Dopo 20 anni un nuovo album dei Ritmo Tribale: l'intervista

"Non ci siamo mai posti il problema se non pubblicarlo ora", racconta la band di, "La Rivoluzione del giorno prima", il primo album dal 1999

Dopo 20 anni un nuovo album dei Ritmo Tribale: l'intervista

Outsider per vocazione, i Ritmo Tribale hanno attraversato la scena musicale italiana da schegge impazzite, aprendo, a modo loro, una strada tutta nuova per combinare la lingua di Dante con un sound crudo e dirompente. Si sono presi il tempo necessario per uscire allo scoperto con “La rivoluzione del giorno prima, raccontando, dopo più di vent’anni di silenzio, di ribellione, di contrasti e di promesse disattese, così come di una passione mai spenta. Consapevole che di musica ci sia sempre bisogno, soprattutto in periodo complicato come quello che stiamo vivendo, la band meneghina non ci ha pensato su due volte quando si è trattato di decidere della pubblicazione del disco. Abbiamo parlato con il batterista della band milanese Alex Marcheschi, portavoce di una storia vissuta sempre controcorrente.
 

 “La Rivoluzione Del Giorno Prima” segna il ritorno dei Ritmo Tribale dopo più di vent’anni dall’ultimo album. Cosa vi ha riportato di nuovo insieme?
In realtà siamo sempre rimasti insieme. La voglia di trovarci e di fare musica tra noi non è mai mancata, indipendentemente dagli album. Poi, due anni e mezzo fa, in occasione di un concerto organizzato da un amico in cui abbiamo suonato solo i brani di "Bahamas", è ripartita la scintilla, anche grazie alla risposta incredibile ricevuta dalla gente, non solo da parte dei presenti, ma anche sui social. Abbiamo perciò iniziato a provare dei pezzi per rispondere alla voglia di vedere cosa poteva succedere, senza pensare a un nuovo album. Così, dai singoli alla decisione di fare un EP, è venuto fuori un intero disco. Evidentemente c’era bisogno di tempo perché uscisse qualcosa che ci rappresentasse come siamo adesso.
 
Quindi, come dice il vostro primo singolo, alla fine “Le cose succedono”. È così? 
Le cose succedono, certo: nessuno di noi l’aveva messo in preventivo, eppure è andata così. Abbiamo semplicemente lasciato tempo al tempo, per poi trovarci con un nuovo disco in un periodo particolare in cui si tende a rimandare le uscite discografiche. Questo però ha sempre fatto parte di noi, mediamente controcorrente fin dagli inizi, per cui non è una sorpresa!
 
Un album atteso a lungo e paradossalmente arrivato poi in un periodo piuttosto complicato…
Questo ha comportato qualche riflessione, perché anche se c’è chi non si trova con lo stato d’animo adatto per ascoltare musica, noi crediamo che ce ne sia un gran bisogno. Come Ritmo Tribale abbiamo sempre ragionato così, per noi è una questione quasi naturale, tanto nei momenti felici che in quelli più difficili. Perciò non ci sono state logiche particolari, anche se siamo stati costretti a rinunciare alle date live.
 
Per un gruppo come i Ritmo Tribale, che ha fatto della performance live uno dei suoi punti imprescindibili, cosa significa per voi rinunciare a questo aspetto? 
È come se ci mancasse una metà, perché ad ogni album è sempre seguito in parallelo un tour in cui ci era possibile percepire dal vivo l’importanza delle canzoni dalla reazione del pubblico. Come band ci siamo costruiti in questo modo un rapporto molto stretto con chi ci seguiva. È stato sempre così, una specie di grande tribù che ci ha supportato nel tempo. Questo aspetto per forza di cose non può che mancarci, ma ci auguriamo si possa riprendere al più presto.
 
Avete però deciso di pubblicarlo lo stesso, pur dovendo rimandare gli appuntamenti dal vivo. Com’è stata questa scelta? 
Non ci siamo mai posti il problema, abbiamo preso consapevolezza di avere i pezzi e abbiamo deciso di far uscire l’album completando quello che doveva essere fatto per la pubblicazione. Eravamo pronti già a fine gennaio quindi avremmo potuto fermare il tutto, ma in realtà non ci è proprio mai venuto in mente. Un brano come “Milano muori” potrebbe avere in effetti un’assonanza poco rispettosa in un periodo di sofferenza, ma anche lì ci siamo decisi ad andare avanti, perché, oltre quelle parole, è chiaro che non ha niente a che vedere con quanto sta accadendo adesso. È una considerazione fatta mesi fa sulla nostra città. 
 
