Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Salirò” di Daniele Silvestri

Raccontiamo venti canzoni italiane pubblicate nell’ultimo ventennio, attraverso le schede scritte da Vincenzo Rossini.
Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Salirò” di Daniele Silvestri

“Salirò” di Daniele Silvestri, da” Unò Dué” , BMG Ricordi, 2002.

La trasformazione in tormentone l’ha impressa nella memoria collettiva come una hit allegrotta, ma in realtà “Salirò” è uno dei brani più tetri che Daniele Silvestri abbia mai scritto, una canzone sull’inazione e sull’incapacità di riprendersi da uno stato emotivo molto cupo. In gara al Festival di Sanremo 2002, “Salirò” in prima battuta lascia interdetti: il Silvestri di “Aria” e di “L’uomo col megafono”, dove vuole arrivare?

Anche musicalmente, il brano suona strano, sghembo, non si lascia subito assorbire. Stilisticamente dalle parti della space-disco di appeal commerciale verso cui erano approdati i Jamiroquai alla fine degli anni novanta (“Canned Heat”, in particolare), “Salirò” ha uno sviluppo tortuoso, irto di ostacoli. L’arrangiamento fondamentalmente ritmico, pieno di vuoti, non mette troppo in chiaro se il tono del brano sia maggiore o minore, e in certi angoli sfiora la dissonanza. II ritornello esplicita lo scambio armonico che domina il brano (un intervallo di un tono e mezzo tra due accordi minori), una soluzione ereditata dall’acid jazz, insolita per il pop italiano, con l’effetto di tenere la pasta sonora del brano in bilico tra due tonalità: un impianto armonico per nulla immediato, virato su toni minori, ma sostenuto da una ritmica nervosa, entrambi intenti del dare l’idea di qualcosa che tenta di ‘ascendere’ in tanti modi ma che puntualmente deve ripartire da capo,come se cadesse sul più bello, facendo una gran fatica.

È un movimento tra spigoli che ritorna nel testo, disperso in immagini troppo prosaiche (il tagliolino al pesto scotto), frasi tronche, metafore elementari (“le rose di questo giardino”) o paradossali (“Accetterei / di addormentarmi su un ghiacciaio tibetano / congelerei / ma col sorriso che si allarga piano piano”, un po’ Arbore). Chi si affretta a dire che la vis tagliente di Silvestri si sia spenta sbaglia e di grosso: in realtà quelle stesse immagini a metà sembrano i tentativi lirici malriusciti di un ex poeta oggi in crisi interiore, colto nel suo nadir personale.

Il desiderio di salire tra le rose del giardino sottintende che oggi lui sia trafitto dalle spine e incapace di muoversi; la voglia di dimostrare all’amata che “amore in fondo non c’è niente da rifare”, è tutto a posto così, si schianta contro uno stato depressivo di cui non si vedono le cause, ma solo gli effetti. Naturalmente se Silvestri non avesse inondato l’interpretazione sanremese di ironia, il brano sarebbe rimasto un colpo semi-comprensibile, ed effettivamente è sembrato a molti così, almeno nelle prime serate del Festival.

Poi, con un colpo di genio, ad affiancare Silvestri sul palco è arrivato uno strano soggetto: l’attore-prestato-alla-danza Fabio Ferri, che con baffo vintage, capello lungo impomatato e abito da John Travolta der Testaccio, ha collocato semanticamente la canzone in un territorio tra il trucido e il sublime. Immobile per la prima metà del brano, Ferri si attiva in un grottesco passo di danza in solitario, bissato dallo stesso Silvestri. È qualcosa di imprevisto, bizzarro e in fondo tenero (nonché esemplare per l’emulazione da ballo di gruppo trash): questa danza in fondo astratta, scalcinata eppure ineguagliabile, sembra improvvisamente riassumere lo spirito della canzone: il trionfo dell’orgoglio di chi mai pensava che si sarebbe ridotto in questa condizione di autoumiliazione, e però invece che flagellarsi o vergognarsi ha deciso di mostrarsi con fierezza, raccogliere le energie, salire. E godersela, nonostante tutto.

(di Daniele Silvestri / © Donkey Shot/Universal)

(Vincenzo Rossini)

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Domani scriveremo di “Charlie fa surf” dei Baustelle

Abbiamo già pubblicato:

"Il timido ubriaco" di Max Gazzé

"La descrizione di un attimo" dei Tiromancino

"Tutti i miei sbagli" dei Subsonica

"L'ultimo bacio" di Carmen Consoli

"Xdono" di Tiziano Ferro

"Luce (Tramonti a Nord Est)" di Elisa

"Io sono Francesco" di Tricarico

"PadreMadre" di Cesare Cremonini

La scheda è tratta, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, da “Unadimille – 1000 canzoni italiane dal 2000, raccontate”, edito da Arcana, al quale rimandiamo per le altre 980 schede.

(C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.

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Dall'archivio di Rockol - racconta "Argentovivo", la sua canzone in gara a Sanremo 2019 con Rancore
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