Quella lite con i discografici che ispirò questa volgarissima canzone dei Rolling Stones

Jagger si mise nei panni di un ragazzino arrivato a Londra in cerca di successo e disposto, per ottenerlo, a tutto. Ma proprio tutto.

Quella lite con i discografici che ispirò questa volgarissima canzone dei Rolling Stones

Nel 1969 i Rolling Stones erano al top della loro popolarità. Avevano alle loro spalle una decina di singoli che avevano conquistato il primo posto tanto nella classifica britannica quanto in quella statunitense e consegnato al mercato album subito diventati classici come "Out of our heads" o "Beggars banquet". Diventati sufficientemente grandi per provare a camminare finalmente sulle loro gambe, senza il supporto di discografici e manager ingombranti, Mick Jagger e soci decisero di fondare un'etichetta tutta loro, rompendo il contratto che li legava alla Decca Records, la casa discografica che li aveva lanciati. Ma non tutto andò secondo i piani della band: i discografici accettarono sì di lasciar andare gli Stones, ma solo in cambio di una canzone, l'ultima. Di tutta risposta Jagger, furibondo, prese carta e penna e scrisse un pezzo in cui, sfogandosi, insultò senza troppi giri di parole i dirigenti della Decca.

"Cocksucker blues" - traducibile in italiano più o meno come "il blues del succhiacazzi" - raccolse tutta la rabbia del cantante. Il brano venne composto su un riff di "The lonesome guitar strangler", brano di Dr. John (a questo indirizzo la versione originale) incluso nel suo album del '69 "Babylon". La canzone venne presentata con il titolo di "Schoolboy blues", perché quello originale era evidentemente troppo forte. Ma il testo non era certamente più morbido del titolo. Jagger si mise nei panni di un ragazzino arrivato a Londra in cerca di successo e disposto, per ottenerlo, a tutto: "Oh, where can I get my cock sucked? / Where can I get my ass fucked?", "Dove posso farmi succhiare il cazzo / dove posso farmi scopare il culo?".

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Quando la fecero ascoltare a Edward Lewis, allora a capo della Decca, nel corso del loro ultimo incontro, il discografico rabbrividì. Non avrebbe mai pubblicato quella canzone che raccontava tutte quelle sconcerie. Al posto del singolo venne dunque pubblicata una raccolta, "Stone Age", contenente brani già usciti tra il '64 (l'anno dell'esordio discografico dei Rolling Stones) e il '69. Il gesto dell'etichetta fece infuriare la band, che stava per pubblicare un nuovo album di inediti - il primo dopo la rottura con la Decca - e temeva che il disco potesse essere oscurato da quella compilation. Jagger e compagni denunciarono pubblicamente l'operazione della casa discografica, acquistando addirittura le pagine dei magazine musicali britannici (ma nonostante ciò il disco entrò comunque nella top ten del Regno Unito). Pochi mesi dopo, nell'aprile del 1971, gli Stones firmarono un contratto discografico da cinque album con Atlantic Records, che prevedeva un anticipo garantito di 1 milione di dollari e il 10% di royalties per ogni disco pubblicato.

Quanto a "Cocksucker blues", nel 1972 la canzone ispirò l'omonimo documentario realizzato dal fotografo Robert Frank per documentare il tour dei Rolling Stones in supporto all'album "Exile on Main St.": sulla pellicola finirono Mick Taylor impegnato a fumarsi una canna con un roadie, Jagger a tirare cocaina nel backstage, i musicisti circondati dalle groupie e addirittura una ragazza intenta a iniettarsi una dose di eroina in una stanza d'albergo. La band, però, non se la sentì di esporsi in modo così crudo e rivolgendosi al tribunale ottennero un'ordinanza che permetteva la proiezione del film sono in presenza dell'autore e non più di quattro volte all'anno (nel 2012 il documentario sarebbe stato infine proiettato al MOMA di New York). Nell'83 il brano finì poi nella versione del box "The rest of the best" per la Repubblica Federale di Germania: ma i discografici, dopo essersi accorti della svista, lo ritirarono dal mercato dopo un mese, ristampandolo senza quella canzone.

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