Pearl Jam a Roskilde, vent'anni fa la tragedia che cambiò per sempre il mondo dei concerti

Il disastro che nel 2000 sconvolse il mondo e le vite di Eddie Vedder e soci fu - malgrado tutto - uno spartiacque nella storia dell'organizzazione dei grandi eventi di musica live

Pearl Jam a Roskilde, vent'anni fa la tragedia che cambiò per sempre il mondo dei concerti

La notizia, in Italia, arrivò il mattino del giorno successivo, un sabato. Era il primo luglio quando i sottopancia delle prime reti all news comunicarono al pubblico di casa nostra che la sera prima, al festival di Roskilde, in Danimarca, era successo qualcosa di brutto. Di molto brutto.

Erano passate da poco le 23 di venerdì 30 giugno, e davanti al main stage di quello che all'epoca era uno dei più grandi festival europei si erano accalcate circa 50mila persone. Sul palco c'erano i Pearl Jam, che stavano portando in giro per il mondo le canzoni di "Binaural", il loro sesto disco pubblicato appena un mese e mezzo prima, nel maggio del 2000. Vedder e soci avevano attaccato con "Corduroy", alla quale sono state fatte seguire "Breakerfall", "Hail Hail", "Animal" e "Given to Fly". Verso l'undicesimo brano in scaletta - "Insignificance" - qualcosa inizia ad andare per il verso sbagliato. David Fricke, dalle colonne dell'edizione americana di Rolling Stone, qualche giorno dopo avrebbe raccontato: "A quarantacinque minuti dall'inizio del set l'addetto alla sicurezza Per Johansen si gira verso il suo capo, nel pit, chiedendo di fermare la musica: 'Credo che della gente sia morta'". Johansen reitera la richiesta almeno un paio di volte, finché l'allarme arriva alla produzione del main stage, che - a sua volta - lo trasmette al tour manager dei Pearl Jam Dick Adams, che si trova sul palco, giusto di fianco al gruppo.

Adams si precipita in scena mentre il gruppo sta arrivando alla fine di "Daughter" per parlare con il frontman. Vedder interrompe la musica, prende il microfono e dice: "Quello che succederà nei prossimi cinque minuti non avrà nulla a che fare con la musica, ma è importante. Immaginate che io sia un vostro amico e che voi dobbiate fare un passo indietro per non farmi del male. Avete tutti degli amici, qui davanti. Adesso io conterò fino a tre, e voi farete tre passi indietro. Quelli che sono d'accordo, dicano sì. Ora".

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Leif Skor, uno dei promoter del festival, era nel backstage, nell'ufficio della produzione, quando uno dei suoi lo raggiunge per dirgli di recarsi di corsa nel pit. "Quando sono arrivato io quelli della security stavano già tirando fuori la gente", raccontò lui: "L'incidente sarà successo a non più di due metri dalle transenne. Nella folla che avevo davanti c'era una specie di buco, dove non vedevo le teste".

Quel giorno, sul festival di Roskilde, si erano abbattuti dei forti temporali, che avevano reso il terreno davanti al main stage fangoso e scivoloso. In diversi parlarono di problemi all'impianto audio, specie alle torri delay, quelle che diffondono il segnale nelle parti della platea più lontane dal palco. Il pubblico delle ultime file iniziò a premere su quelle davanti, innescando un effetto a catena micidiale. Là dove Skor vide il "buco", la gente iniziò a cadere, scivolando sul fango, venendo travolta dal pubblico delle file retrostanti e dai crowdsurfer inghiottiti da quella voragine umana. "Sentivo di stare calpestando qualcosa, pensavo fossero zaini", riferì una testimone: "Invece erano persone". "Non potevo respirare, perché la gente da dietro mi spingeva", ricorda Kari Boersheim, anche lei tra il pubblico: "Erano tutti impazziti. Un ragazzo dietro di me mi ha aiutato ad alzarmi, e un addetto della security mi ha tirato fuori da lì. Il gruppo ha smesso di suonare, e qualcuno dell'organizzazione è uscito per dire che c'erano diversi morti e feriti".

