Brian Eno, ‘one brain’: un cervello (che funziona)

Brian Eno, ‘one brain’: un cervello (che funziona)
In trent’anni di lavoro, fra conferenze stampa e interviste me ne sarò sorbite, approssimativamente, almeno 2500. Ma non ne ricordo molte dalle quali sia uscito malvolentieri, con la convinzione che se fossero durate più a lungo ne sarei uscito ulteriormente arricchito. Ebbene, l’incontro con Brian Eno che si è tenuto lunedì 13 in un paradisiaco angolo di Franciacorta (fra Brescia e il lago d’Iseo) non avrei voluto più che finisse: non è stata un’intervista, non è stata una conferenza stampa, ma una conversazione interessante, vivace, appassionante, feconda di spunti e di idee. L’uomo, Brian Eno, è una testa lucida nella quale scalpita un cervello brillante, un interlocutore affabile e garbato ma anche ironico e autoironico (la sua frase di benvenuto è stata: “Passare tutta la giornata a parlare di te stesso ti fa capire quanto noioso sei”: mai una dichiarazione è stata più clamorosamente smentita dai fatti).
L’occasione era fornita dall’uscita di un nuovo album del non-musicista per autodefinizione: “Another day on earth”, nel quale il poliedrico artista-intellettuale ritorna alla canzone (e ai testi cantati) dopo parecchi lustri. E infatti: “Quasi trent’anni fa ho smesso di scrivere canzoni perché mi sembrava un’attività troppo naif” spiega Eno. “Ero più interessato al suono e alla tecnologia che alla forma della canzone. La canzone è uguale a se stessa da sessant’anni: è solitamente considerata un’espressione della personalità del cantante, e quindi la voce vi è sempre trattata in maniera molto tradizionalista. La registrazione della voce è un procedimento ancora poco esplorato; ed è un peccato, perché se la canzone è una rappresentazione, la voce è un personaggio importante di questa rappresentazione, e andrebbe valorizzata. Negli ultimi tempi la registrazione della voce ha vissuto un’evoluzione tecnologica significativa: oggi è possibile trattare la voce come uno strumento elettronico, ed è per questo che ho voluto provare a riutilizzarla”.
(Un’avvertenza: inevitabilmente, questo resoconto riferirà solo parzialmente dell’incontro, perché sarebbe troppo lungo - e anche limitativo - trasferire in parola scritta tutto ciò che è stato detto in oltre un’ora e mezza di chiacchierata. Il discorso ha raramente seguito una linea prefissata, lo schema abituale di ogni intervista o conferenza stampa; anzi, si è diramato lungo tangenti suggerite da una frase, da una parola, da un’osservazione casuale: come se ogni risposta di Eno contenesse decine di link ad altri ragionamenti possibili, alcuni dei quali sono stati “aperti” e parzialmente esplorati, molti altri sono rimasti solo potenzialmente attivi. Da qui, anche, la sensazione di “insoddisfazione” di cui dicevo poco sopra: mi è rimasta molta curiosità, mi sono rimaste molte domande che avrei voluto rivolgere, sono convinto che sarei potuto rimanere altre ore intere senza annoiarmi nemmeno un po’).
Dunque: canzoni cantate, con testi. “I testi possono diventare una gabbia, se non sono bellissimi. Servono per attirare l’attenzione sulle cose che ci sono nella musica. A parte Bob Dylan, nessuno che io abbia conosciuto scrive canzoni musicando dei testi: quasi tutti utilizzano un procedimento inverso, cominciando dalla musica, cantandoci sopra parole improvvisate, spesso senza senso compiuto, per capire come vogliono che ‘suoni’ la voce”. Su Internet (http://music.hyperreal.org/artists/brian_eno/lyrics.html) sono stati trascritti, dalla comunità dei fan, i testi di tutte le canzoni cantate in passato da Eno (nei suoi primi dischi da solista, “Here come the warm jets”, “Taking tiger mountain by strategy”, “Another green world”, “Before and after science”, e occasionalmente in altri album o in singoli o in collaborazioni), ed ogni testo è corredato da una serie di “diverse interpretazioni” di parole o frasi. “Mi piace che ognuno capisca quello che vuole, nelle mie canzoni” sorride lui, enigmatico. “Nei miei testi non voglio dire niente di preciso, non ho un messaggio. E infatti non ho mai voluto che sulle copertine degli album, o sui libretti dei Cd, venissero riportate le parole delle canzoni. E’ un modo distorto di intendere la loro funzione: oltretutto, se ascolti un disco avendone davanti i testi scritti è inevitabile che l’occhio corra più avanti rispetto al punto in cui una frase viene cantata, il che distrae dall’ascolto del brano. E poi, stampare le parole vorrebbe dire prenderle troppo sul serio...”.
In passato Eno ha saltuariamente cantato canzoni di altri: ad esempio, esiste una sua versione incisa di “The lion sleeps tonight (Wimoweh)” dei Tokens. “Anche durante la lavorazione di questo album avevo quasi terminato di registrare una cover di ‘I’m set free’ dei Velvet Underground, poi ho deciso di lasciarla fuori. Mi piacerebbe anche cantare ‘Ball of confusion’ dei Temptations... magari un’altra volta”.
