Costruire canzoni: cosa significa essere un autore

Tre grandi firme che hanno affidato a Soundreef il proprio repertorio ci raccontano il lavoro
Costruire canzoni: cosa significa essere un autore

Sono il primo anello di quella filiera che oggi in tanti citano ma che in pochi conoscono bene come loro, perché senza di loro non avremmo streaming, grandi live, videoclip, serate speciali alla TV e tutto ciò che corrobora quella che oggi definiamo musica popolare contemporanea.

Gli autori sono artisti sfuggenti, che costituzionalmente non amano le definizioni: possono essere i classici cantautori con la chitarra acustica al collo, o i frontman che non disdegnano lo stage diving, o ancora volti non noti al grande pubblico che lavorano dietro le quinte, ma che muovono milioni di copie grazie alle canzoni uscite dalle loro penne. Di certo, dietro alle hit che sanciscono il successo di una carriera o - più semplicemente - caratterizzano la colonna sonora di un'estate ci sono loro.

Quello dell'autore è un ruolo obliquo, difficile da inquadrare per la platea generalista: troppo poco "esposta" per i fasti popular – è pratica comune, anche se non corretta, identificare un brano con la voce che lo interpreta - e troppo "artistica" per essere considerato ascrivibile all'ambito discografico tout-court, la firma del brano è una figura che nel corso degli ultimi anni è stata quasi rimossa dalla rappresentazione dell'ecosistema musicale, ma che - oggi esattamente come ieri - è fondamentale e riesce a fare la differenza. A spiegarcelo sono tre grandi autori italiani, rappresentativi di tre generazioni di artisti e di tre modi di intendere il proprio mestiere, ma accomunati dall'amore per la scrittura di canzoni: Maurizio Fabrizio, Enrico Ruggeri e Fortunato Zampaglione.

"Ho attraversato varie epoche: la mia prima composizione da professionista l'ho firmata a diciassette anni. Erano gli anni Settanta, l'età dell'oro del pop italiano: il mio lavoro - che io nemmeno considero un lavoro, tanto mi piace - era bello e divertente, come bello e divertente è ancora oggi", racconta Fabrizio, che nel corso della sua carriera ha scritto per - tra gli altri - per Mia Martini, Mina, Antonello Venditti, Renato Zero e Angelo Branduardi: "Non provo nessuna forma di nostalgia, perché l'autore continua a cambiare il proprio modo di scrivere, subendo l'influenza di ciò che lo circonda. E' questa la ragione per cui adoro questo mestiere: non si finisce mai di evolvere. Per esempio: mio figlio ha sedici anni e ascolta tutt'altra musica rispetto a quella che ascolto io. Ma la ascolto con curiosità, perché per me è una scuola".

Certo, la percezione del ruolo - e dell'importanza dell'autore, presso il pubblico - negli anni è molto cambiata. "E' l'evolversi della storia", riflette al proposito Enrico Ruggeri, già leader di Decibel e Champagne Molotov poi apprezzato artista solista: "Negli anni Cinquanta e Sessanta le canzoni venivano proposte al Festival di Sanremo e solo dopo venivano scelti gli interpreti. Poi le personalità canore hanno preso il sopravvento: oggi è chi va a cantare che gode di tutta l'esposizione. Al proposito avrei anche delle storie piuttosto buffe, da raccontare: mi è successo più di una volta, mentre in concerto eseguo 'Il mare d'inverno', di leggere i labiali del pubblico che dice 'questa è quella della Berté'".

Benché, strutturalmente, nell'ecosistema dell'industria musicale l'importanza dell'autore non sia mai venuta meno, la situazione attuale ha costretto chi si dedica a questa professione a far fronte a nuove sfide. E non stiamo parlando della pandemia da Covid-19: "Questa emergenza sanitaria per certi versi è stata un acceleratore delle criticità che, in assenza della pandemia, avremmo comunque patito tra due o tre anni", spiega Fortunato Zampaglione, cantautore e produttore le cui opere sono state interpretate da, tra gli altri, Gianna Nannini, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti e Francesco Renga, "Il problema è che in Italia la musica è monotona: se va di moda il reggaetton, tutti si mettono a scrivere brani reggaetton. La musica, tuttavia, è molto di più, e in Italia - non che all'estero vada meglio, sia chiaro - manca una visione. Nel momento in cui la musica è costretta a vivere solo di fruizione momentanea cessa di essere per tutti".