Per la precisione, ventisei feriti, dei quali tre gravi. E nove morti: un ventiseienne tedesco, un olandese e tre svedesi, tutti poco più che ventenni, oltre che a tre danesi e un australiano, quest'ultimo morto qualche giorno dopo in ospedale per le gravi ferite riportate. La musica, sul main stage del Roskilde, si spegne: il concerto dei Cure, atteso dopo il set della band di Seattle, viene cancellato. Gli headliner della serata successiva, quella di sabato - Oasis e Pet Shop Boys - annullano le loro esibizioni.

I Pearl Jam vengono riportati in stato di shock nel loro albergo di Copenaghen. Nelle prime ore di sabato primo luglio il gruppo diffonde una nota ufficiale riguardo l'accaduto:

"E' così doloroso... Stiamo aspettando che qualcuno ci svegli e ci dica che è stato solo un orribile incubo. Non ci sono parole per esprimere la nostra angoscia nei confronti dei genitori e dei cari di queste preziose vite che abbiamo perso. Non ci è stato ancora detto cosa sia realmente accaduto, pare sia stata una casualità, purtroppo rapidissima. Non ha senso: quando accetti di suonare in un festival di queste dimensioni e reputazione, è impossibile immaginare uno scenario così straziante. Le nostre vite non saranno mai più le stesse, ma sappiamo che non è nulla in confronto al dolore delle famiglie e degli amici delle persone coinvolte. E' stata una tragedia, non ci sono parole. Siamo devastati".

Le indagini condotte dalla polizia danese si conclusero nel dicembre dello stesso anno: le quasi mille testimonianze raccolte dagli investigatori portarono le autorità a parlare di una serie di sfortunate circostanze - i problemi all'impianto audio e le condizioni metereologiche su tutte - come causa della tragedia. Alcuni media riferirono di un certo ritardo, da parte degli organizzatori, nel rendersi conto della situazione e - soprattutto - nel comunicarla alla band sul palco. Skor, l'organizzatore, pur ammettendo che la comunicazione fosse passata attraverso diversi elementi dello staff, a Fricke disse che tra la presa di coscienza di quanto stava accadendo e l'interruzione del concerto non passarono nemmeno dieci minuti: "Non usavamo il telefono, né tantomeno ci rincorrevamo gli uni con gli altri per passarci il messaggio: eravamo in contatto con i walkie-talkie".

L'inchiesta si concluse nel giugno del 2002, senza l'indicazione di alcun colpevole. Il procuratore Erik Merlung concluse: "Non sarà presentata alcuna denuncia, non vi è ragione di credere che sia stato commesso qualcosa di punibile".

Due mesi dopo circa, il 23 settembre, i Pearl Jam salivano sul palco della House o Blues di Chicago per eseguire per la prima volta "Love Boat Captain", brano dedicato alla tragedia di Roskilde - precisamente nel verso "Lost nine friends we'll never know, two years ago today / And if our lives became too long / Would it add to our regret?" - che sarebbe poi stato pubblicato come singolo:

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Per Eddie Vedder e soci superare la tragedia fu durissima: incolpata di essere "moralmente responsabile" del disastro nelle ore immediatamente successive all'incidente e poi rapidamente scagionata, la formazione di Seattle cancellò le rimanenti date del tour europeo in supporto a "Binaural", tornando sul palco solo un mese e mezzo più tardi per inaugurare la branca americana della tournée. Il gruppo prese in considerazione anche l'ipotesi di chiudere definitivamente la propria carriera: "Il pensiero ha attraversato la mente di tutti noi", spiegò Mike McCready alla stampa statunitense, "Ma non sarebbe stata una buona cosa. Ci siamo convinti che la musica che facciamo può e deve sopravvivere. Non possiamo fermarci. Non avremmo potuto chiudere così male". Nel 2003 Stone Gossard fece ritorno in Scandinavia - più precisamente in Svezia - per fare visita a Ebbe e Birgitta Gustafsson, genitori di una delle vittime della tragedia.

