Righeira, "L'estate sta finendo" 35 anni dopo: parla Johnson Righeira

Il cantante ricorda come nacque la canzone e gli anni dell’italo-disco
Righeira, "L'estate sta finendo" 35 anni dopo: parla Johnson Righeira

"L'estate sta finendo, 35 anni fa: ecco tutti i contenuti dello speciale di Rockol:

un'intervista con Johnson Righeira, coautore e uno dei due interpreti (con Michael Righeira)
un'intervista con Carmelo La bionda, coautore e uno dei due produttori (con suo fratello Michelangelo)
un'intervista con Claudio Pascoli, che suona il celebre assolo di sassofono della canzone
un ricordo di Rocco Tanica (Sergio Conforti), che partecipò alla registrazione come tastierista
una testimonianza di Guido Harari, che scattò la foto di copertina
un contributo di Michele Bovi, storico della canzone italiana, a proposito delle "somiglianze" della canzone 
un contributo di Renzo Stefanel, giornalista e scrittore
un contributo di Marco Levi, scrittore e musicista
un elenco di cover della canzone, preparato da Maurilio Giordana

 

Johnson Righeira è il cappellaio matto degli anni Ottanta. Irrequieto e ironico, insieme a Michael Righeira e con le produzioni dei fratelli Carmelo e Michelangelo La Bionda in quegli anni si è preso la corona della scena pubblicando pezzi come “Vamos a la playa”, “No tengo dinero” e “L'estate sta finendo”: a 35 anni dall’uscita di quest’ultima, che il 17 e il 24 agosto del 1985 fu prima in classifica in Italia, e della quale è coautore, lo abbiamo intervistato. 

La genesi della canzone?
La prima versione, una “proto-versione”, fu del 1980, cinque anni prima dell’uscita ufficiale. Non c’era la parte “languidi brividi” e aveva dei suoni diversi. Io mi ispiravo molto all’immaginario anni ’60 di cui la canzone era imbevuta. Questo perché per me quel periodo fu una sorta di nuovo punk, un momento di rottura. Artisti come Edoardo Vianello e Peppino Di Capri sono stati centrali per me in quegli anni, auspicavo una sorta di new wave italiana che partisse proprio da quel tipo di approccio e scrittura. 

Perché ha un’atmosfera malinconica?
Non mi ricordo il momento esatto in cui la scrissi, ma ricordo il periodo.

Partiamo dal presupposto che di mio sono una persona abbastanza malinconica, tutt’ora è così. La canzone parla dell’inesorabile tempo che passa, dell’angoscia del dover crescere, il tutto avvolto da un rapporto amoroso palesemente inventato perché io all’epoca non battevo chiodo. Avevo vent’anni e andavo ancora al liceo, ero pluri-ripetente. L’estate che passa coincide con l’idea che anche l’anno stia scivolando via. Mi ricordo che ero sul tram numero 3 a Torino e vidi dei gabbiani, in città. Era proprio la fine dell’estate. Decisi di raccontare quella visione dentro il pezzo, e credo che ancora oggi sia una delle immagini più evocative. .

Con i fratelli La Bionda trovaste il giusto equilibrio. 
Sì, la versione definitiva è speciale perché unisce il mondo dei Righeira con quello dei fratelli La Bionda. È un’allegra malinconia, un unicum per quegli anni. Per il lato B incidemmo anche “Prima dell’estate”, che è una sorta di versione più lenta, più vicina alla mia primissima stesura. Non ho mai capito perché ci fu imposto di darle un titolo diverso, penso per questioni Siae. 

Della lavorazione che cosa ricordi?
Che fu lunghissima. Fu uno dei mixaggi più intensi mai affrontati. Il pezzo fu registrato nei Logic Studios, appena inaugurati. “L’estate sta finendo” di fatto chiuse il cerchio iniziato con “Vamos a la playa”: la prima malinconica e sognante, la seconda sbarazzina e ironica. Queste erano le anime dei Righeira. Pensa che in certe serate particolari, cantando la versione lenta di “L’estate sta finendo”, mi commuovo ancora. Sono ancora quel ragazzo, invecchiato, che ha paura del futuro. 

Ci sono mai stati momenti di tensione?
Alti e bassi come sempre. Fino alla rottura di cinque anni fa. Ma non mi va di parlare di Michael. 

La domanda non era riferita a lui, ma ai fratelli La Bionda. 
Qualche scazzo ci fu, è normale. Loro erano davvero super meticolosi, ossessivi. Era difficile, a volte, non scontrarsi. Io venivo dal mondo underground, mi accontentavo più facilmente. Senza di loro, comunque, quei pezzi non sarebbero mai diventati dei “tormentoni” senza tempo. Fu un sodalizio magico e irripetibile. 

Che cosa ricordi del servizio fotografico di Guido Harari?
Mi ricordo gli scatti nudi con la foglia di fico sulle parti intime. Mi ricordo che Franco Zanetti, allora direttore della rivista "Tuttifrutti", ci mise in copertina nudi con i capelli cotonati. Trovo ancora assurdo come quelle foto, in fin dei conti, non abbiano fatto scandalo.

Che cosa ha lasciato l’italo-disco?
Gli anni ’80 furono una grande rivoluzione, demistificata a lungo, oggi rivalutata.

Una certa sinistra ci attaccava perché non eravamo "impegnati”. Amavamo la musica pop, quella intelligente, e non volevamo parlare dei soliti tre argomenti tirati fuori dai cantautori. Sulle riviste di musica ci stroncavano, aspetto che mi feriva molto, ma le nostre canzoni vendevano milioni di copie e scalavano le classifiche. I nostri brani erano davvero cantati da tutti, ma non solo i nostri, anche quelli di tantissimi altri artisti. Non è mai esistito un movimento italiano così forte all’estero come l’italo-disco. I tanto amati cantautori più tradizionali di quegli anni, a livello internazionale, non li conosceva nessuno. L’elettronica ha portato avanti una nuova democrazia della musica diventata più accessibile. .
 
Recentemente hai fondato un’etichetta. 
La Kottolengo Recordings. Un nome non scelto a caso, perché la mia casa a Torino è davanti al Cottolengo e perché in dialetto piemontese “Cutulengu” significa folle, pazzo. Ho tante idee in testa fra cui anche un remix con un ospite internazionale di “Vamos a la playa”. Sogno una star americana, ci sto lavorando. E non escludo anche di lavorare su qualche progetto trap. 

I tuoi punti di riferimento musicali?
Freak Antoni e Maurizio Arcieri restano per me due pilastri assoluti. 

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