Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Soldi” di Mahmood

Raccontiamo venti canzoni italiane pubblicate nell’ultimo ventennio, attraverso le schede scritte da Vincenzo Rossini.

Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Soldi” di Mahmood

“Soldi” di Mahmood, da “Gioventù bruciata”, Island/Universal, 2019

Perché una canzone sia qualcosa di più di una hit e influenzi la cultura popolare deve verificarsi una reazione chimica inattesa tra fattori musicali ed extra musicali. “Soldi” di Mahmood ha rispettato queste condizioni, imponendosi come l’ultimo uragano degli anni Dieci. La sua notorietà è certamente legata al modo rocambolesco con cui è arrivata a vincere il Festival di Sanremo 2019: Mahmood vince con “Gioventù bruciata” un’edizione sperimentale della gara dei Giovani tenutasi a dicembre 2018, conquistando l’accesso diretto alla gara maestra di febbraio; rispetto ai big ha carta bianca, perché il suo brano non sarà sottoposto alla selezione. Chissà se per un contrappasso imposto da chi lo considerava già un miracolato a esser lì in gara, Mahmood si esibisce per ultimo la prima sera del festival, dopo l’una di notte; i pochi svegli notano la freschezza del sound, l’originalità della proposta e l’intensità sicura dell’interpretazione.

Mentre in tanti si lamentano per la vittoria già scritta di Ultimo (che ha un brano un po’ tedioso, ma grande consenso tra i giovani), Mahmood cresce a ogni puntata conquistando simpatia e giudizi positivi. L’ultima sera la sala stampa lo spinge nella terna finale tra Ultimo e Il Volo; con il voto popolare scisso tra due poli del popolare più tradizionalista, i giornalisti fanno convergere il voto su Mahmood, che vince incredulo. Se non avesse avuto un voto su quattro da casa, il colpaccio non sarebbe riuscito, quindi è un falso parlare di violazione della volontà popolare, ma comunque la polemica è servita su un piatto d’argento. Così, come accade a molti fatti di costume nell’anno del Governo del Cambiamento, la vittoria deflagra in un’assurda questione simbolico-politica: Ultimo vs Mahmood diventa il volere del popolo contro l’élite che impone dogmi mondialisti, le periferie dei buoni sentimenti di una volta (quali?) contro il globalismo dei buonisti che vogliono contaminare l’italianità, magnificamente incarnata, suo malgrado, dalla figura di un bel ragazzone italo-egiziano che parla con accento milanese e canta una canzone che menziona il Ramadan e il narghilè. In conferenza stampa Ultimo si lascia scappare un insulto d'impeto ai giornalisti e invoca il volere del popolo negato; pronti arrivano Matteo Salvini, Giorgia Meloni, la richiesta di una commissione d’inchiesta per ricalibrare il voto sanremese a favore del popolo... ma la verità è che nel giro di pochi giorni “Soldi” batte ogni record: entra nella Top 50 mondiale di Spotify e resta stabilmente la canzone più ascoltata in Italia per circa due mesi (un bel riconoscimento per la stampa, che con la sua forzatura ha dimostrato di aver intuito dove andava il gusto popolare). Per di più qualche mese dopo Mahmood è all’Eurovision Song Contest, dove “Soldi” è la prima canzone italiana di sempre a contenere versi in arabo (aTel Aviv!): l’esibizione raffreddata e sicura, insieme a una proposta visuale elegante e moderna, rimettono il gusto italico al centro dell’Europa; Mahmood è secondo per pochi voti, ma vince il premio della critica e, grazie alla gara, oggi conta fan in tutto il mondo (mentre scrivo, 150 milioni di views su YouTube e 135 milioni di ascolti su Spotify).