Le tragedie, purtroppo, non hanno mai effetti positivi, anche solo collaterali, e le cronache degli anni successivi ci hanno insegnato - dalla Love Parade di Duisburg al Bataclan, fino a Corinaldo - che quando incompetenza, malvagità o anche solo stupidità sono tra gli elementi dell'equazione sotto il palco non ci si può aspettare niente di buono. Eppure, da quel maledetto 30 giugno 2000, l'industria dell'intrattenimento musicale dal vivo iniziò a elaborare e a prendere sul serio il concetto di gestione nella folla. Nel 2006, quando i Pearl Jam tornarono in Europa per una serie di concerti in estate, agli organizzatori dei festival di Reading e Leeds lo staff della band presentò un contratto mai visto prima nell'ambiente del live promoting dove il gruppo poneva dei paletti non negoziabili sulle misure di sicurezza nell'area dello show: l'accordo prevedeva che il management di Vedder e compagni fosse informata sul personale medico presente all'evento, su che tipo di transenne sarebbero state installate, sulle politiche di vendita degli alcolici nel perimetro del festival, sui limiti di affluenza e sulle procedure di afflusso e deflusso del pubblico. E, cosa più importante, sulle politiche della direzione del festival riguardo eventuali interruzioni di emergenza dei concerti. E fu solo l'inizio.

Eventi live di primissimo piano con i britannici Glastonbury e T in The Park iniziarono a rivedere le proprie procedure in termini di crowd management. Nel giro di qualche anno le buone pratiche concernenti la sicurezza furono stravolte: le capienze vennero ridefinite, e particolare attenzione venne prestata alle procedure di accettazione del pubblico. Chi all'epoca già frequentava i concerti di grandi proporzioni, ricorda che il primo e più grande cambiamento fu l'istituzionalizzazione del pit fronte palco, con un accesso numericamente limitato di pubblico all'area - rigorosamente transennata e sorvegliata - più vicina al centro dell'esibizione. E non solo.

Se le "D barriers" a delimitazione del moshpit si sarebbero evolute negli anni a venire in veri e propri segmenti della platea - si pensi, per esempio, ai diversi pit organizzati in occasione di megaeventi come il Liga Rock Park del 2016 e il Modena Park di Vasco Rossi nel 2017 - a venire riconcepito praticamente ex novo fu l'organizzazione degli spazi. "Tutto inizia con la progettazione dell'area: io la chiamo il feng shui delle venue", aveva spiegato nel 2017 l'esperta di organizzazione di eventi Tracey Wall a Hack: "La cosa da considerare è come scorrerà l'energia, e di conseguenza la folla". La lezione? Non lasciare mai nulla al caso: "Occorre considerare dove si piazzano i palchi, ma anche le toilet, le entrate e le uscite: è un aspetto cruciale. Se lo si fa nel modo sbagliato, tutto quello che succederà dopo accadrà nel modo sbagliato".

Sul sito ufficiale dei Pearl Jam, ieri, 29 giugno, è stata pubblicata una lettera aperta di Stone Gossard, che il sito PearlJamOnline ha tradotto integralmente - a questo indirizzo: "Ogni giorno [da allora] i nostri cuori continuano a far male e il nostro stomaco a contorcersi pensando a quei giovani che hanno perso la vita, e a come le cose avrebbero potuto essere diverse... ma non cambia nulla. E il nostro dolore è un millesimo rispetto a quello delle loro famiglie (...) Vivremo per sempre nell'ombra di quel dolore e di quella perdita, la accettiamo e saremo per sempre grati di condividere quello spazio sacro. Lo spazio creato dall'assenza di quei nove giovani".

Dall'archivio di Rockol - La storia dei Pearl Jam: quella cassetta da San Diego
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