Jimi Hendrix, quasi 50 anni dalla morte: la storia di "Purple Haze"

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Jimi Hendrix, quasi 50 anni dalla morte: la storia di "Purple Haze"

Il 17 marzo 1967 la Track Records di Kit Lambert e Chris Stamp debutta pubblicando il singolo "Purple Haze"/"51st Anniversar"y. Dopo il fortunato esordio come autore ("Stone Free") Jimi si concentra sul suo nuovo ruolo, inanellando una serie di composizioni. “Un vero torrente in piena”, lo definisce Chas Chandler. La sera di Santo Stefano del 1966, Hendrix si trova nel camerino del club Upper Cut di proprietà del pugile Billy Walzer, e in attesa di salire sul palco inizia a suonare la chitarra. “È lì che che nasce il riff di Purple Haze”, ha spiegato Noel Redding. “All’inizio si trattava solo di un ritornello, nulla più. Lì per lì, Jimi non se n’è curato più di tanto; aveva mille idee che gli frullavano in testa. Ma a Chas era piaciuto subito tanto da consigliare a Hendrix di lavorarci su”. Il riff di cui sopra è oggi uno dei più famosi della storia del rock: due note, l’intervallo di quinta diminuita condannato secoli prima dal tribunale della Santa Inquisizione spagnola perché ritenuto musica del diavolo. Tutto nato dal fatto che credenza popolare voleva si potesse evocare il diavolo solo accennando quelle poche note in accordo (“diabulus” in musica): da qui la proibizione assoluta di usarlo per i compositori di musica sacra.
"Purple Haze", più di "Hey Joe", rappresenta ciò che Hendrix intende per musica: libertà di espressione,privilegiando sentimento, passione e feeling sulla mera tecnica. Per i chitarristi un ottimo banco di prova, vera espressione del suo genio compositivo.
Musicalmente la canzone si dimostra ricca e complicata: accordature aperte, intervalli e fraseggi a note singole per creare armonie modali nonché il classico “accordo Hendrix”, cioè la nona aumentata. Poi, gli effetti. Se in "Hey Joe" non comparivano, escluso il riverbero, qui trovano applicazione il pedale Fuzz Face (un distorsore ante litteram), phasing, wahwah e overdrive, più quel particolare marchingegno battezzato Octavia, frutto della mente geniale di Roger Mayer (già collaboratore dei servizi scientifici della Marina Militare). Originariamente della durata di sei/sette minuti, come molte canzoni di Hendrix poi tagliate dalla forbice della censura di Chas Chandler, "Purple Haze" viene ancor oggi considerata l’archetipo della canzone psichedelica, vuoi per la chitarra distorta vuoi per versi immortali quali “vapori purpurei nella mia testa”, “Is it tomorrow or just the end of time?” e il celebre “’scuse me while I kiss the sky?” (e non “this guy”, come milioni di teenager hanno male interpretato per decenni). Ma, ci si chiede, è proprio così? Se da un lato l’autore non avrebbe mai ammesso pubblicamente qualsiasi implicazione “stupefacente”, pena il bando, l’ostracismo immediato (almeno in Inghilterra, basti ricordare il caso "Lucy In The Sky With Diamonds" dei Beatles che qualcuno voleva vedere come espansione dell’acronimo Lsd) dall’altro va considerata la passione, dichiarata, per la fantascienza. Inoltre, particolare da non sottovalutare, pare che Jimi non abbia fatto uso di Lsd (almeno) sino al Festival di Monterey. Altra possibile implicazione, di origine magica stavolta, potrebbe risalire alla relazione avuta con una ragazza di New York la quale, per irretirlo, sarebbe ricorsa a strani riti voodoo. Infine, ma siamo nel campo della pura illazione, alcuni ritengono si sia di fronte al frammento di un’opera di più ampie proporzioni.
Resta il fatto che "Purple Haze" rivela nuovi particolari a ogni ascolto. Incisa nel gennaio del 1967 presso gli studi De Lane Lea di Londra nel corso di quattro lunghe session (un record, per l’Hendrix di quei tempi), rimane esempio illuminante del suo genio, della sua inimitabile capacità di saper rendere possibile l’impossibile.

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Il testo sopra riportato è tratto da "Jimi Hendrix", pubblicato nella collana "La storia del rock - i protagonisti" curata da Ezio Guaitamacchi per Hoepli Editore, per gentile concessione del curatore e dell'editore.

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