Giovanni Allevi e il pianoforte: senza preconcetti, tra Harlem e Recanati

Giovanni Allevi e il pianoforte: senza preconcetti, tra Harlem e Recanati
Un uomo e il suo pianoforte. Quanto possa essere intima e misteriosa questa relazione lo conferma la vicenda del concertista svedese, muto e immemore, raccattato qualche giorno fa sulle coste inglesi e che solo attraverso la tastiera, per ora, riesce a comunicare con il mondo esterno. “Non mi soffermerei troppo sull’aspetto fiabesco della vicenda, che ricorda quella di David Helfgott, ma sul dramma umano. Però questo episodio è una conferma dell’enorme potere comunicativo della musica, e di come il pianoforte possa aprire una finestra sulla dimensione intima dell’uomo. Per questo per me suonare è un gesto mistico, misterioso” commenta Giovanni Allevi, il giovane pianista ascolano (36 anni compiuti ad aprile) che col suo strumento è abituato a vivere in simbiosi 24 ore su 24. Il suo nuovo album, il terzo di una carriera discografica iniziata nel 1997 grazie all’interessamento di Jovanotti e del suo bassista Saturnino (vedi News), esce nei negozi domani, 20 maggio, con un titolo programmatico: “No concept”. “Ho sudato 20 anni a studiare musica”, racconta Giovanni, che è diplomato in pianoforte e in composizione rispettivamente presso i conservatori Morlacchi di Perugia e Verdi di Milano. “Ai tempi dell’accademia ho vissuto un periodo che potrei definire concettuale. Per dieci anni mi hanno insegnato a scrivere musica usando formule matematiche, serie dodecafoniche, tecniche e nient’altro che tecniche aride. A un certo punto ho iniziato a percepire la musica concettuale come un qualcosa che mi strangolava, che soffocava la mia creatività e la mia forza espressiva, un non senso estrapolato dal contesto storico e culturale della sua epoca. E’ facile scrivere musica con la calcolatrice, nascondersi dietro tecniche e regole. Le istituzioni, l’accademia ti premiano se sei conforme, non se sei originale. ‘No concept’ significa fuggire a gambe levate da tutto questo: il risultato è questo Cd, completamente votato all’emozione, all’asimmetria, al disordine”.
Eppure un tema comune c’è, nelle tredici canzoni del disco: l’amore nelle sue diverse sfaccettature. Dietro il “no concept” si nasconde un “concept”… “In un certo senso è così. La decisione di dedicare il Cd al tema dell’amore ha preceduto la composizione: per la prima volta volevo parlare agli uomini, alla loro sfera più intima fatta di emozioni e di sensazioni. Qui non affronto il tema dell’amore universale e teologico di cui tanto si parla oggi, esploro gli impulsi umani, slanci e paure ma anche ossessioni. Da appassionato di Hegel (Allevi è anche laureato in filosofia) so che non posso negare la concettualità: l’importante è che nel percorso si percepisca un movimento, una volontà di cambiamento. A me, la filosofia ha dato la forza intellettuale di liberarmi dall’accademismo: per questo considero ‘No concept’ quasi come il mio vero debutto. ‘Tredici dita’, il primo album, l’avevo dedicato al virtuosismo, ispirandomi a Franz Liszt. Il secondo, ‘Composizioni’ era impostato sulla ricerca armonica, ma dentro c’era ancora un Giovanni ripiegato su se stesso, che si arrovella, che cerca senza darsi pace. Stavolta sento una musica molto più diretta, stagliata, limpida: è la fotografia di un momento bello della mia vita. Comunicare è importante, bisogna cercare di avvicinarsi al sentire comune. Il mio sogno è scrivere musica che possa superare la contemporaneità ed essere ancora interessante, magari, tra vent’anni. Ma musicalmente sono uno che si concede poco. I miei modelli sono i grandi del passato, Chopin e Bach: loro non facevano nulla per avvicinare l’ascoltatore alla musica, è sempre successo il contrario”.
