Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Rolls Royce” di Achille Lauro

Raccontiamo venti canzoni italiane pubblicate nell’ultimo ventennio, attraverso le schede scritte da Vincenzo Rossini.

Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Rolls Royce” di Achille Lauro

“Rolls Royce” di Achille Lauro feat. Boss Doms e Frenetik & Orange3, da “1969”, Sony, 2019

Insieme a Mahmood, Achille Lauro è stata la vera sorpresa del secondo Sanremo targato Baglioni (con una piccola nota di credito per il Claudio nazionale, tanto raramente incisivo dopo il Duemila nelle sue tracce inedite quanto straordinario nel ricollocare la varietà musicale al centro del Festival). Percepita da molti come un oggetto bizzarro e positivo, “Rolls Royce” ha catalizzato l’attenzione a lungo, fomentata anche da una polemica su un presunto significato nascosto di inno all’ecstasy, inutile quanto ben iscritta nell’umore del pezzo. Tutto grasso colato per oleare un gancio a lunga gittata all’album “1969”, che riprende fin dal titolo l’immaginario idealizzato prefigurato sia nel testo che nella proposta estetica.

La canzone è fondamentalmente una ricca sequenza di citazioni-omaggio rock’n’roll poste nella forma di cliché accentuati: l’eroe mitico in quanto maledetto, la liberazione dei costumi come rivoluzione, la morte spettacolare che diventa parte integrante dell’atto artistico, una generale identificazione in chi ha vissuto al massimo delle sue possibilità (che sottintende che oggi non è così). Sono stereotipi e sono accostati con una certa arditezza, ma davvero poco importa. La modalità di citazione del passato tradisce un’attitudine totalmente rap: interi contesti sono rievocati per iper-sintesi, citando anche solo un nome proprio, a volte senza cognome, per rafforzare il senso di familiarità col personaggio: “Perdo la testa come Kevin / a ventisette come Amy”.

“Rolls Royce” è una canzone-cero-in-chiesa, una collezione di santini di chi ha amato così tanto la vita da bruciarsi. Punta dove puntava la “Vita spericolata” di Vasco Rossi, aggiungendovi un sottotesto funebre molto accentuato e coerente con la parabola del riscatto sostanziale insita nella “narrazione Lauro”. Il colpo di genio è aver dato vita a questa consacrazione avendo il fegato di condurre gli stilemi trap (autotune, flow romanizzato) dentro il codice del rock, mossa finora sconsigliabile se non impensabile, vista anche l’aura di ‘sfiga’ che il rock sembra essersi conquistato agli occhi di tanti negli anni Dieci. Forse è proprio l’idea di nuova possibilità al rock, più idealizzata che concreta, che ha stimolato la forte simpatia per il brano, amato anche da chi ancora associa la trap al voltastomaco.

Il merito è da dividere con Boss Doms e Frenetik & Orange3, che per raggiungere lo scopo senza snaturare l’eclettismo di Achille Lauro hanno confezionato un’ipotesi di suono punk-rock leggero e frizzante, capace di sfiorare tante aree musicali contigue e accessibili, dalla Steve Rogers Band ai Franz Ferdinand fino a “1979” degli Smashing Pumpkins, citazione palese e altra collocazione temporale ‘stilizzata’ (è del 1995). All’autotune – per i più dogmatici il suono-simbolo del male del nostro tempo – è affidato il bilancio del brano, quel bridge in cui Achille sembra tracciare una linea sotto tutti i personaggi per far venire a galla il filo che li lega tra loro e a lui: “Non è follia ma è solo vivere / non sono stato me stesso mai / no, non c’è niente da capire / Ferrari bianco sì, Miami Vice”. A confermare la natura sacrale-liturgica del brano è il finale che prima tenta un altro gioco ironico sul satanismo rock (riprendendo la figura di Lucifero, altro leitmotif lauresco), per sfociare in una vera e propria preghiera di elevazione (che usa i versi già editi di “Barabba II”, da “Ragazzi madre”), una consegna al Dio delle rockstar per l’eternità che suona come un investimento di quelli per sempre, un vendere l’anima: “Dio ti prego salvaci da questi giorni / tieni da parte un posto e segnati sti nomi”.

(testo: Lauro De Marinis, Davide Petrella, musica: Daniele Dezi, Edoardo Manozzi, Daniele Mungai / © Red Music/SM/Universal/yF1)

Vincenzo Rossini

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Domani scriveremo di “Soldi” di Mahmood

Abbiamo già pubblicato:

“Mmh ha ha ha” di Young Signorino

“Tu t’è scurdat’ ‘e me” di Liberato

“Amen” di Francesco Gabbani

“Sabato” di Jovanotti

“Roma-Bangkok” di Baby K

“Alfonso” di Levante

"Il timido ubriaco" di Max Gazzé

"La descrizione di un attimo" dei Tiromancino

"Tutti i miei sbagli" dei Subsonica

"L'ultimo bacio" di Carmen Consoli

"Xdono" di Tiziano Ferro

"Luce (Tramonti a Nord Est)" di Elisa

"Io sono Francesco" di Tricarico

"PadreMadre" di Cesare Cremonini

"Salirò" di Daniele Silvestri

"Charlie fa surf" dei Baustelle

"Vieni a ballare in Puglia" di Caparezza

"La notte" di Arisa

La scheda è tratta, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, da “Unadimille – 1000 canzoni italiane dal 2000, raccontate”, edito da Arcana, al quale rimandiamo per le altre 980 schede.

(C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.

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Dall'archivio di Rockol - Concerto del Primo Maggio 2018 a Roma, Achille Lauro e Boss Doms: la videointervista
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