' ['Amo il blues! Di cosa parla?']
'So', dico io con la faccia goduta, 'this is the story of Halifax!... Halifax, you know?' ['Ecco, è la storia di Halifax! Halifax, lo conosci?']
'Is the story of what?' ['La storia di cosa?']
'Halifax' insisto io, 'you know... ?' E gli spiego tutto la storia traducendo dall'italiano all'inglese. Quando arrivo al punto chiave sottolineo con entusiasmo il concetto. 'Halifax is not dead!', dico con commozione. 'Halifax è vivo!'.
"Are you sure?", chiede Frank, "Sei sicuro che non è morto?"
"No", dico io, " because... Halifax is not dead because the blues lives on! Il blues vive ancora!".
Frank mi guarda sempre più stranito.
Io insisto. 'Il blues vive perché Halifax rinasce tutte le sere nei club!'.
Lo sguardo di Frank era torbido. Era chiaro che non capiva. Allora taglio la testa al toro, sicuro di risolvere l'equivoco: 'Halifax! The man who invented the Blues! Il padre del blues, il suo creatore!.
Frank sgrana gli occhi: 'Hali... what?' 'Hali... chi?'].
Io sbianco e intanto lui scuote a testa. "I've never heard it. Nobody invented the blues, you know? [Mai sentito. Nessuno ha inventato il blues, sai?'] Il blues è nato per i cazzi suoi, nasce come una cosa qualsiasi. Non conosco proprio nessuno che dice: hey, io ho inventato questa cosa, questa cosa è mia".
Io mi sono fatto piccino piccino ma poi, naturalmente, tutto è finito in quattro risate.
Purtroppo però il progetto non andò in porto. Frank aveva troppi impegni, e le sue date non coincidevano con le nostre. Avremmo dovuto aspettare sei mesi, ma purtroppo non potevamo permettercelo. O per lo meno così ci sembrava.
Me ne tornai in Italia con un bel pugno di mosche in mano. Bisognava rivedere i nostri programmi e pensare bene a cosa fare. Halifax ci aveva lasciati e il nostro futuro si profilava incerto".

Dall'archivio di Rockol - La storia di “Storia di un minuto” della Premiata Forneria Marconi
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