Il 99% degli artisti non può vivere di streaming: le accuse alle label di un ex-Spotify

Tristan Jehan punta il dito contro l'iniqua distribuzione delle etichette, e una ricerca di Alpha Data conferma che meno dell'1% degli artisti fa soldi con le piattaforme

Il 99% degli artisti non può vivere di streaming: le accuse alle label di un ex-Spotify

Tristan Jehan è un nome piuttosto conosciuto dagli addetti ai lavori: già fondatore di Echo Nest nel 2005, mentre era impiegato presso il MIT Media Lab, la sua piattaforma di analisi dati fu acquisita da Spotify per una cifra stimata intorno ai 58 milioni di dollari. Fino allo scorso febbraio alle dipendenze della società svedese quotata sulla borsa di New York in qualità di direttore delle ricerche, il manager è ora impegnato nel lancio di TechnoArt, incubatore israeliano di start-up. Intervistato la scorsa settimana dal quotidiano economico di Tel Aviv Globes, Jehan è intervenuto riguardo al dibattito scaturito all'inizio dello scorso agosto dalle dichiarazioni di Daniel Ek, secondo il quale l'attuale produttività degli artisti, in un futuro nemmeno troppo prossimo, potrebbe non essere più economicamente sostenibile sul mercato musicale digitale.
    
"Se gli artisti guadagnano poco dallo streaming, la colpa è delle etichette", ha chiarito senza mezzi termini Jehan nel suo intervento (che - per ragioni non comunicate - è stato poi messo offline dalla testata che l'ha raccolto): "Oggi lo streaming rappresenta una grossa porzione di entrate, musicalmente parlando, a livello globale. Credo che sia una cosa positiva, e che sul lungo termine lo streaming aiuterà gli artisti. Questo modello, tuttavia, non si rispecchia nei contratti degli artisti".
    
"Società come Spotify restituiscono il 75% delle proprie entrate all'industria musicale, ma pagando direttamente le case discografiche, non gli artisti", ha proseguito Jehan: "Il problema è che agli artisti viene corrisposto solo il 10-15% del totale, e tutto il resto viene trattenuto dalle etichette".
    
La sostenibilità per gli artisti del modello di mercato delineato dall'esplosione dello streaming, che con una crescita su base annua a due cifre consolidatasi definitivamente nel corso dell'ultimo quinquennio rappresenta oggi la prima voce di guadagno per l'industria creativa, non è definita solo dai rapporti di forza che caratterizzano la filiera della discografia attuale. Secondo i dati comunicati negli ultimi giorni dalla società di analisi di mercato americana Alpha Data la ricchezza generata dalle piattaforme digitali sarebbe distribuita - per ragioni che nulla hanno a che vedere con gli accordi stipulati tra artisti e rispettiva etichette - in modo decisamente sbilanciato: degli oltre un milione e 600mila artisti che nel corso del 2019 hanno pubblicato sulle piattaforme streaming musica registrata, i primi 16mila per numero di passaggi hanno assorbito la quasi totalità degli stream - il 99,4% - registrati dalle piattaforme stesse, lasciando a 1 milione e 400mila "colleghi" spartirsi appena lo 0,4% dei passaggi totali, e - di conseguenza - dei relativi corrispettivi in denaro.
    
Il dato, pur rilevante, non deve stupire troppo: a fronte di fenomeni come i BTS, che con la loro "Dynamite" sono stati capaci di totalizzare oltre 100 milioni di stream in appena 24 ore solo su YouTube, circa 800mila artisti - la metà di quelli presi in oggetto per i rilevamenti - nel corso del 2019 hanno registrato, con il proprio repertorio, meno di cento passaggi complessivi.
    
Lo scenario descritto dall'analisi di Alpha Data collima con quello delineato da un recente report di Spotify, uno dei principali player sul mercato internazionale dello streaming a pagamento: secondo i dati in possesso della società guidata da Ek il 90% degli stream prodotti sulla piattaforma sarebbero appannaggio di soli 43mila artisti presenti nel database. Il numero, di per sé, dice poco se non rapportato al numero complessivo di band e cantanti attivi su Spotify. All'inizio del 2018 fu lo stesso Ek a quantificare in tre milioni il numero degli artisti presenti sulla sua piattaforma: pur prendendo per buona la stima - senza dubbio datata, e che in due anni e mezzo sarà sicuramente cresciuta - e rapportandola al recente studio sulla titolarità degli stream riferita sopra, il 90% del totale dei passaggi registrati da Spotify sarebbe generata da appena l'1,4% degli artisti attivi sulla piattaforma. Un dato, questo, molto vicino a quello comunicato da Alpha Data su scala generale.

Tutto quanto sopra mette a nudo due facce - purtroppo entrambe negative - della stessa medaglia e punta il dito contro le attuali e ben note criticità della maggiore fonte di ricavi del comparto della musica registrata. In sintesi: un forte sbilanciamento in fase di distribuzione degli introiti, che evidenzia un modello sostenibile solo in caso di grandi volumi, e la sostanziale assenza di remunerazione significativa per il 99% della comunità artistica, che i contenuti però li mette a disposizione formando il catalogo tanto delle label che dalle piattaforme che lo acquisiscono su licenza. Ma mentre i grandi volumi per le label sono anche quelli della coda lunga di centinaia di migliaia di artisti che sommano rivoli che affluiscono al rendiconto mensile delle stesse, per gli artisti sono tali solo in caso di superstar - e con i rivoli, carta canta, non si campa. E, se Spotify (lo abbiamo scritto in passato) non può essere additata a vampiro perché trattiene per sé il 25% dei ricavi per sostenere la propria piattaforma e il proprio marketing (e non ancora, purtroppo, per remunerarsi), la stessa società svedese (e sullo stesso piano anche i suoi concorrenti) dovrebbe apportare correttivi importanti al meccanismo delle playlist, a partire da una trasparenza molto maggiore di quella attuale.

Gli artisti, senza i quali nessuno di noi addetti ai lavori sarebbe qui, farebbero bene a studiare con accuratezza questa situazione.
(dp - gdc)

Music Biz Cafe, parla Paolo Salvaderi (Radio Mediaset)
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