La storia del primo incontro tra Beatles e Rolling Stones

... e di un'amicizia che, tra alti e bassi, dura da oltre cinquant'anni
La storia del primo incontro tra Beatles e Rolling Stones

E' il 14 aprile del 1963. I Beatles sono ospiti degli studi londinesi della BBC per registrare la loro apparizione a "Thank Your Lucky Stars", trasmissione televisiva a tema musicale antesignana di "Top of the Pops", che avrebbe preso il via l'anno successivo. I Fab Four vengono avvicinati da Giorgio Gomelsky, promoter italo-georgiano titolare del Crawdaddy Club, locale che a Richmond upon Thames, zona del quadrante sudovest della capitale britannica, si stava segnalando come una delle migliori realtà per la scena live rhythm and blues della città.

"Ragazzi, dovete assolutamente sentire questa band che suonerà da me oggi", dice Gomelsky: "Fate un salto al locale quando finirete di registrare lo show. E' di strada, vi dovete solo fermare". Gomelsky è fortunato: i Beatles, la cui carrierra all'epoca era in rapidissima ascesa - nel '63 i loro fan club passò da mille a ottantamila unità nel giro di qualche mese - si erano appena trasferiti a Londra da Liverpool ed erano curiosi di esplorare la vita notturna della città. Così, finito il lavoro sul set, i Fab Four - con l'entourage al seguito - si dirigono alla volta del Crawdaddy.

Al club una band che l'anno prima aveva debuttato al Marquee e che di lì a poco si sarebbe messa nella mani del giovane - ma già scafato - produttore Andrew Loog Oldham aveva appena iniziato il secondo set della giornata. L'idea era stata di Gomelsky, che aveva voluto affidare ai Rolling Stones - nei quali, all'epoca, ancora non militava quello che poi sarebbe diventato uno degli elementi storici della formazione, il batterista Charlie Watts - il palco del suo locale il sabato pomeriggio.

"Stavamo suonando in questo pub: il concerto stava andando bene, tutti si stavano divertendo", ricorda Keith Richards: "A un certo punto mi giro, e vedo questi quattro tizi vestiti con degli impermeabili neri di pelle lì a guardarci. Mi dico: 'Oh cazzo. Guarda un po' chi c'è". "Rimasi sbalordito", ricorda Bill Wyman: "Vidi queste quattro ombre scure tra il pubblico. Merda, erano i Beatles!".

Sì, erano proprio loro. "Ero lì in quella sala strapiena di gente sudata", racconta Ringo Starr a proposito di quel primo, storico incontro: "Li guardavo suonare. Keith [Richards] e Brian [Jones], wow. Dopo averli visti, sapevo che sarebbero diventati dei grandi".

Finito il set, Jones invita i Fab Four presso lo sgangherato appartamento di Edith Grove, a Chelsea, che divideva con Jagger, Richards e James Phelge. "Loro [i Beatles] avevano un'aria molto professionale", ricorda Phelge: "Tutti i membri del loro entourage vestivano con gli stessi loro soprabiti scuri. Davano l'idea di essere una grande squadra". L'appartamento somigliava più a quello di universitari fuori sede che a quello di rockstar in rapida ascesa, con portacenere traboccanti, piatti sporci accumulati in cucina e rifiuti accatastati qua e là. Per i Beatles non fu un problema: "Paul [McCartney] non sembrava affatto turbato", ricorda Phelge, "Anzi. Aveva la faccia di uno che sembrava essere già stato lì".

La notte passò in fretta, tra chiacchiere sulle rispettive preferenze musicali e anticipazioni sulle attività correnti: gli Stones fecero ascoltare ai Beatles i provini di cinque nuove canzoni registrate poco prima presso gli IBC Studios. Lennon e Jones scoprirono di avere molto in comune, e non solo musicalmente parlando: entrambi, infatti, erano da poco diventati padri - John da nemmeno una settimana - di due bambini ai quali era stato dato lo stesso nome di battesimo, Julian.

La rivalità tra le due formazioni raccontata dalla vulgata rock, per la verità, era ancora di là da venire. Ad accenderla, se così si può dire, sarebbe stato Oldham - all'epoca appena diciannovenne ma con trascorsi già al servizio dei Fab Four - dall'estate del '63 in poi. Brian Epstein, il manager dei Beatles, aveva "ripulito" John, Paul, George e Ringo facendogli indossare completi e rendendo la loro immagine tutto sommato rassicurante: Oldham ebbe l'idea di seguire la medesima strategia, ma in direzione opposta, ovvero dando agli Stones l'immagine dei ragazzi giovani, selvaggi, sporchi e pericolosi. A farne le spese fu il povero Ian Stewart, tastierista e cofondatore della band, nonché il più anziano delle future star di "(I Can't Get No) Satisfaction": "Stu", più corpulento e meno affascinante di Jagger e Richards, fu demansionato a tour manager e musicista aggiunto. "Non era nella sua parte", spiegherà anni dopo Oldham: "E poi sei facce sono troppe da ricordare, per i fan".

Passano 25 anni. Nel 1988 a Mick Jagger è affidato il compito di tenere il discorso per l'iscrizione dei Beatles nella Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland.

"Quando sono arrivato qui, stasera, ho visto George Harrison. Mi ha detto: 'Non dirai niente di male su di me, vero?'", spiegò alla platea del premio il frontman: "E' brutto da dire, ma non riuscivo a pensare a niente. L'Inghilterra, quando i Beatles stavano registrando le loro prime canzoni, era un cumulo di macerie, e al mondo del pop non aveva niente da offrire. Da noi, i grandi successi erano 'Stranger on the Shore' di Acker Bilk o 'A Midnight in Moscow' di Kenny Ball. All'epoca i Rolling Stones suonavano nei piccoli locali di Londra le canzoni di Chuck Berry, il blues e quella roba lì. Ci piaceva farlo. Eravamo dei ragazzacci, e pensavamo di essere degli animali unici. Nel senso: nessuno era come noi".

"Poi c'era questo gruppo [i Beatles]", proseguì Jagger: "Avevano i capelli lunghi, i vestiti trasandati.

Ma avevano un contratto discografico, e un singolo in classifica con un'armonica vagamente blues che si intitolava 'Love Me Do'. Quando sono entrato in contatto con questa combinazione di cose per poco non sono impazzito. Poco dopo, mentre suonavamo in un piccolo locale di Richmond, me li ritrovo davanti. I Fab Four. John, Paul, George e Ringo: il mostro a quattro teste. Non ci eravamo mai visti prima. Indossavano questi bellissimi soprabiti lunghi, di pelle nera. Sarei stato disposto a morire pur di averne anch'io uno così. Ho pensato che anche se avessi dovuto impare a scrivere canzoni pur di ottenerlo, l'avrei fatto. Qualche tempo dopo ci avrebbero regalato il pezzo che sarebbe stato il nostro primo successo in Inghilterra, 'I Wanna Be Your Man'".

"Gli fummo davvero riconoscenti, perché grazie a quella in patria riuscimmo davvero a rompere il ghiaccio", concluse Jagger: "Il loro esempio su come scrivere e interpretare le canzoni non l'abbiamo dimenticato. E il loro successo in America ha aperto le porte a tante altre band inglesi che negli anni a seguire avrebbero percorso la via che avevano aperto. Li ringrazio molto, per tutto questo (...). Abbiamo vissuto tempi strani, insieme: abbiamo avuto un po' di rivalità, nei primi anni, e qualche attrito, ma siamo sempre rimasti amici. E mi piace pensare che lo siamo ancora, perché insieme abbiamo vissuto alcuni dei momenti più belli della nostra vita".

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