Jake La Furia ed Emis Killa insieme in “17”: “Siamo come Method Man e Redman”. L’intervista.

I due rapper pubblicano un joint album, un manifesto del rap, e raccontano le grandi coppie della storia hip hop: “Alla base di tutto c’è l’amicizia. Con questo album zittiamo chi fa musica rap di merda”.
Jake La Furia ed Emis Killa insieme in “17”: “Siamo come Method Man e Redman”. L’intervista.

Distruggere per ricostruire. Il “17” non è il numero della sfiga, ma quello della rinascita. Amici e colleghi da molti anni, punti di riferimento nella scena rap italiana, già insieme in brani come “Di tutti i colori”, “Non è facile”, “Fuoco e Benzina”, Jake La Furia ed Emis Killa sfornano un joint album, “17” (come il numero delle canzoni e il tatuaggio che hanno sul volto), che ha il dichiarato obiettivo di essere un monumento, un simbolo che ricordi le radici di un genere tradito da troppi rapper improvvisati. Sull’onda storica delle grandi coppie hip hop, con il supporto di ospiti come Salmo, Fabri Fibra, Lazza, Tedua e Massimo Pericolo, i due artisti giocano, sparano a zero, rappano e dopo aver incendiato l’atmosfera, ghignano soddisfatti: Ragazzini, il padrone di casa è tornato”.

Le vostre coppie rap preferite?
Jake: Method Man e Redman perché come noi hanno vissuto una carriera artistica parallela. A legarli c’è sempre stato un fortissimo legame d’amicizia, proprio quello che sta alla base del progetto con Emis, e che permette di realizzare un album, divertendosi. Ti dico di più: io non volevo più saperne di fare rap. Solo un amico poteva farmi uscire da questa condizione e infatti c’è riuscito. Credo di cavarmela ancora bene a rappare, no? È la prima volta nella mia vita che, all’uscita di un disco, non sono agitato: dei risultati che avrà, a livello discografico, non me ne frega un cazzo.
Emis: per gli stessi identici motivi, legati a una dimensione d’amicizia, dico Jay Z e Kanye West: “Watch the throne” è il miglior joint album della storia del rap.
Jake: andando un po’ più indietro nella storia, io aggiungo anche Showbiz & A.G. Sono stati fondamentali per la formazione, rappavano su beat incredibili in quegli anni, hanno segnato un’epoca.

Altre?
Emis: Impossibile non citare anche 50 Cent e Dr. Dre, oltre a The Game e sempre Dr.Dre. “The documentary” credo sia il mio album rap preferito di sempre. L’unione fra 50 Cent e Dre è stata magica anche perché 50 veniva dal Queens, mentre Dre era un super rappresentante della Weast Coast.
Jake: Dico l’ultima, la più importante per me: Trigga The Gambler e Smooth Da Hustler. La prima traccia del disco è legata a loro, è bella tamarra, è la mia traccia preferita. Sono due miti per me. Smooth Da Hustler, dopo essere stato taggato su Instagram, mi ha risposto. Probabilmente anche lui non aveva un cazzo da fare, ma è stato il giorno più felice della mia vita.

Quando vi siete detti “facciamo un disco insieme”?
Emis: Le radici del progetto vengono davvero da lontano, ma non siamo mai riusciti a realizzarlo prima perché avevamo le nostre carriere soliste. Poi ecco arrivare “un buco temporale”, un momento di pausa per entrambi. E il disco finalmente è uscito.

È un album manifesto, a tratti molto conflittuale con una parte della nuova scena rap.
Jake: è un voler riaffermare il rap e il come lo si fa. Tornando indietro, riportando fuori alcune radici, e ribadendo che il rap bisogna saperlo fare, per forza di cose bisogna andare contro chi fa musica di merda, contro un establishment. Ma il bersaglio non è la trap, ci sono ragazzi bravissimi a farla, il nemico è la musica fatta alla cazzo, la musica brutta. È anche un errore, probabilmente, parlare di musica perché per molti conta altro, conta quello che può generare il rap. Non amano il genere, lo sfruttano. Il nostro disco è un macigno, ci sono tanti concetti, parti rappate, ma il concept non era “andiamo contro”.
Emis: Non vogliamo certo sparare contro le nuove generazioni, anche perché i figli di quel mondo sono al nostro fianco nel disco: Lazza, Tedua e Massimo Pericolo. È anche innegabile che molta della musica di oggi non mi piaccia.

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Il disco ha testi crudi, controversi e spesso gioca sull’elemento shock. Quanto è stato pianificato questo aspetto?
Jake: Non c’è stato niente di prestabilito. Tutto è nato su beat, scambi di idee, collaborazioni. È libertà massima, in ogni suo aspetto. È un disco fatto in modalità punkabbestia, fottendosene di tutto.
Emis: lo dimostra il fatto che non è rimasto fuori praticamente nulla e non era scontato. Spesso tanti pezzi non finiscono nella versione finale dell’album. Lo abbiamo lavorato quasi come un mixtape. Abbiamo avuto massima libertà, su tutto, a me non era mai capitato prima.

Manca perfino il classico pezzo d’amore.
Jake: Guarda, avevamo sedici tracce chiuse e, proprio su questo tema, ho detto ad Emis: “sembriamo asessuati, non c’è manco un pezzo in cui parliamo di figa”. Poi è nata “Toro Loco”, ma non è certo quello che in molti si sarebbero aspettati.
Emis: Non c’è il pezzo canonico per una tipa, ma c’è molto pathos in diverse canzoni.

“17” in poche parole?
Jake: Ragazzini, il padrone di casa è tornato.
Emis: Ecco una bella figa dopo che avete visto per troppo tempo cessi. Il rap si fa andando a tempo, con flow, con tecnica. È il messaggio insito nel progetto.

(Claudio Cabona)

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