Paolo Conte, la storia dell’album d’esordio come cantautore

Era l’ottobre del 1974 quando veniva pubblicato dalla RCA il disco d’esordio di un cantautore allora semisconosciuto. L’abbiamo ripercorso canzone per canzone nei giorni scorsi.
Paolo Conte, la storia dell’album d’esordio come cantautore

Trentasette. Come gli anni (pochi) per interrompere l’avviata carriera di avvocato. Come gli anni (tanti) per cominciare a incidere dischi. Come l’anno di nascita, il 1937 (6 gennaio), doppiato nel 1974 quando Paolo Conte diventa cantautore, termine che non solo detesta ma che gli sta stretto come un soggólo da suora. Da un ventennio improvvisa jazz nelle cantine astigiane che profumano di mosto con gruppi dai nomi risibili: Original Barrelhouse Jazz Band, Taxi for Five, The Lazy River Band Society, perfino Paul Conte Quartet, a mettere in chiaro il leader. Arrivano a trasformare il celebre “St. Louis Blues”, standard di Louis Armstrong e Bessie Smith, in “Le tristezze di San Luigi”. Compone canzoni con il fratello Giorgio, che sembra suo gemello anche se ha quattro anni di meno. Colleziona vinili di Satchmo, Jelly Roll Morton, Fats Waller, Cole Porter e Duke Ellington, Earl Hines, Debussy, Giuseppe Verdi, Edith Piaf e si è già divertito a scrivere la musica del brano più canticchiato della nostra musica leggera, Azzurro, affidato a quella “voce così popolare e sincera” di Adriano Celentano. Conte è un miracolo ibrido, si immerge come un palombaro corazzato di musica nobile, di gusto e di genio, nello stagno delle canzonette e lo trasforma in un mare profondo e dalle sfumature tropicali. Finora si è prestato a mettere musica su testi d’altri e a consegnare lo spartito a interpreti da “urlo”, come Caterina Caselli (“Insieme a te non ci sto più”, 1968), Celentano (“Chi era lui”, 1966, “La coppia più bella del mondo”, con Claudia Mori, 1967, e “Azzurro”, 1968), Patty Pravo (“Tripoli 69”, 1969) o l’Equipe 84 (“Una giornata al mare”, 1971). Finché lo storico produttore della Rca Lilli Greco lo costringe a cantare; lui, con quella voce cavernosa e maleducata (“Non cantavo, ululavo”, precisa). “Ascoltandolo sembrava essere piombati in un altro mondo” ricorda Greco. “Fu come andare a vedere un film americano ambientato negli anni Quaranta ma girato oggi”. L’avventura comincia con un album omonimo, registrato con i piedi sul mixer, buona la prima. La copertina è già fatta: un disegno dello stesso Conte (“passione più forte della musica”) con una donnina discinta seduta su una sedia, probabilmente di un tabarin, abbracciata a un uomo brizzolato di schiena distinto e vestito in completo marron. Siamo già precipitati dentro l’universo senza tempo di Paolo Conte.

Federico Pistone

 

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Il testo qui pubblicato è tratto, per gentile concessione dell’autore Federico Pistone e dell’editore, da “Tutto Conte – Il racconto di 240 canzoni” (Arcana, 224 pagine, euro 16,50). (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.

 

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Dall'archivio di Rockol - Paolo Conte - Un gelato al limon
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