Arabia Saudita su Warner Music? Tutti su Fortnite? E i drive-in?

Una settimana di industria musicale in centrifuga.
Arabia Saudita su Warner Music? Tutti su Fortnite? E i drive-in?

L’indiscrezione del giorno riguarda l’Arabia Saudita e Warner Music Group.

Secondo Holliwood Reporter la prima, attraverso il PIF (Public Investment Fund of Saudi Arabia), lo stesso con il quale nei giorni scorsi ha acquisito il 5,7 di Live Nation, starebbe acquisendo la seconda per 12,5 miliardi di dollari. Nessuna conferma finora, quindi anziché commentare per il momento rifletto. E penso, in ordine sparso, che la via della redenzione dopo il fattaccio vergognoso, tragico e imperdonabile dell’assassinio di Jamal Khashoggi, possa essere una pista collaterale. L’offensiva finanziaria del fondo sovrano arabo coincide anche con un’offensiva mediatica. Che funzioni come purga, è da dimostrare, ma l’acquisto dell’80% di un club della Premiership britannica (Newcastle United), di una quota del maggiore organizzatore di concerti al mondo e, eventualmente, dell’intera proprietà di una delle tre major della ‘discografia’ coinciderebbe con un progressivo sdoganamento, se con come salvacondotto, del principe Mohammed bin Salman e del suo paese. Ma penso anche che “follow the money” resti un buon vecchio consiglio in casi come questo. Nel caso di Live Nation noto come l’acquisto del 5,7% sia avvenuto a prezzi di saldo se raffrontato con la quotazione del gruppo americano solo un paio di mesi fa (qui qualche numero interessante). Significa senza dubbi che gli Arabi scommettono sulla ripresa nel medio termine del settore live, il che è molto ragionevole, ma forse anche che Liberty Media (che secondo le rilevazioni più recenti è il maggiore azionista di Live Nation con il suo 20%) non ha ritenuto di mettere mano al portafoglio: comprensibile, la crisi dei media è parte integrante della Fase 2 del Covid.

Nel caso di Warner, sinceramente, mentre penso mi si inarca il sopracciglio. Il primo motivo – a prescindere dall’intenzione ufficialmente dichiarata e poi congelata dal coronavirus di procedere alla quotazione in borsa – è la valutazione. Universal Music Group oggi vale 34 miliardi di dollari (fa fede il 10% che Tencent ha acquisito pochi mesi fa a 3,4 miliardi di dollari): pur con le debite proporzioni giustificabili da quote di mercato differenti, poco più di un terzo per Warner mi sembra poco. Anche perché – secondo motivo – nulla si è letto su presunte fortune avverse di Access Industries, il veicolo con cui Len Blavatnik controlla WMG: solo così mi spiegherei la vendita in blocco di quello che ai giorni nostri è un gioiellino, dato che lo streaming si dimostra un business anti-ciclico che fornisce entrate ricorrenti e, a tendere, in aumento.

Però, tra la realtà di Live Nation e l’indiscrezione su Warner Music, gli Arabi – che di denaro ne hanno molto anche con le montagne russe dei prezzi del greggio, e che solitamente lo investono piuttosto bene – stanno fornendo un’indicazione positiva sull’industria musicale: puntano sul suo futuro.

Mentre nulla perviene su possibili grandi interessamenti relativi alla genialata del mese – i concerti al drive in, una suggestione che potrebbe benissimo durare meno delle riunioni in mutande che avvengono in video a ogni latitudine e che sono già parte di uno stile di vita destinato a sedimentare -  molto si parla di Fortnite. Sì, perché le azioni dimostrative sono spesso vincenti su visioni e teorie – anzi, adesso le teorie cominciano ad essere enunciate e si parla di “modelli” sulla scorta di Travis Scott e dei suoi milioni di presenze live (“live”, insomma, ci siamo capiti). Oggi non è chiaro se il flirt della musica con Fortnite sia consistente quanto quello che molti anni fa divampò in una fiammata con Second Life. Però anche in questo caso un segnale da cogliere c’è: meglio milioni di spettatori in un colpo solo che poche centinaia in un parcheggio sopraffatti dalla condensa dei loro aliti sul parabrezza. Fortnite controlla una variabile dell’equazione, il pubblico. E anche la venue (virtuale), la vendita dei biglietti e quella lucrosa delle concessioni (gli acquisti dei ragazzi in azione e in pieno “engagement” sono asset virtuali ma pagati con soldi molto reali).

Conclusione: qualcuno sta provando a immaginare, e prevedere, forme di futuro per la musica. Modi, comparti e obiettivi sono diversi, però hanno in comune non il sogno della vita che tornerà come prima ma la ragionevole certezza che possa tornare cambiata e che tentare di applicare parametri tradizionali in contesti nuovi o mutati sia sempre una pessima idea. E’ una buona cosa, e lo sarebbe anche  se presto l’inevitabile emulazione di Travis Scott dovesse prendere derive un po’ buffe (scommettiamo?), ed anche se gli Arabi non acquistassero Warner Music.

Quanto al drive in, se proprio dovessi puntare due centesimi più che sul business dei parcheggi li butterei sul business delle cannucce eco-compatibili, per consumare un drink al concerto con la mascherina addosso. Perchè no, dopo tutto? Sarebbe un ottimo (nuovo) inizio.

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(Giampiero Di Carlo)

Music Biz Cafe, parla Claudio Buja (presidente Universal Music Publishing)
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