Le canzoni del dolore di Nick Cave

Nel luglio 2015 il cantautore australiano ha perso il figlio quindicenne Arthur.
Le canzoni del dolore di Nick Cave

Il 14 luglio 2015 il figlio di Nick Cave, Arthur, cade da una scogliera, da una altezza di circa venti metri, a Ovingdean Gap, vicino a Brighton, nel sud dell'Inghilterra, dove il musicista risiede con la sua famiglia. Il ragazzo, 15 anni, morirà nell'ospedale in cui era stato ricoverato il giorno seguente. Una tragedia che, come si può immaginare, ha stravolto la vita del cantautore australiano e della sua famiglia. Una tragedia così devastante che non poteva non riflettersi anche nel lavoro di Cave.

Nel settembre 2016, poco più di un anno dopo la scomparsa del figlio, viene pubblicato "Skeleton Tree" (leggi qui la nostra recensione). L'album ha una copertina tutta nera, i suoni e le parole sono ridotti all'osso, il lutto per il figlio non può che aleggiare in ogni brano, anche se non se ne parla in maniera diretta. Nick Cave con queste canzoni è alla ricerca di un surplus di forza interiore per andare oltre la perdita, per cercare di darsi delle risposte e per immaginare quello che sarà il futuro.

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Buona parte delle canzoni del disco erano già state scritte o abbozzate prima della morte di Arthur ma ora, dopo il tragico accaduto, ogni nota e ogni parola assume un diverso significato. Così il musicista ha commentato "Girl in Amber", uno dei brani più significativi di "Skeleton Tree": "'Girl in Amber' è una canzone avvolta dal mistero. È una canzone che è venuta fuori come da un sogno e che sembra possedere un potere speciale, quasi mistico. Nel 2014 ero seduto al tavolo della cucina di Warren dopo una giornata trascorsa a fare musica nel suo piccolo studio sul retro della sua casa a Parigi. Sul tavolo c'era un fermacarte con un ragno intrappolato all'interno e il titolo 'Girl in Amber' mi è venuto subito in mente. Ricordo di essermi sentito felice, perché di solito i titoli mi vengono fuori dopo lunghe lotte con le parole. Quello sembrava carico di significato. Mi ha fatto pensare a persone che conoscevo che erano in uno stato di stasi, bloccati per sempre nel passato, ma senza pensare a nessuno in particolare. O almeno, era quello che pensavo".

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La lavorazione di "Skeleton Tree" è stata documentata dal regista Andrew Dominick nel film in bianco e nero 'One More Time with Feeling'. Un lungometraggio che è esplicitamente dedicato alla 'amata memoria' del figlio scomparso, come ricordato nei titoli di coda. La pellicola, infatti, verte sull’accettazione del lutto da parte di Nick Cave che nel film pare essere morto assieme al figlio fino al finale quando tende una mano alla speranza, “dobbiamo pensare a chi è rimasto”.

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Oggi Nick Cave compie 63 anni, ne sono trascorsi cinque e mezzo da quando il figlio Arthur è scomparso. Chi segue 'The Red Hand Files', il blog - filo diretto senza mediazioni tra il musicista australiano e i suoi fan - sa che nulla potrà più essere come prima, ma sa anche che è necessario un percorso di accettazione. In questo modo, nello scorso mese di maggio, Nick ha risposto a una domanda sul dolore: "Io e Susie (la moglie di Cave) abbiamo imparato molto sulla natura del dolore negli ultimi anni. Siamo arrivati ​​a vedere che il dolore non è un qualcosa che attraversi, poiché non c'è un'altra parte. Per noi, il dolore è diventato un modo di vivere, un approccio alla vita, nel quale abbiamo imparato a cedere all'incertezza del mondo, pur mantenendo una posizione di sfida alla sua indifferenza. Ci siamo arresi a qualcosa su cui non avevamo alcun controllo, ma ci siamo rifiutati di accettarla passivamente. Il dolore è diventato sia un atto di sottomissione che di resistenza - un luogo di acuta vulnerabilità dove, nel tempo, abbiamo sviluppato un senso acuto della fragilità dell'esistenza. Alla fine, questa consapevolezza della fragilità della vita ci ha riportato al mondo, trasformati. Abbiamo scoperto che il dolore era molto più della semplice disperazione. Abbiamo trovato che il dolore conteneva molte cose: felicità, empatia, comunanza, dolore, rabbia, gioia, perdono, combattività, gratitudine, sgomento e persino una certa pace. Per noi, il dolore è diventato una attitudine, un sistema di credere, una dottrina - un abitare consapevole dei nostri sé vulnerabili, protetti e arricchiti dall'assenza di chi abbiamo amato e di ciò che abbiamo perso. Alla fine, il dolore è il tutto. Lavando i piatti, guardando Netflix, leggendo un libro, su zoom con gli amici, seduto da solo o spostando i mobili. Il dolore è tutto reinventato attraverso le ferite sempre più emergenti del mondo. Ci ha rivelato che non avevamo alcun controllo sugli eventi e, mentre affrontavamo la nostra impotenza, siamo arrivati a vedere questa impotenza come una sorta di libertà spirituale."

(Paolo Panzeri)

Dall'archivio di Rockol - "Red Right Hand" (da "Distant sky - Live in Copenaghen")
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