Naturalmente tutto ciò non sarebbe accaduto se “Soldi”, sul piano musicale, non fosse stato un pezzo infallibile. Non è una canzone di rottura, né contiene un’innovazione radicale; “Soldi” assorbe invece come una spugna tutto ciò che è diventato sonorità dominante da qualche anno per le nuove generazioni, e lo incanala in un saggio di mirabile freschezza: le pennellate sintetiche e profonde della trap, la vocalità nu soul, l’impressionismo elettronico nel sound del brano (con quel “in periferia fa molto caldo” che coglie una sensazione metropolitana con incredibile simbiosi tra testo e suono). Del resto doveva lasciare presagire tempesta la produzione in joint venture tra Dardust e Charlie Charles, il primo Raffaello dell’ambient pop elettronico e il secondo fautore nelle retrovie del suono dell’italo-trap: il loro contributo, oltre che nel sound, è tangibile nella combinazione fatata degli elementi. In una dettagliata analisi tecnica del brano il critico Federico Pucci individua l’influenza delle grandi produzioni black fin dai primi tre accordi, che lo aprono in battere e ne anticipano la fine: “Si tratta di un’applicazione particolare della tecnica dell’hook (il gancio), la frase melodica principale che cattura l’attenzione. (...) L’effetto è di trovarsi risucchiati in medias res: pum pum pum, eccoci qua, benvenuti nella canzone, due battute e Mahmood può cominciare a cantare”.

Cantare, appunto. Perché oltre al sound, naturalmente, Mahmood è la storia della periferia italiana che si è cercata un suono che le fosse congeniale, lo ha coltivato, lo ha alimentato. E oggi lo canta. È un’ipotesi di coabitazione: i figli di figli di emigrati italiani che vanno in centro il sabato pomeriggio insieme ai figli nati in Italia di cinesi, arabi, ecuadoriani, dagli accenti più lombardi dei primi. A unirli, prima che uno ius soli mai attuato, è il beat: magica sintesi tra arpeggi mediorientali, beat afro, groove atlantici e aperture armoniche nord-europee. “Soldi” è la metropoli anno 2019: generazioni di italiani al 100% che si portano dentro i retaggi di culture spesso più arcaicizzate delle nostre,per questo chiamate a sfide ben più audaci. Al di là dell’autobiografismo, aspetto che lo stesso Mahmood enfatizza ma anche smorza perché non venga strumentalizzato, “Soldi” canta proprio questo: dentro il racconto nitido di una formazione segnata dalla distanza, esplora l’impossibilità di accettare un certo modo di intendere la paternità (che passa anche dalla poligamia), il dissidio interiore tra due culture, il sogno di un’emancipazione che non preveda per forza il distacco cruento con la famiglia:“Waladi waladi habibi ta’aleena / mi dicevi giocando giocando con aria fiera / waladi waladi habibi sembrava vera / la voglia la voglia di tornare come prima”. È un inedito tematico, ma quel che canta non è un caso specifico, bensì è uno standard con cui le nuove generazioni hanno a che fare, che appartiene al loro vissuto o a quello dei loro amici. Sono loro che hanno in mano il testimone del mutamento, mentre noi ci decomponiamo a tempo record rifugiandoci nel cattivismo psicotico: “Soldi” è questa istanza di molti che si manifesta prepotente davanti all’Italia, e non si deve ignorare. Cambieremo per la necessità che avranno di abbattere gli steccati e contaminare la cultura preesistente con la freschezza del beat. Di usare la musica per andare oltre i padri che non si rifugiano nella cultura dei padri per non fare i padri. Per andare oltre i soldi.

(testo: Dario Faini, Alessandro Mahmoud, musica: D. Faini,A. Mahmoud, Paolo Alberto Monachetti / © Universal)

Vincenzo Rossini

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La scheda è tratta, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, da “Unadimille – 1000 canzoni italiane dal 2000, raccontate”, edito da Arcana, al quale rimandiamo per le altre 980 schede.

Abbiamo già pubblicato:

“Rolls Royce” di Achille Lauro

“Mmh ha ha ha” di Young Signorino

“Tu t’è scurdat’ ‘e me” di Liberato

“Amen” di Francesco Gabbani

“Sabato” di Jovanotti

“Roma-Bangkok” di Baby K

“Alfonso” di Levante

"Il timido ubriaco" di Max Gazzé

"La descrizione di un attimo" dei Tiromancino

"Tutti i miei sbagli" dei Subsonica

"L'ultimo bacio" di Carmen Consoli

"Xdono" di Tiziano Ferro

"Luce (Tramonti a Nord Est)" di Elisa

"Io sono Francesco" di Tricarico

"PadreMadre" di Cesare Cremonini

"Salirò" di Daniele Silvestri

"Charlie fa surf" dei Baustelle

"Vieni a ballare in Puglia" di Caparezza

"La notte" di Arisa

(C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.


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