Addio al discografico Franco Dedevitiis: i ricordi di Bertoncelli e Marziano

La scomparsa di uno fra gli ultimi esponenti della “vecchia scuola", che contribuì al lancio italiano di molti artisti internazionali
Addio al discografico Franco Dedevitiis: i ricordi di Bertoncelli e Marziano

Abbiamo appreso, a funerali avvenuti, della scomparsa di uno fra gli ultimi discografici della “vecchia scuola”, Franco Dedevitiis, già in Ricordi, poi RTI e S4 e quindi fondatore di Nasco (per cui aveva curato la distribuzione di Cooking Vinyl, tra le altre cose).
L’ho frequentato personalmente, nei lontani anni Settanta e Ottanta, e lo ricordo come un professionista capace e preparato, ma prima ancora come un sincero appassionato di musica. Per salutarlo, con affetto e con rispetto, abbiamo chiesto il contributo di chi l’ha conosciuto bene.

(fz)

 Il ricordo di Riccardo Bertoncelli  
Franco Dedevitiis era un discografico gentiluomo, definizione che oggi pare al limite dell'ossimoro; non che girino dei mascalzoni, per carità, ma in tanti mi sembrano figurine sbiadite, senza quei tratti originali e di signorilità che distinguevano tanti discografici d'antan. Il ricordo che ho di lui è inestricabilmente legato alla Ricordi nel palazzo reale di via Berchet, dove atterrai la prima volta un mattino di cinquant'anni fa. Lui non c'era allora, credo lavorasse alla CBS, ho ben presente che una volta mi raccontò di aver curato l'edizione italiana di un 45 giri di Bob Dylan, Just Like A Woman/ I Want You, che è tra le reliquie sacre della mia giovinezza – con quel riferimento guadagnò cento punti nella mia classifica. Alla Ricordi approdò negli anni '80, vado a memoria, e visse l'ultimo periodo di quella sigla un giorno potentissima, contribuendo a rendere meno amaro il declino con belle scelte di etichette di culto. Lo vedevo di sovente nei miei giri  per case discografiche (non per nostalgia ma: chi oggi li fa più?) e ogni volta ne apprezzavo la gentilezza, i modi pacati, la disponibilità all'ironia e al sorriso.
Peccato averlo perso di vista negli ultimi anni. Mi metto subito in contatto telepatico, se non ricordo male gli piaceva tanto John Martyn e in suo onore  riascolterò adesso Solid Air o, meglio ancora, Grace & Danger, uno dei “suoi” dischi.

 

Il ricordo di Alfredo Marziano
Un amico comune mi ha informato ieri sera della morte di Gianfranco Dedevitiis, uno degli ultimi, grandi ‘music men’ della stagione d’oro della discografia italiana che ho avuto la fortuna di conoscere e il piacere di frequentare in tante occasioni. L’avevo perso di vista da molto tempo e non sapevo della sua lunga malattia: perciò la notizia della sua scomparsa (e delle sue esequie, avvenute ieri) mi ha scioccato e trovato impreparato.
Se n’è andato con discrezione e in punta di piedi, com’era nel suo stile: ricordo Gianfranco come un uomo umile, mite, gentile e di cultura musicale immensa. Un pozzo di aneddoti e di conoscenza. Rammento l’affetto sincero espresso nei suoi confronti, nel corso degli anni, da tanti collaboratori e collaboratrici. Il rispetto e la gratitudine che molti colleghi giornalisti nutrivano per lui e la grandissima stima di cui godeva a livello internazionale: ebbi modo di constatarlo più volte di persona quando, al Midem di Cannes, mi capitò spesso di assistere ai suoi incontri con grandi manager e discografici di tutto il mondo.
Lo conoscevano tutti, perché ai tempi gloriosi della Dischi Ricordi (fino al passaggio di proprietà alla tedesca Bertelsmann nel 1994) era lui ad avere in mano, come responsabile del repertorio internazionale, le migliori etichette indipendenti del globo come Island, Mute e Rough Trade, che allora volevano dire U2, Bob Marley, Depeche Mode ma anche tantissimi artisti di culto della scena folk rock, country, blues e alt rock che lui curava con altrettanta passione e dedizione  (successivamente - con Maurizio Cercola alla RTI/S4 e alla Nasco, e con la rappresentanza italiana della Righteous Babe e della Cooking Vinyl – contribuì all’’affermazione in Italia di Ani DiFranco e al consolidamento di artisti come Billy Bragg).
Eppure, in tanti anni di lavoro a Musica e Dischi e a Rockol, non ricordo di averlo intervistato una sola volta.  Perché Dede era schivo, riservato, ironico e autoironico. Amava stare sempre un passo indietro, lontano dalla ribalta, avverso com’era per natura ai giochi di potere, all’arrivismo e allo sgomitare per mettersi in vetrina.
Un uomo d’altri tempi (non aveva neppure la patente di guida), in un music business sempre più competitivo e di facciata. Un vero amante della musica e un motivatore. Una persona che incoraggiava le passioni altrui e ti facilitava il lavoro. Mettendoti a disposizione tutto quanto fosse nelle sue possibilità - anteprime, dischi, contatti, interviste con gli artisti di un roster immenso e straordinario – e spingendoti a conoscere, approfondire, allargare gli orizzonti. Ricordo la sua curiosità insaziabile, il suo grande amore per Cliff Richard, il culto per il vinile e per il rock and roll delle origini. E i suoi piccoli gesti di squisita gentilezza. Sapendo delle mie origini biellesi, un giorno mi regalò un paio di lettere che alcune ammiratrici locali della star americana  Gene Pitney (di cui aveva curato il fan club italiano) gli avevano fatto recapitare nei primi anni Sessanta. Teneri, ingenui ed eccezionali documenti di un’epoca candida, romantica ed entusiasta in cui certamente si riconosceva e che mentre scrivo mi rigiro con sincera commozione tra le mani.

 

Dall'archivio di Rockol - 1991, l'ultimo anno d'oro del rock
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