Enrico Ruggeri: 'Chi ama Spotify non ama la vera musica'

Il cantautore già leader dei Decibel interviene sulle controverse dichiarazioni di Daniel Ek: 'Lui parla per sua convenienza, ma l'arte è un'altra cosa'
Enrico Ruggeri: 'Chi ama Spotify non ama la vera musica'

Se oltreoceano le dichiarazioni dell'ad di Spotify Daniel Ek hanno sollevato un polverone, che ha visto diversi protagonisti della scena rock americana esporsi pubblicamente in modo estremamente critico, presso la comunità musicale italiana la controversa uscita è stata accolta nella pressoché totale indifferenza. A fare eccezione, fra quelli ai quali abbiamo chiesto un commento senza per ora ricevere risposta, è Enrico Ruggeri.

"L'ho già detto in passato: Spotify, considerato dal punto di vista di chi fa musica, è una truffa legalizzata", ha spiegato a Rockol il già leader dei Decibel: "Non ha messo in ginocchio solo gli artisti, ma l'intero indotto che gravita intorno a essi. Con Spotify così come lo conosciamo siamo costretti a rinunciare a una parte dei tecnici in occasione dei concerti. Mettendomi nella prospettiva del fruitore - che non è la mia, perché non lo uso - Spotify sta al rubinetto dell'acqua come il CD e il vinile stanno allo champagne. Non mi stupisce, quindi, che sia così popolare".

"Su quanto detto da Ek, che dire?", prosegue Ruggeri: "A lui conviene che si faccia così, non ci sono dubbi: dei dischi non gli importa nulla, a Spotify bastano i singoli. L'arte, però, è un'altra cosa: gli artisti devono seguire un proprio percorso personale secondo un criterio artistico. E questo, di certo, non glielo può suggerire Ek".

Chi vive di musica potrebbe permettersi di ribellarsi a Spotify, per esempio non concedendo alla piattaforma il proprio catalogo in segno di protesta? "Se lo facessero in dieci non succederebbe nulla", riflette Ruggeri: "Al contrario, se lo facessero tutti sarebbe un vero e proprio trionfo, anche se sono sicuro che non succederà, perché - alla fine - prevarrebbero gli interessi di bottega. Però, sia chiaro, Spotify non è indispensabile: ne abbiamo fatto a meno per cinquant'anni e abbiamo comunque avuto i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan e tanta altra ottima musica".

Un anno fa, in un'intervista rilasciata a Pop Economy, Ruggeri sostenne che la musica di qualità, ormai, fosse appannaggio di chi ha i mezzi economici per permettersela. Spotify non farà che accelerare questa spirale involutiva? "Non è una novità di questi anni: sono secoli che la buona musica è prerogativa dei ricchi. A un giovane che vive la musica come riscatto sociale non possiamo chiedere di essere rivoluzionario, perché con la musica deve comprare da mangiare per sé e per la sua famiglia e pagare affitto e bollette. Il 90% dei pezzi che si ascoltano oggi alla radio sono reggaeton e trap, perché il mercato è questo, ma chi può permettersi di fare la musica che gli piace ha più possibilità di lasciare un segno ed essere ricordato. Posso fare l'esempio che mi riguarda: io vivo di rendita con le vendite dei dischi fatte quando ancora i dischi si vendevano, negli anni Ottanta e Novanta. Grazie a questa condizione con la mia etichetta, la Anyway, posso permettermi di sperimentare, pubblicando dischi come quelli - di prossima uscita - di Silvio Capeccia che rifà da solo al piano le canzoni dei Decibel e il disco di debutto di un bravo cantautore, che non fa il musicista di lavoro e che ha sessantadue anni".

Gli utili generati dallo streaming non riguardano solo gli artisti e i loro editori: nell'ultimo periodo diversi brani sono stati lanciati per raccogliere fondi da destinare a cause nobili, da "Rinascerò, rinascerai" di Roby Facchinetti ai recenti remake corali di "Ma il cielo è sempre più blu" e "Creuza de ma". Le remunerazioni - troppo basse, lamenta da tempo l'industria discografica mondiale - corrisposte dalle piattaforme streaming ad autori ed editori si riverberano negativamente anche su operazioni del genere, che con il profitto del singolo artista non hanno nulla da spartire. "Infatti credo sia ridicolo, oggi, pensare di mettere una canzone in streaming per beneficenza", spiega Ruggeri: "Se questo pomeriggio entrassi in un bar qualsiasi spiegando agli avventori la ragione per la quale mi sto spendendo, raccoglierei più soldi in mezz'ora di chissà quante centinaia di migliaia di stream. Se dovessi farlo io, un brano per beneficenza, venderei i vinili autografati a cento euro l'uno. Mi pare più pratico". E cosa ne pensa, Ruggeri, delle operazioni corali come quelle fatta sulle canzoni di Rino Gaetano e Fabrizio De André? "Salvo la buona fede. Però poi viene fuori che gli artisti hanno quasi tutti lo stesso management, lo stesso promoter o la stessa casa discografica...".
 

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