"L'industria di oggi ha delle dinamiche di estrema attenzione al mercato e alle mode del momento, che coltiva e sfrutta", concorda Fabrizio: "Ogni epoca del resto ha il suo modo di scrivere. Me ne accorgo anch'io, che ho molte composizioni che per questi tempi andrebbero benissimo ma che probabilmente oggi non canterebbe nessuno". "Questi tempi sono caratterizzati da un'omologazione paurosa", conferma Ruggeri: "C'è il terrore di non piacere, di non essere passati alla radio, perché la non esposizione in radio rischia di far morire una canzone ancora prima di nascere. Perché tutto, ormai, viene focalizzato sul singolo: l'album è rimasta una specie di soddisfazione personale, una scusa per andare a fare dei tour dove il pubblico - tra l'altro - ti chiede le canzoni vecchie. Ovvio che questo costringa l'autore a scrivere al ribasso, se l'airplay si riduce a essere l'unica preoccupazione. Oggi brani come 'La donna cannone' non verrebbero mai messi in onda".

"Molti autori, in Italia, scrivono al di sotto del loro talento per pure esigenze di mercato. Così come i discografici: spesso non producono la musica che amano - alla quale potrebbero dare un valore aggiunto - ma quella che richiede il mercato", aggiunge Zampaglione, che chiama in causa anche discografici e interpreti: "C'è un problema con i grandi artisti, che ormai non riescono più a registrare album all'altezza di quelli pubblicati in passato: data la crescita esponenziale del live, ormai i dischi sono diventati un pretesto per fare concerti, e i grandi nomi tendono ad allontanare gli autori che potrebbero supplire al deficit di ispirazione accumulato negli anni. Gli autori italiani si ritrovano schiacciati da cantanti che fanno sempre più pressioni per ottenere il credito sui brani interpretati e degli editori che non hanno sufficiente potere contrattuale per contrastare questo fenomeno". "Gli interpreti, oggi, hanno un loro circolo chiuso, un cerchio magico nel quale è molto difficile entrare", spiega Fabrizio: "E di interpreti puri, oggi, ce ne sono davvero pochi".

Una delle tendenze che si stanno affermando nel pop contemporaneo è quella dei team di autori: basti pensare alla canzone vincitrice del titolo "Song of the Year" ai Grammy Awards 2018, "That's What I Like" di Bruno Mars, che fu firmata da ben otto co-autori. "Il discorso dei team di autori mi fa sorridere, francamente. Io non ci credo", spiega Ruggeri: "Penso che, al netto degli arrangiamenti, si possa scrivere in due, tre al massimo, perché le canzoni sono sempre frutto di individualità. La modalità 'collettiva' che oggi va per la maggiore nel mondo del pop immagino sia più una forma di compensazione: la torta diventa sempre più piccola anno dopo anno, e i crediti possono diventare modalità di pagamento. Una volta, invece, si creavano validissime scuderie intorno a grandi maestri: penso a Beppe Dati, cresciuto nel laboratorio di Giancarlo Bigazzi. Non succedeva niente per caso: Beppe è diventato un autore bravissimo, e immagino che - data la vicinanza a Giancarlo - sia stato bravo a rubare i trucchi del mestiere".

"Si sente che adesso, dietro una canzone, non c'è più una mano sola ma un team di autori", osserva Fabrizio, più possibilista rispetto al collega riguardo le collaborazioni: "Non credo che nessuno scriva più sedendosi al pianoforte o imbracciando una chitarra, e nelle canzoni si sente. Immagino sia un fenomeno legato alle nuove tecnologie: non è né un bene né un male, è semplicemente scrivere in modo diverso".

