Cari cantanti, ma chi vi credete di essere diventati?

Considerazioni impopolari su sedicenti opinion leader, social e media
Cari cantanti, ma chi vi credete di essere diventati?
Credits: Mr. Watson

Un rapper di un certo nome ha accusato oggi i suoi colleghi di non essersi espressi pubblicamente in merito a un fatto di cronaca nera. 
A questo punto siamo arrivati: che se qualcuno non prende posizione esplicitamente - e, naturalmente, sempre nella direzione auspicata dal  benpensantismo imperante - è accusato di "non essersi espresso", e quindi, senza alcuna consequenzialità logica, di "pensarla in un altro  modo" (come se pensarla in un altro modo fosse una colpa e non un diritto).
Non voglio minimamente entrare nel merito del caso specifico, che è quello del ragazzo che è stato ucciso di botte a Colleferro. Ma allo stesso modo si potrebbero allora additare al pubblico ludibrio tutti quelli che non hanno preso posizione rispetto alla donna di 46 anni, con tre figli, uccisa in Svizzera pochi giorni fa per proteggere tre bambini (ne ha scritto qui Carla Vistarini). 
Il che vuol dire, in questa circostanza specifica, additare al pubblico ludibrio tutti indistintamente: perché, su questo tristissimo episodio, nessuno ha preso posizione, dei tanti - dei troppi - che usano i social per farci sapere che esistono. (Il che, fra parentesi, vuol dire che la differenza di colore della pelle importa più a quelli che stigmatizzano pubblicamente che a quelli che tacciono).

Quello che mi interessa segnalare qui è un fenomeno diverso: quello dei personaggi dello spettacolo che si atteggiano a opinion leader - e senza averne la statura riconosciuta - e quello dei media che rilanciano le loro opinioni.
Non voglio mettere in dubbio la sincerità dei sentimenti dei primi, e non mi permetto di insinuare che dietro a queste esternazioni ci sia una volontà autopromozionale (anche se dubito che abbiano una particolare capacità di influenza morale sul loro pubblico). Ma il meccanismo infernale che si è instaurato è tale che un post su Instagram diventa una notizia, e la notizia è rilanciata dai giornali, ripresa dalle radio, commentata dalle televisioni, suscitando tutta una sequela di nuovi commenti social, che diventano a loro volta altre notizie, generando un flusso inarrestabile.  E circondando di un assordante rumore mediatico anche chi - come me - si tiene fieramente a distanza dalla frequentazione dei social.
Ho letto nei giorni scorsi un'intervista di un conduttore televisivo che non conosco personalmente, e sul quale non ho nessuna opinione né professionale né personale, semplicemente perché non l'ho mai ascoltato in radio e non l'ho mai guardato in televisione. Si chiama Pierluigi Diaco, e queste sono le cose che ha detto:

"Sui social ci sono troppe semplificazioni e troppa superficialità. I social danno una rappresentazione del Paese in cattiva fede. Chi sta sui social è ormai un tuttologo. Parlano di tutto anche se non hanno nulla da dire. E quando tu rendi accessibile a tutti la possibilità di dire, fare, polemizzare, criticare senza regole e senza limite e senza una legittimazione per esprimersi con argomenti complessi, il tenore della conversazione si indebolisce. Non credo che ci sia bisogno di tornare indietro. Basta che i media tradizionali la smettano di dare importanza ai social. Sono un circolino che non rappresenta affatto il tasso di umanità che attraversa i cittadini. Non ce l'ho con i social. Credo che il tipo di attenzione che viene dato a ciò che succede in rete sia smodato. Denota una certa pigrizia di alcuni colleghi che montano pezzi basandosi su una manciata di tweet che circolano in rete".

Sottoscrivo tutto.

Franco Zanetti

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