Uno dei brani inclusi in “Another day on earth”, “Under”, faceva parte di “My squelchy life”, un fantomatico album registrato da Brian Eno nel 1991 che non ha mai visto ufficialmente la luce: “E’ una canzone sulla quale sono ritornato molte volte, ed era venuto il momento di concretizzarla su disco”, spiega Eno, che poi, ricondotto all’occasione per la quale in fondo siamo lì, rivela: “L’album doveva inizialmente intitolarsi ‘This’, come la canzone che lo apre. Poi invece ha preso il titolo dalla fotografia di copertina: un’immagine che ho scattato a Pechino. Sembra una foto posata, per la luce, la distribuzione delle masse, l’atmosfera; invece è uno scatto casuale. Da qui anche il suo titolo, che è poi diventato quello del disco: un titolo che può avere una doppia lettura, cioè ‘un altro giorno qualsiasi’ o anche ‘un giorno speciale, diverso’. Ognuno può scegliere quella che più gli aggrada”.
Dell’album bisognerebbe parlare di più, o avere più tempo per parlare (in particolare delle partecipazioni di Steve Jones, ex Sex Pistols, e di Barry Andrews degli XTC, o degli “aiuti amichevoli” di gente come Robert Fripp, Annie Lennox, Robert Wyatt); ma la conversazione fluisce zigzagando, e tornerà sul disco “da promuovere” solo alla fine dell’incontro, quando gli verrà chiesto di approfondire il tema di “Bone Bomb”, ultima traccia del Cd (cantata da Aylie Cooke). “In realtà potrebbe essere il primo pezzo del prossimo disco. La canzone è nata dalla lettura di una pagina di giornale, sulla quale era raccontata la storia di una ragazza palestinese che si è fatta esplodere, lasciando quasi come testamento alcune frasi che cercavano di spiegare le ragioni del suo gesto. Nella stessa pagina c’era un’intervista a un medico israeliano, che raccontava come uno dei compiti più penosi sia estrarre, dalle carni delle vittime dell’attentato, i frammenti di ossa della persona che si è fatta esplodere . Mi è parsa una metafora, durissima, dell’integrazione. David Bowie mi ha scritto dicendo che questo è, secondo lui, il più bel brano che io abbia mai realizzato”.
Ci era stato “consigliato” di non rivolgere domande esplicite sul lavoro di Brian Eno come produttore per conto terzi: ma è lui stesso ad accennarvi, citando The Edge degli U2 (“un vero appassionato degli accordi in minore, che invece secondo me sono quasi sempre non necessari: il modo maggiore è più versatile, più espressivo”), Paul Simon (con il quale sta lavorando a un album dal titolo provvisorio “Musical palette”), e in generale argomentando la propria convinzione che “in studio, la cosa più importante che deve fare un produttore è tenere alto il livello dell’interazione emotiva, non importa se positiva o negativa: bisogna avere la forza di dire all’artista che ha fatto qualcosa di splendido ma anche qualcosa di orrendo, e da questa dinamica nascono i frutti più saporiti”. E la tecnologia? “Bisogna cercare di capire cosa si può farne, puntare al ‘cheaper, faster, better’ - più economico, più veloce, migliore. Ogni innovazione tecnologica soddisfa in maniera più efficace un bisogno già esistente, ma al tempo stesso crea una nuova possibilità espressiva. Ad esempio, lo sviluppo dei personal computer potrà dare vita a una nuova forma d’arte: mini-film autoprodotti su DVD, che chiunque con un minimo di attrezzatura e di competenza potrà realizzare e diffondere, e forse anche commercializzare”.
A proposito di futuro: a quanti progetti sta lavorando attualmente? Per rispondere Brian Eno deve farsi aiutare da Jane Geerts, sua “rappresentante” e assistente: “Dunque... sto preparando installazioni audiovisive a Lione, Monaco di Baviera, San Pietroburgo e in Cina; sto lavorando con Paul Simon; sto scrivendo una nuova introduzione al mio libro “Futuri impensabili” e sto scrivendo un nuovo libro sull’ecologia culturale; tengo lezioni e conferenze; sto preparando una versione orchestrale di ‘The Shutov assembly’, un mio disco del 1992; mi hanno chiesto di scrivere musiche per la cerimonia di apertura della prossima Coppa del Mondo di calcio; sono diventato un attivista politico, sto cercando di fare lobby perché in Gran Bretagna si passi a un sistema elettorale proporzionale... e sto facendo un po’ di altre cose che adesso non mi vengono in mente”.
Insomma, un domani fitto di impegni: come guarda al futuro questo affascinante signore britannico di mezza età? “Molte cose succederanno nel futuro: alcune faranno schifo, alcune saranno meravigliose, e non vedo l’ora di conoscere le une e le altre”.
(fz)
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