Deep Purple, intervista a Ian Paice: “Cerchiamo le stelle fra le pieghe di un tempo disgregato”

La band, il prossimo 7 agosto, pubblicherà il nuovo album “Whoosh!”. Lo storico batterista del gruppo rock inglese lo racconta: “Auspichiamo una rivoluzione culturale”.
Deep Purple, intervista a Ian Paice: “Cerchiamo le stelle fra le pieghe di un tempo disgregato”
Credits: Ben Wolf

Nel film “Interstellar”, che sembra aver ispirato la cover del nuovo album dei Deep Purple “Whoosh!”, in uscita il prossimo 7 agosto, il professor Brand ammette: “Non ho paura della morte. Ho paura del tempo”. Nolan, regista della pellicola, è ossessionato dal movimento delle lancette: in qualche modo tutti i suoi film affrontano questo tema ed era inevitabile che una band, con oltre cinquant’anni di storia, si confrontasse con il passato, il presente e il futuro, mettendo sotto la lente di ingrandimento il pianeta terra. Ian Gillan, Roger Glover, Ian Paice, Steve Morse e Don Airey, sulla copertina, hanno voluto rappresentare un’astronauta che si dissolve durante un viaggio, lo stesso che, musicalmente, hanno voluto intraprendere i cinque inossidabili rocker. “Quando abbiamo annunciato il titolo del nuovo disco, in tanti non riuscivano a capirne il significato – spiega il batterista Ian Paice, membro storico della band – è una parola onomatopeica che unisce quello che siamo stati a quello che siamo ora: Whoosh, il tempo scorre e dentro c’è tutto. Siamo noi. Ma non significa solo questo: ci piaceva anche l’idea che rappresentasse la velocità del tempo d’oggi, l’inafferrabilità, la transitorietà dell’esistenza, il passaggio continuo di situazioni ed eventi storici davanti ai nostri occhi. È una parola che racchiude diversi significati”.

Per la terza volta i Deep Purple, che hanno rimandato il loro tour al 2021, hanno collaborato con il produttore Bob Ezrin, che ha invitato la band a Nashville per incidere le canzoni. “Quando abbiamo iniziato a lavorare sul disco, l’anno scorso, mai più ci saremmo aspettatati una scossa mondiale così forte, il Covid ha davvero cambiato le nostre vite – continua Paice, veterano della formazione – riguardando le canzoni con gli occhi di oggi ci è sembrato tutto assurdo perché molti dei nostri testi già si ponevano delle domande sul futuro e sui cambiamenti, le stesse che ci dovremmo porre oggi. Sono tanti i temi del disco, ma il domani è sicuramente quello centrale. Lavorare con Bob Ezrin regala sempre grande soddisfazione: con lui è importante mantenere un livello di impegno sempre altissimo. Ogni giornata deve essere fruttuosa. Non è una passeggiata, non è qualche cosa da vivere con leggerezza, ma sempre con caparbietà. La tecnologia, rispetto al passato, aiuta molto. Un tempo per avere un buon prodotto servivano mesi su mesi, oggi, se si è una band d’esperienza, si possono ottenere risultati soddisfacenti nella metà del tempo”.

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Dopo aver esplorato le tematiche del tempo e dello spazio con il brano “Throw My Bones” e dopo aver rivolto uno sguardo preoccupato al futuro con “Man Alive”, la band ha fatto uscire il nuovo singolo “Nothing At All” in cui si interroga su che cosa gli umani abbiano realizzato sulla terra durante la loro esistenza. “I dinosauri sono stati protagonisti del pianeta e poi sono scomparsi, l’uomo continua a essere al centro di tutto, ma non si pone domande sulla fine perché se lo facesse, probabilmente, cercherebbe di prendere nuove direzioni – dice Paice – quando negli anni ’70 iniziammo il nostro percorso musicale c’era la Guerra Fredda fra America e Russia. Era evidente quale dovesse essere la nuova strada da intraprendere per riconquistare una specie di libertà. La nostra canzone “Child in time” è figlia di quel momento storico. Oggi vedo menti assopite a cui bisogna dire che cosa fare, quando invece dovrebbero essere le nostre azioni, spontanee, a offrire un segnale sull’ambiente, sul consumo di plastica e su altri temi importanti. Quello che facciamo ha un peso, per questo auspichiamo una rivoluzione culturale, di idee. Cerchiamo le stelle, la positività, in un periodo storico in cui il tempo sembra sfuggirci”. La musica, oggi, ha davvero il potere di spingere sull’acceleratore del cambiamento? “Lo spero, ma è cambiato tutto da quando è arrivata la tv – conclude il batterista – prima le canzoni, proprio come un libro, bisognava immaginarsele. La mente creava immagini durante l’ascolto. Con l’avvento dei video, in molti casi, l’aspetto visivo ha sorpassato quello musicale, iniziando a imperare. Oggi le immagini hanno più peso della musica e delle parole: è così nel nostro settore, ma anche in quello cinematografico. Conta lo show e di conseguenza l’aspetto e i soldi. Parole capaci di suscitare riflessioni esistono, ma non è semplice ascoltarle”.

(Claudio Cabona)

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