Lo Stato Sociale: “Suonare davanti a un telefono fa schifo”. L'intervista.

La band bolognese, dopo la sentita performance del Primo Maggio, torna con il singolo “Autocertificanzone” e spiega: “Siamo una band che fa dischi per suonarli dal vivo. Il Festival di Sanremo? È stato come il suicidio del samurai".
Lo Stato Sociale: “Suonare davanti a un telefono fa schifo”. L'intervista.

Lo Stato Sociale rappresenta quell’improbabile equilibrio fra una folle festa in maschera, in cui tutti possono diventare quello che realmente sono, e una partita a carte in un’osteria di Bologna. Rompono gli argini, fanno casino e allo stesso tempo possono diventare riflessivi, rispettando i silenzi e le pause. Sono un organismo umano e artistico complesso, a metterlo in difficoltà non poteva che essere, paradossalmente, il raggiungimento di una vetta come quella del Festival di Sanremo. Ma ora sono tornati e qualche cosa è cambiato. La band bolognese, formata da Alberto “Albi” Cazzola, Francesco “Checco” Draicchio, Lodovico “Lodo” Guenzi, Alberto “Bebo” Guidetti, Enrico “Carota” Roberto, ha da poco pubblicato il nuovo singolo “Autocertificanzone”, dopo aver preso parte allo show televisivo del Primo Maggio proponendo un’esibizione significativa in una Bologna deserta. Questo sarà l’anno del loro nuovo album? L’ultima fatica della band bolognese, “Amore, lavoro e altri miti da sfatare”, risale al 2017.

“Autocertificanzone” come è nata?
Lodo
: È un regalo che ci siamo fatti per passare il tempo durante il lockdown. L’idea si basa su un incontro clandestino al supermercato. Io che non vado mai a fare la spesa, ho iniziato a farla per avere l’impressione di vivere. E così mi sono detto: in questo testo buttaci dentro tutto. È una canzone che potrebbe nascere e morire in questo periodo, ma va bene così, volevamo solo fotografare quanto stavamo vivendo.
Bebo: È nata scambiandoci delle idee. Io sono abbastanza sicuro che funzionerà anche più avanti. L’operazione, dal punto di vista semantico, parla di moti più universali.

Il brano si poteva ascoltare in anteprima nei supermercati che sono gli spazi dove, cantate, ci si può baciare clandestinamente.
Bebo: Ci hanno tolto tutto, c’è rimasto solo quello. Ambientarla in un ospedale sarebbe stato “creepy”. Almeno il supermercato è pieno di oggetti colorati. È diventato il “Giardino dei ciliegi” di questa società. Fa ridere, ma anche piangere.
Lodo: Il “Giardino dei ciliegi” senza ciliegie perché non è stagione.

Un passaggio della canzone dice “Ricorderemo tutto sì, ma come un gioco”. Siete d’accordo con Francesco Guccini? Ha detto che dopo l’emergenza “non cambierà nulla”.
Lodo:
Guccini è così tanto più bravo di noi che può occuparsi delle questioni in modo più profondo e ancestrale. Qualche cosa ci porteremo dietro: questi due mesi avranno sul concetto di sanità privata lo stesso effetto che ha avuto Chernobyl sul tema del nucleare. Il livello secondo, quello di cui parla Guccini, si fonda sulla domanda “ne usciremo insieme?”. Ecco, non so se ci ricorderemo tutto quello che abbiamo vissuto, ma forse ricordare come se avessimo affrontato un gioco sarebbe già qualche cosa.
Bebo: Ieri mentre lavavo i piatti, stavo ripensando al movimento Occupy Wall Street che diceva “siamo il 99%”. Forse dovremmo interrogarci su una questione: se non lavoro per due mesi, davvero non riesco a sopravvivere? Per la maggior parte delle persone è così purtroppo, ma allora c’è qualche cosa che non funziona. Questo non è il migliore dei mondi possibili. Poi su quello che pensa Guccini: io ho ancora 50 anni di vita davanti, voglio pensare che le persone cambino eccome.

Per il concerto del Primo Maggio, avete cantato in una Bologna deserta a avete dedicato l’esibizione a Mirko dei Camillas. Che cosa avete provato?
Lodo
: L’idea è stata molto semplice: raccontare quello che c’era intorno, oltre alla nostra stanchezza. E lo abbiamo fatto con “Una vita in vacanza”, un pezzo festoso di liberazione trasformato in qualche cosa di non divertente. La nostra visione di vacanza è fare quello che si vuole, inseguire i propri sogni, tutto quello che la reclusione ha stoppato. Mirko, per tantissimi anni, è stato il nostro gancio, quello che ci ha ricordato il vero valore del far musica. Sì, è stato anche, fra le tante cose, una vittima del Coronavirus, ma soprattutto ci ha insegnato che c’è qualche cosa al di là del suono delle campane.

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Avete fatto molti post per ricordare che la musica “è un lavoro”.
Bebo:
Come Stato Sociale non abbiamo quasi mai fatto dirette sui social. Tanti nostri colleghi invece lo hanno fatto, posizioni legittime, ma noi siamo una band che vive di persone. Fa schifo suonare davanti a un telefono. Fa schifo pensare di suonare davanti alle macchine. Fa schifo esibirsi in una sala vuota e poi essere trasmessi in streaming. Il governo, quando avanza alcune proposte, è scollato dalla realtà. C’è un vuoto di ammortizzatori sociali e di tutele nel settore della musica che fa paura. Un universo di precariato e sfruttamento che è solo la punta dell’iceberg.

Il 2020 sarà l’anno del nuovo album?
Lodo:
La vera risposta è che potrebbe succedere in qualunque momento, ma noi non ne abbiamo idea.
Bebo: Si ricollega a prima. Si fanno dischi per suonarli dal vivo, per andare nei club, per vivere la musica. Se non ci danno la possibilità di farlo, perché dovremmo far uscire un nuovo album? I dischi non sono belli perché si ascoltano su Spotify.
Lodo: Io non ho Spotify, giuro. Me lo regalò Shade al Festival di Sanremo, ma poi mi sono impigrito e non ho mai rinnovato l’abbonamento.

È più forte il segno che avete lasciato voi al Festival di Sanremo o quello che il Festival ha lasciato su di voi?
Lodo:
Domanda marzulliana. Siamo stati un esperimento di pieno successo, che ha aperto le porte a un mondo. Un mondo che si è consolidato con un altro successo, quello di quest’anno dei Pinguini Tattici Nucleari. Su di noi è stato quasi come un suicidio del samurai, ma sarà la storia a dire la verità.
Bebo: Fu quasi un triplete: secondo posto a Sanremo, Lodo a X Factor e un tour estivo andato molto bene. Dall’altra parte, però, sono sorti degli interrogativi: continuiamo? Non era questione di mangiare, la fame l’abbiamo sempre avuta, ma che cosa mangiare. Abbiamo impiegato tanto tempo prima di rimetterci a lavorare e ritrovare una dimensione collettiva.

Chiudo con un verso di “Vado al mare”: “La distanza ci rende intoccabili e tra noi c'è uno spazio di approfondimento”.
Bebo:
Sono spazi che oggi vengono riempiti in modo discutibile dai social e da chiunque si senta in dovere di dire per forza qualche cosa. Non pensavo, ma in questi due mesi ho tolto molte amicizie dai social. Ecco, è stato davvero meglio non frequentarsi con parecchie persone.

(Claudio Cabona)

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