Spotify non può dare lezioni agli artisti, ma gli artisti siano coerenti

L'avvertimento di Daniel Ek circa la (presunta) scarsa produttività di band e cantanti è ipocrita. Ma gli artisti non sono obbligati a concedere la propria musica a un''odiosa merda avida' per farla diventare ancora più ricca

Dallo scorso venerdì, 31 luglio, la comunità artistico-musicale mondiale ha il suo nemico pubblico numero uno, almeno per i prossimi dieci giorni: Daniel Ek, l'amministratore delegato di Spotify. In un'intervista a MusicAlly il manager ha lasciato intendere che la lunghezza dei tempi di attesa tra un disco e l'altro - non alla "Chinese Democracy", per intenderci: lui ha parlato di tre o quattro anni - potrebbe, in un futuro sempre più dominato dallo streaming, rivelarsi un boomerang anche per i big. Le reazioni non si sono fatte attendere: l'ex bassista dei R.E.M. Mike Mills l'ha mandato senza troppi complimenti affanculo, David Crosby gli ha affibbiato il poco lusighiero titolo di "odiosa merda avida" e Zola Jesus, senza dubbio la più moderata del gruppo, ha tradotto le sue parole nella volontà di "trasformare gli artisti in robot".

    Dallo scorso venerdì, 31 luglio, la comunità artistico-musicale mondiale ha il suo nemico pubblico numero uno, almeno per i prossimi dieci giorni: Daniel Ek, l'amministratore delegato di Spotify. In un'intervista a MusicAlly il manager ha lasciato intendere che la lunghezza dei tempi di attesa tra un disco e l'altro - non alla "Chinese Democracy", per intenderci: lui ha parlato di tre o quattro anni - potrebbe, in un futuro sempre più dominato dallo streaming, rivelarsi un boomerang anche per i big. Le reazioni non si sono fatte attendere: l'ex bassista dei R.E.M. Mike Mills l'ha mandato senza troppi complimenti affanculo, David Crosby gli ha affibbiato il poco lusighiero titolo di "odiosa merda avida" e Zola Jesus, senza dubbio la più moderata del gruppo, ha tradotto le sue parole nella volontà di "trasformare gli artisti in robot".

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