La volta che Robert Smith (Cure) ha fatto a botte con tre businessmen e subito dopo ha scritto quasi tutto ‘Seventeen Seconds’

I tre quarti del secondo capitolo discografico dei Cure sono stati scritti da Robert Smith in una notte infelice.

La volta che Robert Smith (Cure) ha fatto a botte con tre businessmen e subito dopo ha scritto quasi tutto ‘Seventeen Seconds’

Qualche mese dopo la pubblicazione del loro esordio discografico, “Three Imaginary Boys”, i Cure si sono imbarcati in un tour con i Banshees, come gruppo spalla della band di Siouxsie Sioux e Steven Severin. Era il 1979 e l’esperienza fu particolarmente significativa per la giovane band e più che mai per il frontman Robert Smith che a partire dalla data di Aberdeen della tournée che ha attraversato Inghilterra, Irlanda del Nord e Scozia ha ricoperto il doppio ruolo di leader dei Cure e chitarrista dei Banshees a causa dell’assenza di John McKay. L’occasione ha permesso alla voce di “Boys Don’t Cry” - ricorda lui stesso nella biografia di Mark Paytress “Siouxsie & the Banshees: The Authorised Biography” – di sperimentare un modo di suonare molto più potente rispetto alla sua band, influenzando poi il percorso futuro del gruppo. Come in ogni tour rock che si rispetti, poi, non sono mancati gli eccessi, alcuni dei quali riportati ai posteri cristallizzati in aneddoti come quello di quella notte del 3 ottobre 1979.  Le due band si trovavano a Newcastle e le tensioni per il doppio ruolo di Smith, particolarmente vicino ai Banshees, crescevano di giorno in giorno. Ricorda il frontman dei Cure nella pubblicazione del 1987 “The Cure – Ten Imaginary Years” di Lydie Barbarian, Steve Sutherland e Robert Smith edita da Zomba Books e ripresa nella versione italiana da Arcana Editrice per la collana Rock People:

Feci a botte con tre businessmen che avevo incontrato in ascensore. Arrivato al mio piano, con loro alle spalle, bussai alla porta di Lol [Tolhurst] e Michael [Dempsey] urlando: “Aiutatemi!”, ma loro credettero che stessi scherzando. Quando alla fine vennero in mio soccorso ero pieno di tagli in faccia e su una mano.

Lo spiacevole episodio, però, ha finito per essere d’ispirazione per il leader della formazione gothic rock britannica, che nelle ore successive, reduce dall’incidente, ha composto il grosso di uno degli album più amati dei Cure,“Seventeen Seconds”, ideale seguito del precedente “Three Imaginary Boys”. Prosegue Robert Smith nel suo racconto: “Quella sera ho scritto tre quarti di ‘Seventeen Seconds’. Ho composto per sette o otto ore consecutive perché ero davvero infelice, era una di quelle notti in cui mi sentivo davvero disgustato di tutti gli orrori del mondo”.

I primi brani del disco, che sarebbe poi uscito nell’aprile del 1980, hanno determinato il definitivo allontanamento del bassista Michael Dempsey, poco in linea con la direzione intrapresa dalla band e sempre più infastidito dalla militanza di Smith tra le fila dei Banshees: al suo posto, si sono aggiunti ai Cure il bassista Simon Gallup e il tastierista Matthieu Hartley. “Simon, in ogni modo, era molto più adatto alle sue esigenze”, ha commentato Dempsey in “The Cure – Ten Imaginary Years” a proposito del suo addio al gruppo, concludendo: “È il tipico bassista new wave che suona il suo strumento all’altezza del bacino. Io non avrei mai potuto riuscirci: devo sentirlo sotto il mento, come certi funkster. Forse è stata questa la mia rovina”.

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