Jimi Hendrix, quasi 50 anni dalla morte: la testimonianza di Fabio Treves

Il 18 settembre saranno cinquant'anni dalla scomparsa del grande chitarrista: prepariamoci a ricordarlo

Jimi Hendrix, quasi 50 anni dalla morte: la testimonianza di Fabio Treves

Forse perché nato nello stesso giorno, il 27 novembre, forse perché la sua grande passione per il blues mi aveva già contagiato, forse perché come tanti artisti neri aveva una particolare capacità di catalizzare l’attenzione del pubblico, sta di fatto che Jimi Hendrix, a distanza di tanti anni dalla sua tragica dipartita, mi sembra di averlo conosciuto da sempre.

Sono tra i pochi fortunati ad averlo sentito suonare quattro volte, sono tra i pochi ad avergli parlato (tra i musicisti dell’area meneghina s’intende), ad avergli scattato delle foto che rimangono, ovviamente, tra i miei ricordi più cari.

Quando ascoltai per la prima volta la sua chitarra per radio, a Londra nel 1967, rimasi a dir poco scioccato, non riuscivo a capire fino in fondo se si trattava di abili manipolazioni in sala di registrazione o se mi trovavo di fronte a un innovatore straordinario, comunque capii subito che Jimi era avanti anni luce rispetto alla media dei gruppi pop-beat e rock che animavano la scena inglese e americana di quegli anni. Questa sensazione divenne ancora più forte quando per la prima volta lo ascoltai dal vivo, un anno più tardi, in occasione del suo primo tour inglese, il 31 marzo all’Astoria di Londra.

Conoscevo già Mitch Mitchell, avendolo apprezzato come giovane batterista promettente della band Georgie Fame And The Blue Flames. Una fusione jazz-blues ante litteram era il marchio di garanzia di quel gran gruppo che animava la scena di Folkestone e dintorni, e ricordai che anche il bassista Noel Redding, nativo proprio di Folkestone, non mi era del tutto sconosciuto. Capii quella sera che la forza, il prorompente stile chitarristico, il look, il feeling con il pubblico, l’uso nuovo e rivoluzionario della sua Strato e dell’effettistica erano straordinari. E fu subito un grande amore.

Quando venne a Milano, per i suoi due concerti al Piper il 23 maggio del 1968, ero già a un grado di ebollizione pericoloso... mi ero procurato il manifesto che annunciava l’evento e mi ero altresì attrezzato per immortalarlo sulla scena. L’attesa fu terribile, e ancora più tremenda fu la notizia che l’esibizione del pomeriggio era annullata per “problemi tecnici”. Assieme ad alcuni irriducibili occupai il Piper, minacciai di creare casini qualora fossimo stati cacciati fuori dal locale e dopo alcune trattative con Leo Wachter, l’allora proprietario del Piper Club, potemmo rimanere.

Potei quindi assistere verso le 7 di sera al lavoro dei tecnici, al posizionamento dei leggendari Marshall, all’apertura della valigia con i pedali degli effetti.

Il concerto… vi lascio solo immaginare cosa significava per un musicista alle primissime esperienze come il sottoscritto essere lì a meno di un metro dal suo idolo.

Potrei raccontare il momento della stretta di mano, dell’autografo, della chiaccherata che ebbi con lui, grazie alla simpatica premura di Leo Wachter, della sua bianca Strato che eseguiva come per miracolo o magia le canzoni del disco, senza una sbavatura, i suoi piccoli trucchi, la posizione della mano destra che creava effetti sul manico, ma ancora adesso l’emozione è veramente forte...

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Il testo sopra pubblicato è tratto da "Jimi Hendrix", pubblicato nella collana "La storia del rock - i protagonisti" curata a Ezio Guaitamacchi per Hoepli Editore, per gentile concessione del curatore e dell'editore.

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