La voglia di rivalsa cantata dai neri in decenni di canzoni

Prima e dopo “Fuck the police”: dal jazz a Kendrick Lamar, passando per Marvin Gaye e Michael Jackson: cambiano i suoni, ma la voglia di cantare le ingiustizie rimane sempre la stessa.

La voglia di rivalsa cantata dai neri in decenni di canzoni

Un gruppo di afroamericani assedia la Casa Bianca e uccide un giudice bianco. Se paragonata alla foto scattata la scorsa domenica dal fotografo dell'agenzia statunitense Reuters Jonathan Ernst per immortalare gli scontri tra polizia e manifestanti fuori dalla residenza del presidente degli Stati Uniti (nel frattempo accompagnato dai Servizi Segreti nel suo bunker), la copertina di "To pimp a butterfly" di Kendrick Lamar, album considerato un manifesto dell'America nera per aver denunciato con le rime il razzismo e l'ingiustizia sociale negli Usa, è a dir poco profetica. Era il marzo del 2015 e il rapper di Compton, città californiana nota per le gang afroamericane (da lì, per dire, venivano i componenti degli N.W.A., il gruppo hip hop che tra gli Anni '80 e '90 fece parlare di sé per i contenuti dei testi dei suoi pezzi, nei quali veniva raccontata la vita nei ghetti, tra criminalità e violenza), ispirato da un viaggio in Sud Africa che lo aveva visto tra le altre cose visitare anche la prigione in cui visse Nelson Mandela e da fatti di cronaca avvenuti durante l'incisione del disco come gli omicidi - per mano di poliziotti bianchi - degli afroamericani Eric Garner e di Michael Brown, in 78 minuti di concentrato di black music fotografava problemi come il razzismo istituzionalizzato, l'abuso di potere da parte degli agenti, il modo in cui i media - soprattutto quelli conservatori - trattano episodi che coinvolgono giovani delle comunità afroamericane.

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Un disco, quello di Lamar, che a distanza di cinque anni suona ancora attualissimo. La sua "The Blacker the Berry" ("Tu odi il mio popolo, il tuo piano è quello di sterminare la mia cultura", rappava l'artista) accompagna oggi le proteste dei giovani che marciano per le strade delle principali città statunitensi per chiedere giustizia per George Floyd, il 46enne afroamericano morto la scorsa settimana dopo essere stato ammanettato e immobilizzato a terra da un poliziotto bianco, così come "We Shall Overcome" - derivata da un gospel composto da un reverendo nero, ma interpretata dalla bianca Joan Baez - nell'agosto del '63 incitò i 300mila che marciarono su Washington a sostegno dei diritti per gli afroamericani. Ma il rapper californiano non è l'unico portavoce della nuova generazione di attivisti che si battono per il cambiamento: tra le canzoni più cantate ci sono anche gli inni contro le barbarie commesse dalle forze dell'ordine di "Killing in the name" dei Rage Against the Machine (nelle vene del chitarrista Tom Morello scorre sangue africano - in famiglia guerriglieri e politici kenioti) e "Fuck tha Police" degli stessi N.W.A. (boom negli ascolti sulle piattaforme di streaming), e il manifesto politico contro la presidenza Trump "This is America" di Childish Gambino.

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È in momenti come questo che la comunità afroamericana riscopre la grande tradizione delle canzoni di protesta che negli anni hanno accompagnato le sue battaglie. Dai cori degli schiavi nelle piantagioni di cotone alle star del rap contemporaneo, passando per il jazz, il blues, il rock'n'roll di Chuck Berry e Little Richard, il soul di Otis Redding, Marvin Gaye (ostacolato dalla Motown, l'etichetta per la quale incideva, nel suo tentativo di affrontare questioni sociali nella sua canzone, con "What's going on" nel 1971 riuscì infine a convincere i discografici a mettere da parte il perbenismo) e Stevie Wonder, il funk di James Brown e George Clinton, il rock danzereccio di Michael Jackson ("Black or White?") e Prince e i primi esperimenti hip hop per mano delle gang dei quartieri poveri newyorkesi (nel '78 la Sugarhill Gang conquistò le classifiche con "Rapper's delight", trasformando l'hip hop da movimento controculturale a genere mainstream): il popolo afroamericano ha sempre affidato alla musica le proprie speranze, i propri sogni e i propri dolori.

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Furono i movimenti per i diritti civili degli afroamericani, tra gli Anni '50 e '60, a ispirare i primi veri inni della comunità. Pezzi come "Strange Fruit" di Billie Holiday (lo "strano frutto" era il corpo di un nero impiccato a seguito di un linciaggio), "A Change Is Gonna Come" di Sam Cooke (la scrisse dopo che gli fu vietato l'accesso in un motel riservato solamente ai bianchi, in Louisiana), "Mississippi Goddam" di Nina Simone (ispirata alla morte dell'attivista nero Medgar Evers e interpretata alla fine della marcia da Selma a Montgomery, nel 1965, organizzata dei neri dell'Alabama per ottenere il diritto di voto), "Respect" di Aretha Franklin o "Say It Loud, I'm Black and I'm Proud" di James Brown ("Sono nero e ne vado fiero", cantava, denunciando i pregiudizi razziali verso i neri negli Usa e promuovendo l'autostima degli afroamericani) sono imprescindibili quando si parla del contributo dato dalla musica alla causa delle comunità oppresse. E suonano ancora attualissimi.

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Oggi sono le rime del rap e le melodie dell'r&b contemporaneo a fomentare la voglia di rivalsa dei neri d'America: da John Legend e Common (la loro "Glory", scritta per la colonna sonora di "Selma", il film del 2014 sulle proteste del '65, si è aggiudicata un Oscar e un Golden Globe come "Migliore canzone") allo stesso Kendrick Lamar (con "Damn" nel 2017 è stato il primo rapper a vincere il Pulitzer per la musica: "Una pietra miliare messa a segno per la capacità di raccontare l'esperienza afroamericana"), passando per i Public Enemy, D'Angelo, Killer Mike e Beyoncé (in "Lemonade" del 2016 citava pure Malcolm X). Cambiano i suoni, ma la voglia di cantare le ingiustizie rimane sempre la stessa.

di Mattia Marzi

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