Sembra trasparire una presa di coscienza dalle nuove canzoni. I testi sono più espliciti che in passato, ma rivelano anche una certa introspezione. È una questione di maturità? 
Hai detto bene, sono più chiari. Perché è un linguaggio che ora ci rappresenta, più definito e anche più forte. Si tratta di una nuova consapevolezza che Andrea [Scaglia, voce e autore dei testi, ndr] ha messo a fuoco nel suo stile. In effetti prima eravamo più sulle nuvole, adesso invece ci viene più naturale esprimerci così.
 
Quest’album conferma e aggiorna il vostro stile, meno irruento ma sempre tagliente. C’è stato un approccio diverso questa volta? 
Avevamo l’urgenza di buttar fuori un altro tipo di energia. Questo album in realtà è molto diretto, anche se la forma delle canzoni è cambiata. Negli anni Novanta, con “Mantra” ad esempio, semplicemente attaccavamo la spina e quel suono andava bene per tutto l’album, come un flusso unico di energia. È un’esperienza che ci ha portato ora ad essere più attenti a certe sfumature. Una volta invece era bum! Pronti, via e basta!
 
Infatti “La Rivoluzione Del Giorno Prima” sembra chiudere un cerchio proprio con un brano tratto da “Mantra” in una versione più intima, piano e voce.
Esattamente. È nata in modo molto naturale e andava bene per rappresentare quello che siamo noi oggi.
 
Siete stati tra i protagonisti di un’epoca incredibile per la scena musicale italiana. Il rock rappresenta ancora un sentimento di libertà e ribellione per voi? 
Si tratta di un linguaggio che ci accompagna da sempre. Non possiamo cambiarlo perché è come un codice, una prima lingua che ci appartiene nel profondo. Adesso le chitarre non ci sono quasi più, ma noi non avremmo mai potuto fare una cosa del genere. Dobbiamo avere ancora quella botta che arriva da un certo tipo di suono che sentiamo nostro, in maniera molto naturale. Se vuoi puoi provare a cambiare un po’ l’involucro ma non quello che sta sotto la pelle. E credo che chi ci ascolta questo lo riconosce subito.
 
Da “Bahamas” alla “Rivoluzione”, cos’è cambiato nel frattempo?
È cambiato tutto, a partire dalle nostre vite. Con “Bahamas” abbiamo chiuso un cerchio, un passaggio esistenziale fatto anche di grandi sofferenze, perciò da quel disco lì abbiamo avuto bisogno di tempo per trovare una direzione diversa. Adesso abbiamo la giusta libertà a livello espressivo, ma anche più consapevolezza a livello strumentale. Qui siamo noi, la nostra sala prove e la nostra voglia di suonare insieme, senza condizionamenti. Con “La Rivoluzione Del Giorno Prima” togliere è stato anche più forte che aggiungere: alcuni silenzi sanno essere più cattivi di certe schitarrate.
 
Perché a volte i silenzi sanno essere più espressivi di un muro di suono?
Sì, tanto quello arriverà comunque dal vivo: non ne possiamo fare a meno!
 
Secondo Mao “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, quella invece “del giorno prima” di che tipo di rivoluzione si tratta? 
Si tratta di una rivoluzione che vivi solo come stato d’animo, ma che non fai mai realmente. Un’urgenza rimandata così a lungo che alla fine passa senza nemmeno accorgersene e con cui, alla fine, bisogna saper convivere. Ci rappresenta bene perché abbiamo fatto i conti con questa voglia rivoluzionaria, rendendoci poi conto che il tempo a disposizione era già scaduto quando, nel mentre, sono arrivate altre necessità.
 
Ne “La rivoluzione del giorno prima” dite di inseguire un destino che sapete di non avere, eppure il vostro ritorno è stata accolto con grande entusiasmo. Qual è vostro il segreto?
È una contraddizione inseguire un destino che è quello dei tuoi sogni, ma che sai di non poter avere perché ci sono delle contingenze che non te lo permettono. Questa cosa ci ha accompagnati nel tempo, ma non è da vivere negativamente: in fondo coincide con le nostre vite, vissute tra ambivalenze e contrasti. Fa parte della nostra trasversalità, che ci ha reso negli anni anche poco classificabili e catalogabili. Troppo poco mainstream, ma nemmeno sufficientemente alternativi. Eravamo in una terra di mezzo che in realtà ci ha permesso di fare quello che abbiamo sempre voluto, da bravi outsider.
 
Cos’hanno di così speciale i capelli di Jim Jarmush? 
Andrea una volta era un capellone, poi inevitabilmente, ma inesorabilmente, la sua testa è diventata sempre più pelata e quindi la sua è una rivendicazione. Il capello rappresenta la libertà espressiva, la creatività e pure la visibilità. È ovvio che si tratta di una metafora di altro, ma per me, Andrea, i capelli di Jim Jarmush li ha sempre avuti!
 
(Marco Di Milia)

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