Per liberarsi del fardello accademico, Allevi se n’è andato per un certo tempo a vivere a New York, nel cuore del quartiere afroamericano e ispanico di Harlem. Eppure nella musica di “No concept” quel mondo non è facile da individuare: “Probabilmente perché la mia non è musica descrittiva, anche se nel brano ‘Notte ad Harlem’ c’è una punta di quel gospel in cui è inevitabile imbattersi quando si passeggia per le strade della città. Il periodo che ho vissuto lì mi è servito per allontanarmi anche mentalmente dall’Europa. A New York ho avuto la sensazione di una vita che si svolge nelle strade, non solo nei palazzi del potere, e il contatto ravvicinato con la gente comune mi ha dato calore umano. L’album l’ho concepito lì sapendo che c’era il palco del Blue Note che mi aspettava (per due concerti sold out tenuti il 6 marzo scorso): per questo ho voluto metterci dentro la passionalità italiana, la profondità europea. Avevo telefonato personalmente al proprietario del club, Steven Bensusan, per chiedergli un’audizione. Mi ha ricevuto alla sua scrivania col cappello in testa e mi ha indicato il pianoforte dicendomi senza tanti preamboli di fargli sentire che cosa sapevo fare. Al di là dell’emozione, del sold out, della gente che si congratulava e mi trasmetteva la sua emozione in lingue che non capivo, dei bigliettini e dei fiori recapitati in camerino, a me rimane il ricordo intimo di un momento di grande poesia. In studio è difficile conservare la stessa energia: abbiamo vissuto quattro giorni intensi di registrazione, 11 ore filate alla volta, ogni brano è stato eseguito sei o sette volte e abbiamo sempre scelto le versioni più immediate. L’importante non è eseguire tutte le note alla perfezione ma avere un’intenzione travolgente. Nei giorni precedenti all’ingresso in studio l’ho coltivata suonando poco, leggendo romanzi e poesie, andando in giro per strada a osservare le persone. Ho vissuto il disco come un’occasione che si ha una sola volta nella vita: avevo a disposizione un pianoforte straordinario, il Bösendorfer Imperial, e persone meravigliose intorno che mi hanno coccolato”. E Jovanotti, e Saturnino, sono scomparsi definitivamente dai suoi orizzonti? “Sì, non ho più contatti. Gli sono molto grato perché sono stati loro a buttarmi nella piscina costringendomi a nuotare. Ma a un certo punto il diavoletto che è in me mi ha detto che non volevo vivere di luce riflessa e mi ha spinto a muovermi da solo. Come dice un detto orientale: se vuoi stare al sicuro resta in spiaggia, ma in fondo all’oceano ci sono gioielli da raccogliere. Ho scommesso su me stesso e quello che mi sta succedendo in questi giorni è una ricompensa che non avrei immaginato”. Grazie all’appoggio di una major (la Ricordi, divisione di Sony BMG, che ne ha acquisito la licenza dalla Bollettino Edizioni Musicali di Riccardo Vitanza), al disco di Allevi si aprono prospettive di mercato anche internazionali. Forse il successo all’estero di Ludovico Einaudi ha aperto una strada, e Giovanni è pronto a riconoscerlo: “Lui è partito prima di me su un percorso simile. Ma non siamo diversi solo per motivi anagrafici, mi sembra che la sua musica abbia forti connotazioni nord europee. Lui è più algido di me, predilige le tonalità grigie, mentre la mia cifra stilistica in questo disco è molto più mediterranea”. Intanto fioccano le richieste di collaborazione, le commissioni, gli inviti: “Il 29 aprile, al teatro Politeama di Palermo, ho eseguito con l’orchestra sinfonica siciliana di 92 elementi una mia composizione, ‘Foglie di Beslan’, ispirata alla tragedia dell’Ossezia: una grande emozione anche perché i ragazzi della scuola che è stata teatro della strage ci hanno scritto delle mail per ringraziarci. Lucio Dalla mi ha invitato al suo festival delle isole Tremiti, quest’estate, e ne sono lusingato. Sarò ad Umbria Jazz e in tournée in Cina, e il 13 luglio terrò un concerto sul Colle dell’Infinito di Recanati. Leopardi resta il mio ideale poetico: stretto dall’accademia e dagli studi ma proprio per questo capace di esprimere una poesia che scavalca i secoli”.
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