Quando andavamo a vedere nei locali gli headliner dei grandi festival di oggi

Pearl Jam, Radiohead, Blur, Oasis, Green Day e altri, prima della fama planetaria, si sono fatti le ossa nei club piccoli club, compresi quelli della Penisola. I meno giovani (e più fortunati) ricorderanno che...

Quando andavamo a vedere nei locali gli headliner dei grandi festival di oggi

Per un appassionato di musica è una specie di Santo Graal, che il più delle volte si risolve con la più classica vanteria dell'"io c'ero", fenomeno che - lo sanno bene gli appassionati lombardi di rock - ha portato idealmente a circa centomila presenze la capienza del Bloom in occasione dei primi passaggi italiani dei Nirvana, nell'89 e nel '91: vedere esibirsi una band o un artista destinato a cambiare la storia mentre ancora sta muovendo i primi passi, o quasi, è un'esperienza impagabile, che va al di là della bellezza o dell'intensità dello spettacolo dal vivo in sé. E' come assistere a un'epifania in grado di scegliersi autonomamente il proprio pubblico.

Certo, abitare a Londra, New York, Los Angeles, Parigi o in qualsiasi altra grande capitale mondiale il più delle volte aiuta, ma anche in Italia, dalla fine degli anni Ottanta in poi, il pubblico più attento alle novità ha avuto delle ottime possibilità di assistere a live show che, di lì a qualche anno, sarebbero diventati appannaggio esclusivo di arene, stadi e grandi festival all'aperto.

Oltre ai Nirvana, dei quali abbiamo già fatto cenno, l'epoca del grunge portò nei club del nostro Paese gli altri pesi massimi della scena di Seattle, i Pearl Jam, che il 18 febbraio del 1992 salirono sul palco del Sorpasso di Milano, un piccolo locale a ristrettissima capienza chiuso ormai da anni, per la loro prima esibizione in Italia: 

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Eddie Vedder e soci, in Italia, li avremmo rivisti già l'anno successivo, nell'estate del '93, ma già quasi da big, come spalla degli U2 per i concerti di Verona e Roma previsti dall'itinerario dello Zoo TV Tour, giusto pochi mesi prima del debutto tricolore dei Blur al Canguro di San Colombano al Lambro, piccolo comune a sud di Milano, dove Damon Albarn e soci - il 4 novembre - si esibirono per la prima volta dal vivo nella Penisola in uno show del tour in supporto a "Modern Life Is Rubbish":

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Sempre il Canguro di San Colombano al Lambro, ma poco meno di un anno dopo - il 12 maggio del '94, ospitò il debutto italiano dei Radiohead, all'epoca impegnata nella promozione dal vivo del proprio primo album, "Pablo Honey", ma con la testa già proiettata verso "The Bends", l'album che grazie a "Creep" e "High and Dry" li avrebbe lanciati presso il grande pubblico.

Tre giorni dopo, il 17 maggio, ma qualche decina di chilometri più a nord, ancora al Bloom di Mezzago, toccò ai Green Day - che tre anni prima erano già stati in tour in Europa, ma senza passare dalle nostre parti - ricevere il battesimo del palco dal pubblico italiano: chi ebbe la fortuna di esserci ricorda Billie Joe Armstrong e soci intenti a bere vino, giocare a freesbee e scherzare amabilmente con i fan nel parcheggio del piccolo club brianzolo.

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Il 3 luglio del 1995 gli Oasis, sull'onda del successo di "Definitely Maybe", il loro album di debutto uscito poco meno di un anno prima, tennero il loro primo concerto italiano al Rolling Stone di Milano, con - come gruppo spalla - i Bluvertigo di Morgan, che qualche mese prima avevano spedito sui mercati il proprio album di debutto, "Acidi e basi".

Quando, il 28 novembre del 2001, Jack e Meg White si presentarono per la prima volta al pubblico italiano al Tunnel di Milano, la critica non gridò al miracolo: il battage mediatico che aveva catapultato i White Stripes sulla copertina dell'NME in occasione dell'uscita, poco tempo prima, di "White Blood Cells", aveva probabilmente insospettito le penne di casa nostra, che li inquadrarono tra il derivativo e il rudimentale. Cosa che non impedì al duo di Detroit di diventare una delle rock band più rilevanti a cavallo tra gli anni Novanta e gli anni Zero e di tornare in Italia qualche anno dopo per suonare in festival e palazzetti.

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Opportunità del genere non appartengono solo ai decenni scorsi: anche in tempi recenti future superstar sono passate, poco prima di diventare familiari al pubblico di tutto il mondo, da venue di nicchia di casa nostra. Il 18 febbraio 2018 sul palco del Dude Club di Milano, piccolo locale alla periferia sud del capoluogo lombardo, saliva una cantante giovanissima - nemmeno maggiorenne - che aveva appena pubblicato un EP da molti definito promettente, "Don’t Smile At Me".

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La stessa ragazza - Billie Eilish - l'avremmo ritrovata nemmeno due anni dopo sul palco dello Staples Center, alla sessanduesima edizione dei Grammy Awards, dove sarebbe diventata la prima artista nella storia della manifestazione a vincere nella stessa edizione tutti e quattro i premi nelle categorie principali, Record of the Year, Album of the Year, Song of the Year e Best New Artist. "Quello è stato il migliore show che ho fatto fino ad allora, l'energia dei presenti era incredibile, c'erano a malapena duecento persone, ma è stato stupendo, uno di quegli eventi che ti cambiano la vita", ammise lei stessa a proposito della serata nel corso di un'intervista a Repubblica: "Ancora oggi quel concerto significa tanto per me". E, immaginiamo, anche per altri duecento fortunati...

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