Come tutte le altre categorie del mondo dello spettacolo, anche gli autori patiranno le conseguenze della crisi causata dall'emergenza Covid: sia Zampaglione che Ruggeri concordano che sarà il calo delle entrate dai diritti di pubblica esecuzione - di fatto azzerati a causa del lockdown - a colpire più duro. Non tutto il male, però, viene per nuocere: "Suona strano dirlo, ma questo periodo lo sto passando bene", spiega Fabrizio, "Sto rimanendo in casa e sto lavorando moltissimo. Questa emergenza sanitaria passerà, come tante altre brutte situazioni che ho vissuto in settant'anni: non voglio fare il profeta di sventura, ma cose come queste in futuro potrebbero ricapitare. Eppure la musica non morirà mai. Magari lavoreremo in modo diverso, usando molto di più il Web, ma sapremo farci i conti. Certo, a livello economico gli autori avevano problemi già prima, perché - di fatto - gli unici diritti sui quali potevamo contare, data l'estrema contrazione delle vendite discografiche, erano quelli di esecuzione, che sono stati di fatto azzerati dal lockdown. Ma sapremo adattarci, troveremo nuove forme per esprimerci: in questi ultimi mesi gli italiani, cantando dai balconi, ci hanno ricordato che la musica non morirà mai. E quindi mai avere paura".

"Secondo me è stata una follia rinunciare a vivere per paura di morire: lo ripeterei senza problemi anche se mi trovassi sul letto di morte a causa del Coronavirus", racconta Ruggeri a proposito del “suo” lockdown: "La libertà non è uno scherzo: i primi a cantare 'Bella ciao' il 25 aprile erano andati sulle montagne a combattere, a costo della propria vita, per difendere la libertà. L'uomo non è un animale, che ha tra le proprie uniche preoccupazioni ha il nutrirsi e il cercare di restare vivo. Detto ciò, per i diritti di pubblica esecuzione il Covid sarà una bella botta, sì. Riguardo l'ispirazione, credo che questo periodo si sia riverberato su ciascuno a seconda della personalità dei singoli. Io, personalmente, ho approfittato del blocco totale per lavorare. Le strade erano vuote, silenziose. I miei figli erano a casa a seguire le lezioni online. Io sono stato nel mio studio: avevo iniziato un romanzo che pensavo di ultimare in due o tre anni che adesso, invece, ho praticamente finito".

Sia Fabrizio che Ruggeri e Zampaglione hanno affidato la gestione del diritto d'autore collegato alle proprie opere a Soundreef, la società di collecting indipendente fondata nel 2011 a Londra da Davide D'Atri e Francesco Danieli che rappresenta e gestisce i diritti di oltre 39.000 autori ed editori di cui 22.000 italiani. "Soundreef è stata una ventata di novità importante per la gestione del diritto d'autore", spiega Zampaglione: "Dispone di una piattaforma di rendicontazione digitale che, in tempo reale, ti permette di controllare l'andamento del tuo repertorio a livello mondiale. E' una società nativa digitale, con la quale è più facile interagire. E' importante che il mercato dell'intermediazione del diritto d'autore sia libero, e che lo diventi sempre di più. Soundreef è quello che oggi serve a un autore: il presidente [Davide D'Atri] è una persona dinamica, che ama la musica. Non è il classico grand'uomo che sta trincerato dietro una scrivania: è più della 'generazione Steve Jobs'".

Benché meno esposta rispetto ad altri ruoli propri del mondo della musica, quella dell'autore resta una professione imprescindibile, che conserva un fascino capace di superare le mode e le contingenze, sempre diverso - come ci hanno spiegato Fabrizio, Ruggeri e Zampaglione - eppure immutabile nella propria essenza. "Ho detto a mio figlio, che vuole fare l'autore anche lui, che questo è un lavoro bellissimo, ma che è anche duro, e che per farlo bene bisogna farlo col cuore", conclude Fabrizio: "La tecnica viene dopo. Bisogna essere determinati, non ci si deve abbattere per un rifiuto, perché la vita è fatta anche di sconfitte. Bisogna essere attenti a quello che ci gira intorno ma non cedere mai alle mode del momento. Resta la purezza del cuore la cosa più importante: la composizione è una cosa che ci avvicina al divino".

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