Spotify non può dare lezioni agli artisti, ma gli artisti siano coerenti

L'avvertimento di Daniel Ek circa la (presunta) scarsa produttività di band e cantanti è ipocrita. Ma gli artisti non sono obbligati a concedere la propria musica a un''odiosa merda avida' per farla diventare ancora più ricca

Spotify non può dare lezioni agli artisti, ma gli artisti siano coerenti

Dallo scorso venerdì, 31 luglio, la comunità artistico-musicale mondiale ha il suo nemico pubblico numero uno, almeno per i prossimi dieci giorni: Daniel Ek, l'amministratore delegato di Spotify. In un'intervista a MusicAlly il manager ha lasciato intendere che la lunghezza dei tempi di attesa tra un disco e l'altro - non alla "Chinese Democracy", per intenderci: lui ha parlato di tre o quattro anni - potrebbe, in un futuro sempre più dominato dallo streaming, rivelarsi un boomerang anche per i big. Le reazioni non si sono fatte attendere: l'ex bassista dei R.E.M. Mike Mills l'ha mandato senza troppi complimenti affanculo, David Crosby gli ha affibbiato il poco lusighiero titolo di "odiosa merda avida" e Zola Jesus, senza dubbio la più moderata del gruppo, ha tradotto le sue parole nella volontà di "trasformare gli artisti in robot".

La reazione molto stizzita dei pochi big disposti a esporsi dimostra che Ek ha saputo toccare nel vivo. Eppure, nel discorso dell'ad della più popolare tra le piattaforme digitali qualcosa non torna.

Potremmo sbagliarci, ma Ek ha chiamato in causa - o almeno ci ha provato - una realtà stereotipata, cioè quella dei big del rock e del pop. Nell'EDM e nell'hip hop - giusto per citare due generi familiari al mainstream, perché di quello Ek parla - tra remix, mixtape, featuring e altro gli artisti è raro che lascino passare più di un anno tra un'uscita e l'altra. Per quanto riguarda i generi più tradizionali, è vero: i nomi di alto e altissimo profilo, specie se un po' avanti con la carriera, non sono prolifici come i Beatles, che tra il '63 e il '70 hanno spedito sugli scaffali dodici LP, al ritmo praticamente di due all'anno, o i Rolling Stones, che più o meno nello stesso periodo di album ne hanno consegnato agli annali otto. C'è da dire, però, che le rockstar di oggi non sono più pigre di quelle di ieri: sono indaffarate come i loro predecessori, e forse anche di più, solo su un fronte diverso, per una ragione molto precisa e affatto misteriosa.

Dall'inizio del declino del mercato fisico, dai primi anni Duemila in poi, la fonte di reddito principale per artisti o gruppi di qualsiasi profilo, dall'indipendente ai primi passi alla star affermata, sono i concerti. Per esempio, Ed Sheeran ha venduto sette milioni e mezzo di copie di "÷" in tutto il mondo: se fosse stato pigro, probabilmente non sarebbe partito per un tour - il "÷ Tour" - da 258 date, durato due anni e mezzo. Una cosa, però, la sappiamo: Sheeran, tra il marzo del 2017 e l'agosto del 2019, ha venduto biglietti per 776 milioni di dollari. Di questi, 97 sono finiti direttamente nelle sue tasche. La cosa che non sappiamo, e che ci piacerebbe chiedere a Ek, è quanti soldi Spotify abbia versato a Sheeran e alla sua etichetta per gli stream di "÷".

E' vero che l'esempio riguarda lo scenario pre-pandemia, e che le prestazioni di Spotify durante il lockdown - abbonati e entrate in aumento, ma pubblicità in calo - potrebbero aver portato Ek a montarsi per certi versi la testa, ma niente è per sempre: le grandi produzioni live attualmente ibernate hanno già puntato la sveglia per la primavera del 2021, quando il circuito dal vivo internazionale riaccenderà i motori per tornare attivo con all'epoca pre-Covid.

C'è anche una cosa, da dire, che riguarda gli artisti: dare dello stronzo a Daniel Ek su Twitter è una cosa, togliere il proprio catalogo da Spotify un'altra. E' una decisione che non si può prendere da soli - occorre il consenso di etichetta ed editore - ma che qualcuno, in passato, ha fatto: Prince, Neil Young, Coldplay, Taylor Swift e Black Keys, in tempi e modi diversi, hanno scelto deliberatamente di non rendere disponibile le proprie canzoni su Spotify, che esattamente come qualsiasi altro servizio di distribuzione digitale - YouTube compreso - non è né ineluttabile né obbligatorio. Eppure, in un modo o nell'altro, tutti hanno fatto marcia indietro, tornando all'ovile da quello che Patrick Carney, molto brillantemente, ha definito "uno più ricco di Paul McCartney, che ha appena trent'anni e non ha mai scritto una canzone in vita sua". Perché, alla fine, niente succede mai per caso.
(dp)

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