Musicultura 2020, i giovani e la canzone d'autore: parla Enrico Ruggeri

Qualche riflessione sui giovani cantautori di scena in questi giorni allo Sferisterio di Macerata e - più in generale - sullo stato di salute della musica estranea ai circuiti commerciali

Musicultura 2020, i giovani e la canzone d'autore: parla Enrico Ruggeri

"Oggi chi fa il cantautore è un pazzo": se a dirlo è un cantautore chiamato a tenere a battesimo giovani colleghi a una delle più importanti manifestazioni italiane dedicate alla canzone d'autore, non si può che crederci. Incontriamo Enrico Ruggeri nel backstage di Musicutura 2020, festival che quest'anno ha laureato vincitore Fabio Curto: il suo ruolo istituzionale da conduttore gli impedisce di esprimere preferenze sui concorrenti, ma non su quella che sarà la cornice della carriera alla quale i suoi colleghi si stanno affacciando.

"Fare canzone d'autore oggi è come vendere frigoriferi in Lapponia", ribadisce il già leader dei Decibel, che sfoggia - per l'occasione - una t-shirt dei New York Dolls: "Uno, oggi, fa il cantautore perché ha un'urgenza interiore, altrimenti farebbe trap o tormentoni estivi, o cercherebbe di diventare un calciatore. Comunque, tenterebbe altre strade. Mettersi davanti a un foglio bianco cercando di scrivere testi importanti e belle musiche significa avere una forza interiore notevole"

Una cosa bisognare riconoscere ai finalisti di Musicultura, a prescindere dai gusti personali: il cantautore di oggi, senza dubbio, è molto meno autoreferenziale e compiaciuto dei suoi colleghi di qualche decennio fa. "Perché oggi c'è una sovrapposizione tra generi", spiega Ruggeri: "Prima della mia generazione il cantautore era uno che scriveva bellissimi testi su musiche bruttine, o appena passabili, e che non aveva il minimo senso dello spettacolo. Mentre David Bowie, che era un cantautore, si vestiva da Ziggy Stardust, ed Elton John si metteva la parrucca, in Italia il cantautore doveva avere la barba lunga, essere brutto ed esibirsi da seduto. I confini tra generi, però, erano abbastanza netti: da una parte c'erano i cantautori, da un'altra la PFM e il Banco, e da un'altra ancora la musica leggera. Dagli anni Ottanta in poi, con la mia generazione, si è iniziato a fare del rock sulla musica d'autore, poi è arrivata la generazione successiva - quella di Daniele Silvestri, per intenderci - che ha iniziato a contaminarsi con il rap. 'Cantautore' è diventato più un termine letterale che di spirito".

Vedere pieno a metà (a causa delle misure anti-Covid) lo Sferisterio - una delle venue più suggestive al mondo, dotata di un'acustica eccezionale, come sanno bene Thom Yorke e Jonny Greenwood dei Radiohead, che lo scelsero per il loro concerto del 2017 - fa un certo effetto, anche dalla prospettiva del palco: "Ho fatto pochi concerti ma belli, quest'estate", ha raccontato Ruggeri a proposito della sua attività dal vivo post lockdown: "La voglia di suonare era enorme, il godimento nell'esibirsi è alto. Certo, è abbastanza surreale sentire cantare 'Quello che le donne non dicono' dietro le mascherine, non avere la gente sotto al palco: manca una serie di ingredienti, ma è sempre meglio di quella cosa triste dei concerti in streaming, fatta di pantofole e pigiami. Per carità: onore a chi l'ha fatta, ma con la musica non c'entra niente".

Ruggeri non appartiene al genere di artista pronto a scendere a compromessi con il pubblico, quando si parla di integrità: per il disco del 2017 dei Decibel "Noblesse oblige" lo stesso cantautore chiese a discografici e promoter di mettere il vendita album e biglietti dei concerti - volutamente previsti nei teatri - a prezzi tutto meno che low cost. Perché - Ruggeri ne resta profondamente convinto - la vera arte è tutto meno che discount. "Il mondo si è spaccato in due: il 97% beve l'acqua del rubinetto, e il restante 3% beve champagne", dice lui, riprendendo un discorso iniziato proprio con Rockol qualche settimana fa a proposito di streaming: "Non che i Decibel siano lo champagne: sto parlando del tipo di fruizione. La maggioranza degli ascoltatori prende il telefonino e si fa pilotare dagli algoritmi, mentre una stretta minoranza acquista consapevolmente un disco, va a casa ad ascoltarselo, guarda la copertina e legge i testi. Io mi rivolgo a questa minoranza. Il rock, che prima era stato un segnale generazionale, legato al dissenso e all'innovazione, oggi è un'elite dell'anima. Una casta". Nonostante tutto, varrebbe la pena tentare di convincere chi beve l'acqua del rubinetto almeno a provare lo champagne, nel caso possa piacergli? "In teoria sì, ma credo sia come rimettere il dentifricio nel tubetto: se uno è appagato da una canzone che contiene le parole 'tequila', 'margarita', 'estate', 'ballare' e 'facciamo l'alba', temo sia irrecuperabile".

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